Francesco Biamonti (1928-2001) viveva a San Biagio della Cima: lì l’ho incontrato più volte per intervistarlo, fare due chiacchiere, mangiare i ravioli alla ligure, parlare di cultura, Liguria e novità editoriali. Spesso varcavamo il confine e ci spingevamo fino a Nizza e in Provenza, per mangiare e parlare di ogni cosa. Poi mi riaccompagnava a Sanremo a notte fonda. Dopo un po’ di tempo abbiamo stretto una forte amicizia, nonostante la differenza di età. Ho ancora un ricordo vivo di lui e mi manca davvero tanto. Oggi pubblico un saggio intervista che ho scritto quando era ancora vivo.

Francesco Biamonti era un irregolare nel panorama della letteratura italiana contemporanea: un artigiano della penna, uno scrittore puro. Non era insegnante e neanche giornalista, come gran parte degli autori italiani, ma si dedicava alla scrittura a tempo pieno.

Aveva provato a lavorare in banca, ma resistette il breve arco di una mattinata. Fu bibliotecario a Ventimiglia per qualche anno e poi provò a coltivare la sua campagna, ma quelle mimose, quei “gessetti colorati” proprio non li sopportava, fiori troppo squillanti. Preferiva il mirto e il lentisco, fiori umili “che sanno di tenebra”. Per fortuna che il gelo “si portò via le mimose”: per lui fu un vero sollievo.

E così decise che solo la macchina da scrivere poteva rubare la sua attenzione. Ogni suo foglio dattiloscritto era “pieno zeppo di cancellature, di rimandi, di sgorbi nervosi, di macchie”: non mi pare arbitrario definire la scrittura di Biamonti, così elaborata, cesellata e meditata, con le stesse parole usate da Italo Calvino per descrivere la sua.

Anche se le differenze tra questi due scrittori del Ponente ligure sono evidenti (il paesaggio di Calvino è soprattutto marittimo e geometrico, mentre quello di Biamonti arcaico e pastorale), non mancano certo i legami, non ultimo la calorosa accoglienza che Italo Calvino fece poco prima di morire al primo libro di Francesco Biamonti, L’angelo di Avrigüe, uscito nel 1983.

Il secondo romanzo, un vero e proprio parto, dovette aspettare fino al 1991 per venire alla luce. Accolto dai critici letterari dei più diversi orientamenti con entusiasmo, recensito con calore nelle pagine culturali di tutti i quotidiani, Vento largo, fece conoscere Francesco Biamonti di San Biagio della Cima, un paesino nell’entroterra di Ventimiglia, al vasto pubblico italiano e straniero.

E, dopo qualche anno, ecco in libreria la sua terza fatica, Attesa sul mare, pubblicato, come gli altri due, dall’editore Einaudi.  Biamonti sceglie il mare, un luogo altro, ci parla da una “lontananza”, per donarci un altro affresco del suo paesaggio straziato, ma intensamente lirico anche nella sua devastazione.

Sembra quasi che voglia seguire il salto sugli alberi de Il barone Rampante di Italo Calvino: Cosimo, il più famoso barone della letteratura italiana, sfugge all’immedesimazione con il suo paesaggio e la sua gente, si aggrappa ad un ramo, sale su un albero e decide di vivere lassù. Solo così le cose si capiscono meglio.

Non tenta forse Biamonti con questo romanzo di allontanarsi dalla sua terra distrutta, cercando di percepirla e di descriverla da un’ottica diversa? Non fuga, ma lacerante bisogno di lontananza.

È un mare in salita quello che Francesco Biamonti descrive nel suo ultimo libro. E a guardarlo dalla costa, dai paesini a picco sul mare, sembra di salire verso il filo dell’orizzonte, lassù dove tutto è possibile. 

Il percorso narrativo comincia, secondo una consuetudine dello scrittore, da un villaggio dell’entroterra dell’estremo Ponente ligure, una zona franca, di confine, vicino alla Provenza.

Solo pochi decenni fa quelle montagne ripide che precipitano in mare erano abitate da contadini che sudavano sulle  terrazze di ulivi e vigne per produrre il necessario per sopravvivere. Ma ora i ritmi sono completamente stravolti, gli olivi abbandonati all’incuria:

Si vedevano frane aggrappate alla collina e uliveti dentro voragini luminose.

