Italo Calvino è morto il 19 settembre del 1985 all’ospedale di Siena. Sono già passati 35 anni esatti. Lo scrittore aveva appena 62 anni, ma aveva già al suo attivo una produzione letteraria sterminata ed era famoso in tutto il mondo.

Ho un grande debito con lui: mi ha insegnato a leggere con occhio critico il mio paesaggio originario, quello di Sanremo e della Riviera Ligure. Ho studiato a lungo i suoi scritti, e prodotto una mostra e diversi testi critici su di lui.

Grazie Italo, te ne sarò per sempre grata.

Italo Calvino e Sanremo

Italo Calvino ha vissuto a Sanremo, in Liguria, negli anni dell’infanzia e dell’adolescenza, poi si è trasferito altrove, ma la città dove è cresciuto ha continuato a essere presente nella sua produ­zione letteraria.

Molti scrittori si portano dentro le tracce del paesaggio originario, le pieghe del territorio e le usano per il proprio tessuto narrativo, anche se hanno scelto di vivere lontani, trascorrendo la loro quotidiani­tà in altri angoli del mondo. Il loro immaginario si stratifica, ma quel primo nucleo rimane scolpito e diventa spesso necessario per costruire ambienti, paesaggi, scenari.

Nonostante gli studi strutturalisti e post-strutturalisti abbiano negato l’importanza delle vicende biografiche degli scrittori rispetto all’analisi dei testi letterari, non si può fare a meno di notare, a volte, come il rapporto tra un autore e i movimenti storici, le vicende politiche, i miti collettivi di un’epoca spesso si riflettano sull’uso del lessico e sulla costruzione della trama.

Sanremo: i luoghi hanno cessato di esistere

Calvino lasciò Sanremo a 25 anni: il futuro scrittore desiderava entrare in contatto con l’am­biente culturale italiano e questo Sanremo non poteva offrirglielo.

Ma la motivazione più profon­da, come lui stesso ha dichiarato in un’ intervista rilasciata a Maria Corti, forse è un’altra: la sua San­remo non esisteva più:

«Come ambiente naturale quello che non si può respingere o nascondere è il paesaggio naturale e familiare; Sanremo continua a saltar fuori nei miei libri, nei più vari scorci e prospettive, soprattutto vista dall’alto, ed è soprattutto presente in molte delle città invisibili.

Natu­ralmente parlo di Sanremo qual era fino a trenta o trentacinque anni fa, e soprattutto di com’era cinquanta o sessant’anni fa, quando ero bambino.

Ogni indagine non può che partire da quel nucleo da cui si sviluppano l’immaginazione, la psicologia, il linguaggio; questa persistenza è in me forte quanto era stata forte in gioventù la spinta centripeta la quale presto si rivelò senza ritorno, perché rapidamente i luoghi hanno cessato di esistere».

Italo Calvino e Sanremo, il paesaggio come luogo della memoria

Italo Calvino, in questa intervista del 1983, chiama centripeta (anziché centrifuga) la forza che lo spinse via dalla Riviera. Questo lapsus, in un contesto peraltro di dichiarazioni precise come nel suo stile, indica quanto fosse ancora forte l’emozione nei confronti di quei luoghi.

Una forza «cen­tripeta» emotiva lo fece schizzare via, lontano dalla Riviera, quasi sapesse che l’unico modo per conservarla nella memoria era rimanerne distante. Quella forza di attrazione-repulsione era ancora in grado di suscitare emozioni «cinquanta o sessant’anni» dopo.

La cancellazione dei luoghi da lui abitati e percorsi gli fece percepire come estraneo quel pae­saggio. La febbre del cemento si era impadronita della Riviera e Villa Meridiana, la casa della fami­glia Calvino, in passato circondata da un parco che ospitava alcune tra le più belle piante e fiori tro­picali, non aveva più la vista mare a causa dei condomini cresciuti come funghi tutt’intorno.

«(…) Sono tanto nato a Sanremo che sono nato in America perché una volta i sanremesi emi­gravano molto in America e soprattutto in America del sud (…) per fare i più vari mestieri.

Mio padre appunto … stava in America e appartiene alla categoria dei sanremesi che sono tornati. È ritornato poco dopo la mia nascita e ho vissuto a Sanremo i primi venticinque anni della mia vita ininterrottamente».