Biamonti non riuscì mai a distaccarsi dal “mormorio della terra scoscesa”: è stato un cantore del travaglio contadino nell’epoca post-industriale. Ed è proprio questo, forse, che lo ha reso paradossalmente contemporaneo.

Il protagonista di Attesa sul Mare è Edoardo, un marinaio che ha scelto di imbarcarsi per vivere. Ogni tanto ritorna a Pietrabruna, il suo “paese di fango”, per contare le persone rimaste, i casolari ancora in piedi, i pochi ulivi sopravvissuti, ma anche per incontrare Clara, la donna sposata che lo aspetta da anni.

E lui non riesce ancora a decidere, a fermarsi, non può accontentarla, perché non ha i soldi che gli permettano di abbandonarsi sereno alla vecchiaia, di “entrare nel crepuscolo a vele ammainate“.

La abbandona a ogni nuovo imbarco, ma Edoardo riesce a sentire solo in lei qualcosa di vivo. Anche se ha delle ferite che non si chiudono e che deve cercare di lenire, Clara rappresenta il sogno, l’amore, la conciliazione fra Edoardo e la sua terra desolata.

È, come tutti i personaggi femminili dello scrittore, eterea, sfuggente, angelica nella sua carnalità. Un modo di percepire il femminile, quello di Biamonti, che ha una tonalità regressiva: la donna rappresenta la madre terra, la ricettività, la consolazione, il ritorno a casa. 

Ogni volta che Edoardo ripercorre i suoi “carruggi”, non può fare a meno di sentire su di sé il peso della sua esistenza e della sua indecisione:

Tornò poco convinto. Gli sembrava di essersi accostato ad un mondo morto, morto come l’anima del suo paese. Pietrabruna manteneva il suo involucro: l’erba parietaria sulle muraglie, gerani e garofani alle balaustre. Ma la vita dov’era, fuori dalle sciabolate del cielo, fuori del vento? Il grigioperla della chiesa stava annerendo, il cornicione cadeva. Nei vicoli passava qualche persona, fugace come un’ombra. Se il paese aveva ancora un’anima, era un’anima stanca.

Magici e metafisici sono anche i continui giochi di luce, le gradazioni di grigio, d’azzurro, di bianco, di blu: luce e olivi, luce e vigne, luce e mare.

In “Attesa sul mare” è proprio da una spiaggia, dal porto di Saint-Malo, che è voluto partire, imbarcarsi con i suoi personaggi per varcare lo Stretto di Gibilterra, metafora di un viaggio a ritroso nella storia dei popoli mediterranei, che vedevano nelle Colonne d’Ercole un limite invalicabile. L’equipaggio si ferma a Tolone per ricevere il carico: destinazione Dalmazia, terra di conquista

Edoardo ha deciso di trasportare un carico di armi nella ex-Jugoslavia: l’ultimo “sporco” lavoro che forse gli permetterà di mettere radici a Pietrabruna. Quando ormai sono già lontani, le comunicazioni con  Tolone si interrompono. Edoardo rimane bloccato con il suo equipaggio in mezzo al Mediterraneo.

Ed è in questa ‘attesa’ di ordini via radio che si racchiude il  nucleo più lirico e intenso del romanzo, un’ansia confortata solo dall’azzurro intenso del mare che riflette le sfumature di un cielo dove lo sguardo si smarrisce. Si sentono sperduti al “centro del nulla” e spingono il loro pensiero verso quello che sono o che sono stati.

Edoardo quesi intravvede tra la schiuma delle onde che battono sull’imbarcazione, il suo paese, la campagna, gli ulivi secolari abbandonati all’incuria e all’edera che ne soffoca la linfa vitale.

Gli arrivò un colpo da Pietrabruna: la luce negli ulivi. Il mare era calmo e senza rive (…). Rivedeva un ulivo più carico di cielo che di fronde, il tronco stesso era blu chiaro

Dopo un’estenuante attesa, Edoardo decide di proseguire. Sente di avere in mano la vita degli uomini del suo equipaggio, anche di Manuel così giovane ma scappato, come lui, dalla sua terra basca perchè, ormai, il lavoro contadino, per i popoli vissuti da sempre a picco sul mare, non ha più valore, non è più redditizio.

“Dove porto questa gente? – pensava – “Dove andiamo? Il mondo in cui credevamo è morto, è morto impazzito”.

E senza sapere con chi parlare, a chi consegnare il carico di morte, approda sulla costa dalmata. La presenza della guerra e della distruzione è soffusa ovunque, ma Edoardo non percepisce nessuna differenza: anche la sua terra, anche il suo paese, Pietrabruna, sono morti, con gli ulivi secolari strozzati dai rovi e  i tetti delle case sventrati dalle aggressioni del tempo.

Non c’era nessuno per le strade. Sulla piazza un vecchio parlava da solo, piano, sembrava pregare. Nella locanda affollata, umanità indefinibile, contadini non più tali, pescatori che non osavano più uscire o rimasti senza imbarcazioni. Vita fermata dalla brutalità dei tempi, rapinata; negli occhi, nel mormorio i segni di un’isterilita dolcezza

A San Biagio della Cima, Francesco Biamonti aveva un grande appezzamento di terreno, un lembo di terra ancora intatto, con i rami degli ulivi protesi alla ricerca del sole e i filari di vigna in attesa della vendemmia che arrivava come ogni autunno da centinaia di anni per produrre quel rossese, vino famoso nel mondo.

Il tempo sembrava essersi fermato in questo ostinarsi alla conservazione di un sapere contadino quasi scomparso: era un vero museo di storia della cultura materiale questa campagna dei fratelli Biamonti, con le terrazze ridenti e i vecchi prodotti della terra che si imbevevano di sole, non oppressi dalle orribili vetrate delle serre, che hanno reso l’estremo ponente una giungla disordinata di costruzioni. 

Questa era la terra di suo padre e prima ancora del padre di suo padre e così via risalendo vorticosamente l’albero genealogico di una famiglia le cui origini si perdono nel sudore del lavoro contadino.

La campagna intorno e le altre proprietà erano, invece, un’accozzaglia di cemento e vetri che ferivano la vista. Un paesaggio disordinato, un obbrobrio in feroce contrasto con le terre dei Biamonti.

Francesco Biamonti

LAURA GUGLIELMI Il paesaggio  è stato completamente stravolto dal dopoguerra ad oggi: nel Ponente ligure, poi, molti ulivi  sono stati distrutti per far posto alle serre dove si coltivano i fiori; la costa ha assistito ad una speculazione selvaggia, orrendi palazzi sono spuntati ovunque e i centri storici sono stati trascurati. Tutto questo si riflette anche nella tua scrittura.

FRANCESCO BIAMONTI È più di un secolo che la letteratura insegue questo fantasma della distruzione e della nostalgia. Non è un fatto nuovo, ma provoca sempre un intenso dolore. Forse chi è nato in città non percepisce la trasformazione delle cose. Mi affascina molto la descrizione che Walter Benjamin fa dell’Angelus Novus di Paul Klee: l’angelo, guarda, con gli occhi sbarrati, il cumulo di macerie ai suoi piedi e vorrebbe ricomporre l’infranto, resuscitare i morti, però una tempesta, che rappresenta il corso della storia e sembra provenire dal paradiso, lo trascina lontano.

Benjamin non poteva descrivere meglio la concezione tragica del progresso. Io dentro di me impreco, poi penso che è inevitabile. Ci sono state distruzioni ben più tremende. Gli esseri umani devono, però, preservare i loro sogni. Forse verrà il momento in cui non si sognerà più.

Queste serre giù a valle sono cresciute come i funghi dagli anni ’60. Per fortuna ora non rendono più. Forse si ritornerà all’olivicoltura e alla viticoltura.

Quanta frenesia cieca, desiderio di guadagno immediato, quanto spreco c’è stato negli anni passati. Ora è tutto artificiale, tutto artefatto. È il prezzo che bisognava pagare alla stupidità umana, alle magnifiche sorti progressive.

Mi auguro che tutto finisca; che l’arcaico e l’antico riprevalga; che ritorni in evidenza ciò che è fondamentale dell’umano.

Vorrei che ci fosse molta Liguria verticale e rocciosa in modo che non possa essere più costruita e distrutta; per tenere lontano i predatori della terra; perché non possano far palazzi. Peccato che la Liguria non sia tutta verticale, dantesca fino in fondo.

La vera Liguria è negli ulivi, nei vigneti, nei boschi, nell’aridità della roccia, in questo delirio di cieli, nel contrasto tra l’asprezza e l’infinito luminoso. Suscita dei moti dell’animo contrastanti e sublimi.