L’infanzia e l’adolescenza di Italo Calvino

Calvino, infatti, nacque a Cuba, a Santiago de Las Vegas, nel 1923. Il padre, Mario Calvino, agronomo, e la madre, Eva Mameli, botanica, vivevano nell’isola per studiare le piante tropicali.

La famiglia tornò a Sanremo quando Italo aveva 2 anni. Nella sua città natale Mario Calvino assunse la direzione della Stazione Sperimentale di floricoltura Orazio Raimondo.

Ma i fondi destinati all’i­niziativa andarono dispersi nel fallimento della Banca Garibaldi e Mario Calvino mise a disposizio­ne il parco della sua villa, la Meridiana, per lavorare al progetto. Nel corso degli anni introdusse in Riviera piante e fiori provenienti da tutto il mondo e soprattutto dai Tropici. Si può dire che Italo Calvino sia cresciuto in mezzo ai fiori più belli e rari di tutta la riviera. E vicino ai massimi esperti di botanica e agronomia.

Il rapporto di Italo Calvino con il padre

Calvino, dopo il Liceo, si iscrisse ad Agraria per compiacere i genitori, facoltà che in seguito abbandonò per iscriversi a Lettere, anche per cercare un suo modo di interpretare e reinventare il mondo del padre che «vedeva solo le piante e ciò che aveva attinenza con le piante (…) e in que­sto nominare le piante metteva la passione di dar fondo ad un universo senza fine, di spingersi ogni volta alle frontiere estreme d’una genealogia vegetale, e da ogni ramo o foglia o nervatura aprirsi una via come fluviale, nella linfa, nella rete che copre la verde terra».

Calvino quel modo suo lo trovò nell’universo senza fine della scrittura, una strada diversa dal padre che forse non perdonò al figlio di aver preferito i percorsi labirintici della metropoli al Parco Sperimentale di Villa Meridiana o all’orto di San Giovanni, l’orto che ha dato il titolo all’omonimo racconto del 1962 {La strada di San Giovanni).

Lo scrittore vi descrive il rapporto con il padre, rap­porto appassionato e contraddittorio. Mario Calvino, d’estate, obbligava i due figli, a giorni alterni, ad alzarsi alle sei di mattina e ad inerpicarsi su per le terrazze della campagna per arrivare, dopo una buona mezz’ora di fatica, all’orto di San Giovanni.

Calvino padre aveva un profondo rapporto con la terra, la natura, i frutti e i fiori: si dedicava, con una devozione quasi sacrale e con l’aiuto dei mez­zadri, alla coltivazione del suo terreno e obbligava i figli a aiutarlo a portare a casa le ceste di frutta e di verdura. Calvino figlio, invece, era attratto dalla città, «il resto era spazio bianco, senza signifi­cati; i segni del futuro mi aspettavo di decifrarli laggiù da quelle vie, da quelle luci notturne che non erano solo le vie e le luci della nostra piccola città appartata, ma la città, uno spiraglio di tutte le città possibili».

Avrebbe preferito: «Andare al mare dove le ragazze lanciano palloni con le brac­cia lisce, si tuffano nel luccichio, gridano, schizzano, su tanti sandolini e pedalò».

Il conflitto tra Mario e Italo Calvino

Una direzione opposta attraeva padre e figlio: da Villa Meridiana in su e era il territorio paterno, dalla villa in giù, invece, c’era la città di Sanremo, futura metafora per Calvino di tutte le città.

Lo scrittore, nel ’62, si chiede se non stesse forse anche lui cercando la stessa strada del padre, ma «scavata nel fondo d’un’altra estraneità», attraverso «lo schermo del cinematografo» o «la pagina da voltare che immette in un mondo dove tutte le parole e le figure» diventano «vere, presenti, espe­rienza mia, non più l’eco di un’eco di un’eco».

Le parole salvano quel mondo ormai perduto

Calvino stava cercando, attraverso un’esperienza più sua, di recuperare il mondo paterno, la natura, la botanica, e dargli significato. Le due strade, che si divergono e si scontrano, inconciliabili per il giovane Calvino, in seguito, quando è adulto, si uni­scono e trovano una loro armonia narrativa.