Nei punti più scoscesi rimane come era nel medioevo e nella preistoria: un’amalgama di grande luminosità e di grande petrosità. Il paesaggio può diventare veicolo etico, portatore in sé di un rispecchiamento oggettivo della condizione umana.

Non per niente la letteratura ligure del nostro secolo si è accanita nella riproduzione del paesaggio, del mare, delle rocce e delle colline: è in completa sintonia con la poetica del ‘900.

Il Cimitero marino di Valéry La terra desolata di Eliot li possiamo ritrovare in Ossi di seppia di Montale: tutti e tre partono dall’abbandono di una sicurezza ideologico-umanistica e ritornano alle emozioni provocate dagli elementi più primordiali del paesaggio.

LAURA GUGLIELMI Nei tuoi libri descrivi sempre la costa francese e la costa ligure. In “Attesa sul mare” ti sei spinto fino in Jugoslavia. Che cos’è che accomuna la maggior parte dei popoli che si affacciano sul Mediterraneo da un punto di vista storico e culturale?

FFRANCESCO BIAMONTI La civiltà della luce: la luce greca, la luce romanza che viene dalla costa provenzale francese e la luce occitanica, poi la mancanza assoluta di un aldilà della luce e una immanenza della meditazione, sia in Montale, sia in Valéry che negli scrittori francesi del Nordafrica; e anche in certi scrittori arabi del Nordafrica. 

Il motto  di Pindaro, che mi pare  sia nel Mito di Sisifo di Camus, dice:

Oh, mia anima esaurisciti in un compito mortale.

Non c’è niente che vada al di là della luce e della mortalità che la luce rivela. Può essere più tenue o più cosmica, come l’hanno dipinta CezanneBonnard.

Il Mediterraneo è la civiltà della luce che investe le coste, anche quelle dalmate, una luce che porta anche un’ombra segreta, che è l’ombra della morte.

La luce è il massimo della trascendenza: ciò è evidente anche in Montale.  Si tenta di aprire un varco, ma non ci si riesce. La luce forma, anche, tutta la meditazione de “Il Cimitero Marino” di Valéry: “La terra è un frammento offerto alla luce”. Direi che la civiltà mediterranea è ossessionata dall’intensità della luce e anche abbagliata.

LAURA GUGLIELMI Il mare, il Mediterraneo, è l’elemento fondamentale di raccordo tra civiltà che si rispecchiano le une nelle altre. Con la tua scrittura, ti sei sempre inerpicato sulle rocce e il mare l’hai sempre descritto dall’alto. Questa tua prima avventura lontano dalla terraferma sembra essere un ulteriore conferma della tua abilità narrativa.

FRANCESCO BIAMONTI La verticalità del nostro paesaggio è unita all’orizzontalità del mare. Qui siamo ai piedi delle Alpi Marittime, che sono situate tra il Golfo di Genova, fonte di ispirazione di Montale e il Golfo di Marsiglia, a cui si è rifatto Paul Valéry. Questi sono i due grandi poeti del Mediterraneo. Poi c’è Camus, che prende spunto dal Golfo di Algeri. Insomma il Mediterraneo è la nostra culla, la nostra ossessione”.

LAURA GUGLIELMI Spesso ti riferisci a Montale, a Valéry, a Camus come a dei pensatori e scrittori fondamentali per il tuo stesso lavoro letterario. Che cosa hanno in comune questi tre autori?

FRANCESCO BIAMONTI In comune hanno la capacità di unire il paesaggio alla riflessione morale e alla riflessione metafisica. Anzi il  paesaggio diviene riflessione morale e metafisica. Non è nemmeno il semplice correlativo oggettivo di origine inglese eliotiana, ma è proprio una commistione totale con la metafisica.

Hanno tutti e tre questa capacità di riflettere su ciò che vedono e, attraverso questa riflessione, dare un’idea della condizione umana. Non parlano di se stessi in prima  persona, fanno parlare le cose: il mare, il vento, il cielo e le sabbie. Sono gli scrittori filosofi.

Montale, si sa, era partito dal contingentismo e da Bergson. Camus aveva scritto la tesi di Laurea su Sant’Agostino, poi si è interessato di filosofia morale.

Valéry ha sviluppato il discorso sul metodo: riflette sul pensiero e su come si forma ed è sempre a contatto con questa realtà fisica che diventa immediatamente metafisica.

C’è in loro un tentativo di cogliere, come diceva Valéry, ‘L’ora che passa con i suoi diamanti estremi’. Sono scrittori che pongono molti interrogativi e danno poche risposte, perché poi tutta la vita se ne va in questa luce cosmica e nella cenere degli astri.

Hanno in comune questo bagliore e questa meditazione ai limiti estremi della vita. Tutti e tre hanno una passione per la distesa marina come materializzazione dell’infinito.

Anche Montale fa moltissime invocazioni al mare a cui vorrebbe strappare la voce, il rombo e la capacità di purificazione, Camus lo stesso. Le più belle pagine di Camus sono quelle dove c’è la presenza del mare.

Sono anche capaci di entrare in sintonia con gli elementi della terra, come lo è René Char: un altro scrittore del Sud, della Francia più luminosa.

LAURA GUGLIELMI Spesso i tuoi personaggi hanno un rapporto con il mare nel senso che molti sono marinai che vivono in paesi dell’entroterra dell’estremo ponente ligure, però hanno scelto o dovuto scegliere il mare anche come mezzo di sostentamento.

FRANCESCO BIAMONTI I paesi mediterranei si sono sempre buttati sul mare. Il mare e il cielo hanno un’equivalenza: il mare può essere percorso e c’è tutta la poetica del viaggio, un viaggio che ha i caratteri della verticalità e dell’orizzontalità.

Mi sembra abbastanza naturale proiettare i personaggi sul mare, anche per guardare la terra da una certa distanza. Facendo un esame di coscienza in altomare si vede ciò che della terra rimane, quali sono i segnali che arrivano.

È tutto un po’ arbitrario quando si scrive, però … nell’altomare c’è una purificazione dei ricordi. I ricordi sono una specie di aria algida che arriva dalla terra e che porta ciò che è essenziale.

Prima delle macerie il mare permette di vedere ciò che è essenziale, ciò che permane nella distanza. Permette la realizzazione dell’uomo come l’essere delle lontananze.

Mi viene in mente il dialogo di Cristoforo Colombo nelle Operette Morali di Leopardi.  Cosa c’è di più bello che far parlare due persone tra il mare e le stelle sulla tolda di una nave?

Tutto ciò che è contingente e momentaneo, tutto ciò che è sociale scompare e rimane l’essenza metafisica dell’uomo, il resto è chiacchiera. E la parola tocca direttamente le radici dell’essere, che è la parola dell’arte, non della cronaca,  del giornalismo o della televisione.

È la parola come fondazione dell’essere, completamente distinta dalla chiacchiera, che suona nel silenzio assoluto del mondo e fonda l’umano. Per me è così. Così è anche per Montale e per Valery. Nel Cimitero Marino dice:

Qui, tra le tombe, i pini, i marmi, il mare, tutto è sapere

Per cui credo che la predilezione per il mare sia conseguente all’amore per la poetica della lontananza. Amare le cose che passano lontano è il fondamento di tutta una poetica: la si può creare anche attraverso una scissione dell’io come ha fatto Henry Michaux.

Anche lui insegue un fantasma di vita fuggente e lontano, attraverso una semplice scissione dell’io, una molteplicità dell’io. Perché se è destino umano abitare un mondo è anche destino umano desiderarne un altro. L’arte si svolge a mezza strada fra questi due mondi, quindi è naturale che per chi scrive il mare sia sempre una tentazione. Il mare è l’oriente e l’occidente degli esseri umani.

LAURA GUGLIELMI Qual è il tuo spazio fisico?

FRANCESCO BIAMONTI Uno scrittore si trova bene dappertutto e male dappertutto. In nessun posto è casa sua. Casa sua è sempre altrove.

Il paesaggio è un elemento visivo che permette di creare: gli basta una pietra, un cespuglio, così come a Cezanne bastavano due cipolle. Lo scrittore si serve di elementi sparsi del paesaggio per venire al mondo:  la sua vera sensazione è di non essere al mondo. 

Capta ciò che ha a che fare con la vita e la morte nello stesso circuito metonimico. Non c’è posto che consoli dalla condizione umana.