Paradossalmente quel mondo ormai scomparso, stravolto dalla guerra in poi nel tessuto urbano e nell’assetto delle zone agricole e quella civiltà contadina dedita ad un uso meno violento del ter­ritorio, quel paesaggio insomma che Mario Calvino non è riuscito a salvaguardare dalle serre dei fio­ri e dalle colate di cemento che hanno invaso la costa e le colline, sono stati recuperati nel testo di Italo Calvino che quel mondo ha disertato. Una città di parole, una città che esiste solo nel testo, ma non per questo, agli occhi dello scrittore, meno vera, come trapela dalle sue stesse intenzioni:

Ci vivevo in mezzo e volevo essere altrove. Di fronte alla natura restavo indifferente, riservato, a tratti ostile. E non sapevo che stavo anch’io cercando un rapporto, forse più fortunato di quello di mio padre, un rapporto che sarebbe stata la letteratura a darmi, restituendo significato a tutto, e d’un tratto ogni cosa sarebbe divenuta vera e tangibile e possedibile e perfetta, ogni cosa di quel mondo ormai perduto.

Calvino non è voluto diventare un agronomo come i genitori. Ha dichiarato più volte di esse­re disinteressato alle piante, ai fiori, alla natura. Ne La strada di San Giovanni afferma di essere igno­rante riguardo alla botanica. Nonostante tutto ciò la cultura naturalistica e una profonda conoscenza del paesaggio, della fauna e soprattutto della flora, si possono rintracciare ovunque nel suo processo di maturazione letteraria.

Sanremo: il labirinto, i tetti, le case

Il critico letterario Cesare Garboli ha scritto che La strada di San Giovanni è un racconto di forte impeto, dove sembra che le parole scendano impetuosamente a valle. Si sente molto di più il talento che la stra­tegia intellettuale. Il grande talento di scrittore.

È un racconto straordinario, perché, senza volerlo o saperlo, Calvino ha lasciato con esso una metafora di tutta la sua opera. Parla di due strade che in lui convergono: una è quella che va nei boschi, verso l’avventura, verso la libertà, quella che fa il padre per raggiungere la sua campagna, la strada dei sentieri dei nidi di ragno.

L’altra invece porta verso la città, e lì ci sono le città invisibili, c’è l’idea della metropoli di Calvino, il labirinto, i tetti, le case. Da una parte c’è l’antico, dall’altra il moderno, il fiabesco e l’impegnato: le due facce di Calvino. Il racconto rappresenta questo conflitto, che nello scrittore è sempre stato così prepoten­te, attraverso il rapporto con il padre.

II paesaggio di Sanremo come metafora della scrittura

Negli anni Cinquanta la Sanremo di Calvino stava scomparendo, il parco di Villa Meridiana, che ospitava piante e fiori di tutto il mondo – opera dì decenni di lavoro e di ricerche del padre e della madre – era stato soffocato dal cemento. L’atmosfera dei tempi della Resistenza era scompar­sa anch’essa come non fosse mai esistita.

Cosa fa Calvino?

«Si arrampica sull’elce, sale fino alla forcella di un grosso ramo e si siede a gambe penzoloni», cioè decide di dedicarsi a tempo pieno alla letteratura. Nel ’57 esce II Barone Ram­pante e nello stesso anno La speculazione edilìzia. Entrambi i racconti testimoniano uno spaesamento storico-geografico di Calvino.

Il primo è una favola, il secondo più reale, per quanto queste cate­gorie possano essere utili per esprimere la complessità di questo autore.

Lo spaesamento storico di Italo Calvino

Spaesamento storico perché Calvino nel 1957, dopo l’invasione dell’Ungheria da parte della Russia, abbandonò la politica attiva. Non si riconosceva più nel partito comunista di Togliatti che non prese le distanze dall’Unione Sovietica.

Si ritirò a vita privata e, come il barone rampante, rinunciò ad eredità e titoli. Capì tante cose che prima non capiva, guardandole da una prospettiva meno immediata.