Gli aspetti spesso violenti o seducenti di un paesaggio, che uno scrittore poi mette sulla pagina (credo lo faccia anche Faulkner con il Sud degli Stati Uniti), sono l’equivalente dei tableaux su cui erano dipinte scene edificanti che, poste davanti ai condannati a morte lungo la strada che li portava al patibolo, li distraevano dalla morte.

I paesaggi sono una consolazione suprema:  nascondono il nulla che sta dietro a tutte le cose. Lo scrittore vero fa anche intravedere la fragilità e la temporaneità delle cose. Nulla sopravvive all’angoscia della morte e al compimento del destino umano.

Tutto il resto è folklore, stupidità, consumismo, consolazione edonistica. Nella primavera descritta dal Leopardi c’è una grande consolazione ma perché c’è anche la consapevolezza del nulla fondamentale su cui si erige questa materia sotto forma di paesaggio:

Primavera brilla d’intorno e per campi esulta sì che a mirarla intenerisce il core

LAURA GUGLIELMI In “Attesa sul mare”, Edoardo va a Saint-Malò e Manuel è basco. Tu hai visitato le coste del Nord. Che percezione hai avuto di questi spazi rispetto a quelli mediterranei a te usuali?

FRANCESCO BIAMONTI Le maree, la luce diversa, un cielo più alto che apre di più sull’infinito, fa da tetto. Varia continuamente: prevale il grigio. Mi piacciono queste terre che entrano dentro l’acqua violacea. Si percepisce più fragilità nella vita assaltata dall’infinito del cielo e del mare. Tutto è più esasperato che da noi.

C’è, anche, una luce diversa che non ho mai dominato bene, poi la presenza di molti gabbiani, cormorani. Mi affascina questa figura di donna che ho descritto, di vedova di marinaio di Bretagna che diventa quasi custode sacra del mare. Il marinaio, Edoardo, prima di partire ha quasi bisogno di una sua benedizione.

LAURA GUGLIELMI Puoi parlare dell’ambiente umano dell’estremo Ponente ligure, punto di partenza di ogni esperienza interiore dei tuoi personaggi? Hai descritto extracomunitari che cercano di varcare clandestinamente la frontiera.

Stranieri del Nordeuropa che si trasferiscono in Ligfuria cercando invano ciò che nei loro paesi d’origine non esiste più,  ma trovano una terra sconvolta dall’abbandono.

FRANCESCO BIAMONTI Non sono competente sociologicamente sulla situazione umana. Cerco di capire le spinte metafisiche che il nostro paesaggio può dare sia a coloro che vi sono nati sia ai nuovi residenti.

Mi chiedo qual è, oltre al clima, il fascino spirituale che attira gli stranieri in questi posti impervi. Tutti sanno che il paesaggio umano in Liguria è sconvolto.

Sulla vecchia popolazione ligure si è sovrapposta una nuova popolazione di immigrati meridionali e di stranieri. Il tessuto sociale è sconnesso. Non esiste un tessuto sociale come in Lombardia o in Emilia.

Anche per questo è difficile fare un romanzo naturalistico e realista. I personaggi sono maniacali e ossessivi. Nelle osterie si incontrano il mendicante e il ricco proprietario.

C’è un’uguaglianza di fatto nelle cose spirituali, non c’è una stratificazione gerarchica della società. Questa libertà è molto affascinante, ma anche disorientante.

C’è un degrado totale della civiltà dell’olivo che è alla sua agonia con i suoi valori e la sua dolcezza, una civiltà che veniva dai greci e dai fenici, mentre una nuova civiltà non si è ancora creata.

Siamo in un interregno, in una fase di passaggio. Il paesaggio è formato da questa mescolanza di terra, rocce, cielo e mare. Per me è utile per dar vita a personaggi dall’animo scosceso con molte crepe interiori.

Geograficamente non so descriverlo: mi soffermo sulle conformazioni che si adattano all’animo umano e che diventano rappresentative di uno stato d’animo. Non descrivo mai il paesaggio in modo oggettivo, ma cerco di coglierne alcuni squarci che servono a caratterizzare la condizione esistenziale degli esseri umani.

Secondo me il personaggio può solo essere ritratto tra queste luci e ombre del finito e dell’infinito, della scissione e dell’inquietudine. Costruire un personaggio che compie una carriera sociale fa ridere. Queste cose le fanno i giornali, la televisione.