Salì sugli alberi, quindi, perché dall’alto le cose si capiscono meglio. Come Cosi­mo, anche Calvino, continuò ad interessarsi di tutto quello che accade, analizzando la realtà attra­verso il filtro della scrittura, proprio come il barone rampante guarda i suoi simili muoversi, attra­verso l’intreccio dei rami.

Lo spaesamento geografico di Italo Calvino

Spaesamento geografico perché percepì lontana la città dove era cresciuto: Mario Calvino era morto da poco e la gioventù vacanziera della Riviera lo annoiava.

La Sanremo degli anni ’50, la San­remo della canzonetta, aveva ormai poco in comune con la morbida e monotona cittadina che tan­to materiale aveva fornito al suo immaginario.

Nell’introduzione a II barone rampante, un’edizione per le scuole medie uscita nel ’65, Calvino si nasconde sotto lo pseudonimo Tonio Cavilla, quasi un anagramma del suo nome, parlando del­l’autore del libro, cioè di se stesso, in terza persona.

Italo Calvino e il Barone Rampante

Il romanzo si svolge in un paese immagina­rio, Ombrosa, ma ci rendiamo presto conto che quest’Ombrosa si trova in un punto imprecisato del­la Riviera Ligure.

Dai dati biografici dell’Autore sappiamo che egli è di Sanremo, che nella citta­dina ligure ha passato infanzia e giovinezza fino all’immediato dopoguerra; da altri scritti dell’au­tore il suo legame col paese risulta nutrito di memorie più antiche (una vecchia famiglia locale di piccoli proprietari di terra), di consuetudine con la natura (ritorna in molti racconti il personaggio del vecchio padre, gran cacciatore, appassionato coltivatore, tornato alle proprie campagne dopo aver girato il mondo nella sua professione di agronomo) (…): ed ecco che molti elementi del libro risultano non sovrapposizioni culturali ma parte costitutiva della memoria dell’autore.

Ma tutto questo paesaggio geografico e ideale appartiene al passato: sappiamo che la Riviera in questo dopoguerra è diventata irriconoscibile per il modo caotico in cui si è riempita di caseg­giati urbani fino a trasformarsi in una distesa di cemento; sappiamo che le speculazioni economi­che e un facile edonismo dominano i rapporti umani di una larga parte della nostra società. Ed è solo da tutti questi elementi sommati assieme che possiamo ricavare la radice lirica del libro la prima spinta all’invenzione poetica.

Partendo da un mondo che non esiste più, l’autore regredisce a un mondo mai esistito ma che contenga i nuclei di ciò che è stato e di ciò che avrebbe potuto essere, le allegorie del passato e del presente, le interrogazioni sulla propria esperienza.

Calvino, quindi, ne Il barone rampante, regredisce, attraverso la narrazione, a una Sanremo mai esistita ma che contiene i nuclei di ciò che è stata e di ciò che sarebbe potuta essere. Il paesaggio paterno, un frastaglio di rami e foglie diventa, alla conclusione del romanzo, testo letterario.

Sanremo diventa inchiostro

Sanremo, come Ombrosa, non è più solo un elemento della memoria dello scrittore, ma è diventata ormai inchiostro e carta, metafora della scrittura. Il bosco, gli alberi, i rami, le foglie, i fiori di Ombrosa-Sanremo diventano testo, frasi, parole, lettere e caratteri tipografici della scrittura calviniana:

Ombrosa non c’è più. Guardando il cielo sgombro, mi domando se è davvero esistita. Quel frastaglio di rami e foglie, biforcazioni, lobi, spiumii, minuto e senza fine, e il cielo a sprazzi irregolari e ritagli, forse c’era solo perché ci passasse mio fratello con suo leggero passo di codibugnolo, era un ricamo fatto di nulla che assomiglia a questo filo d’inchiostro, come l’ho lasciato correre per pagine e pagine, zeppo di cancellature, di rimandi, di sgorbi nervosi, di macchie, di lacune, che a momenti si sgrana in grossi acini chiari, a momenti si infittisce in segni minuscoli come semi puntiformi, ora si ritorce su se stesso, ora si biforca, ora collega grumi di frasi con contorni di foglie o di nuvole, e poi si intoppa, e poi ripiglia a attorcigliarsi, e corre e corre e si sdipana e avvolge un ultimo grappolo insensato di parole idee sogni ed è finito.

Il paesaggio di Sanremo come metafora del processo cognitivo

Nel racconto Dall’opaco, la geometria della sua scrittura incontra, ancor di più, la geografia fisica e simbolica del golfo di Sanremo, già diventato metafora della scrittura nella conclusione de Il barone rampante.

Ora diviene mappa conoscitiva, prima forma di lettura e d’orientamento generale. Calvino rivela che il mondo di cui sta parlando ha questo di diverso da altri mondi possibili, che uno sa sempre dove sono il levante e il ponente:

(…) sto con la faccia in direzione del mare, il che equivale a dire che volto al monte le spalle, perché è questa la posizione in cui io di solito sorprendo il me stesso che se ne sta all’interno di me stesso, anche quando il me stesso all’esterno è orientato in tutt’altro modo o non è affatto orientato come spesso succede, in quanto ogni orientamento comincia per me da quell’orientamento iniziale, che implica sempre l’avere sulla sinistra il levante e sulla destra il ponente, e solo a partire di lì posso situarmi in rapporto allo spazio, e verificare le proprietà dello spazio e delle sue dimensioni.

Il territorio ligure e lo scrittore vivono, tuttora, un rapporto di reciprocità. Calvino ha dovuto spesso ricorrere a quell’immagine primaria a «quel nucleo da cui si sviluppano l’immaginazione, la psicologia e il linguaggio», e ora quello stesso paesaggio per essere indagato dagli attuali studi storico-geografici, ha bisogno, anche delle descrizioni dello scrittore.

I testi di Italo Calvino aiutano la lettura del paesaggio ligure

Massimo Quaini, ad esempio, indicò come alcuni testi calviniani, soprattutto Dall’opaco, siano illuminanti per una rilettura del paesaggio ligure, della sua flora e della sua fauna.

Calvino descrive la forma del suo mondo e afferma di sentirsi collocato in uno spazio che, a differenza dalla pianura, ha luoghi che non si offrono mai al sole. È proprio da questo punto di osservazione che lo scrittore osserva il mondo:

D’int’ubagu: dal fondo dell’ opaco io scrivo

Uno studio del paesaggio, una geografia che non voglia indagare solo ciò che è funzionale e che si contende l’esposizione al sole, all’aprico (ad es.: i campi di garofani, le finestre dei condominii) deve tener conto anche dei luoghi non votati a uno sfruttamento economico immediato, situati nell’opaco, ma non per questo meno interessanti per una lettura del territorio innovativa e ricca di spunti: quella Liguria invisibile, recente campo di indagine della microstoria.  

I testi di Calvino utili agli studiosi del territorio, sono anche fonte di conservazione dell’im­magine del paesaggio anche per le generazioni nate dagli anni ’60 in poi, quelle generazioni ehe non hanno potuto conoscere i luoghi così come si erano conservati fino agli anni ’40.

Le descrizioni di Calvino sono ancora più necessarie delle immagini fotografiche perché rivelano la storia inti­ma di quei luoghi, lo scopo del loro esistere, e mettono in luce, con chiarezza, che l’evoluzione avrebbe potuto seguire altri percorsi, che la Sanremo di oggi è solo una delle ipotesi possibili. La produzione dello scrittore diventa memoria storica, si stratifica e aiuta, il lettore, anche a decifrare il territorio.

Mario Calvino se avesse potuto leggere la produzione letteraria di suo figlio si sarebbe reso conto di quanto i suoi insegnamenti abbiano condizionato la scrittura di Italo e come tutta la sua cultura botanica non sia andata dispersa bensì resa immortale dai racconti e romanzi di uno degli scrittori del Novecento più conosciuti e tradotti al mondo.

Per chi volesse approfondire, nel sito ho pubblicato molti miei articoli e saggi su Italo Calvino

Questo saggio è stato pubblicato in un volume da me curato insieme a Sergio Buonadonna per la Fondazione Carige, nel 2004, “I fiori raccontano. Nel giardino di Liguria”, con un bel progetto grafico di Marco Vimercati. Tra gli autori intervenuti, in “ordine di apparizione”: Ernesto Ferrero, Camilla Salvago Raggi, Francesca Mazzucato, Nico Orengo.

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