Si dovrebbe cercare sempre di più la parte segreta dell’umano che, per chi non ha una teologia positiva, è certamente legata al sentimento della caducità, del carattere frammentario e cosmico della vita, della dimensione infinitamente piccola dell’io.

Si dovrebbe far parlare le cose che circondano gli esseri umani, attribuire a queste cose lo stesso valore dell’uomo che le abita. Poi non sta a me dire in che cosa i miei personaggi si caratterizzino.

Occorre, però, tenere sempre il personaggio legato alla sacralità dell’essere, attraverso ventate di infinito, soprassalti della memoria e della morte, una specie di arcaicità e modernità legate insieme per sfuggire all’universo della banalità.

Non so se ho reso l’idea e se si può rendere l’idea di un’operazione letteraria, che arrovella uno scrittore e che non si può esemplificare. Posso dire come hanno costruito i personaggi gli altri nel passato, ma come li ho costruiti io non posso dirlo, non ci riuscirei se non scrivendo un altro romanzo.

LAURA GUGLIELMI Italo Calvino è cresciuto a pochi chilometri da qui, a Sanremo: la sua produzione narrativa, soprattutto quella degli anni ’40 e ’50, prende spunto da un paesaggio che è simile al tuo.

FRANCESCO BIAMONTI Il rapporto di Calvino con il paesaggio ligure è un rapporto senza dubbio intenso e fertile. Diventa una sorta di autoritratto: non è un descrittore che si attarda minuziosamente a elencare le cose, però le fa vibrare nella pagina.

Della Liguria coglie l’aspetto scabro, luminoso ed essenziale come Montale e Sbarbaro. Per questo si inserisce in quella linea ligure dove il paesaggio diventa aspro paese emblematico.

Ogni modifica a questo paesaggio è dolorosa, anche perché c’è una difficoltà di adeguamento alla creazione di un paesaggio successivo. Calvino non era un poeta pastorale o un letterato nostalgico del passato, ma la violenza della distruzione è stata tale che se ne è sentito offeso e come smarrito.

Quando parlavamo della Riviera, mi diceva sempre che non rimpiangeva affatto di aver venduto Villa Meridiana a Sanremo perché ormai assediata da una giungla di palazzi, però si rammaricava ancora di aver venduto la vigna di San Giovanni a cui il padre aveva dedicato buona parte della sua esistenza e che gli aveva permesso, nelle lunghe camminate per giungervi,  meditazioni intense.

Ricordava la vigna quasi come se si fosse salvata dall’amalgama edilizio successivo. D’altronde era abbastanza pessimista, non è che si illudesse di sottrarre la Riviera ad una volgarizzazione della civiltà di massa.

Un rimpianto tuttavia restava per la Riviera di prima luminosa ed umana. Calvino aveva lasciato la Liguria però la considerava sempre come una terra paradigmatica, con la quale raffrontare le proprie esperienze successive. Non gli piaceva essere sradicato, deraciné.

Gli piaceva avere delle radici in uno spessore storico che ritrovava sempre nelle colline liguri. Quando ha pubblicato Palomar, uno dei suoi libri più interiorizzati, me l’ha mandato con una dedica molto bella:

A Biamonti, con grande amicizia, da Calvino esule su altre rive”.

Vivendo a Roma e a Parigi, provava  un senso di esilio. Della Liguria apprezzava i caratteri di laconicità e di asprezza che ci sono sia nella gente sia nel paesaggio. Così si difendeva dalla Babele morale e linguistica che c’era in quegli anni in Europa. In uno dei suoi saggi più belli, La sfida al labirinto, e anche Nel midollo del leone, il suo carattere di ricerca dell’essenzialità, del punto nodale della realtà, gli veniva, secondo me, sempre da questo ricordo dell’esperienza ligure.

LAURA GUGLIELMI La Francia è la nazione a te più cara. Non a caso “Vento Largo” e “L’angelo di Avrigüe” sono già stati tradotti dall’editore Verdier. Quando è nato il tuo interesse per la letteratura francese?

FRANCESCO BIAMONTI Con la Francia ho un rapporto che parte da lontano: i poeti surrealisti, il simbolismo e l’esistenzialismo.

Però ora la grande Francia sembra essere morta. Anche là prevale il gioco semiologico-strutturalista, che nasconde anch’esso un grande gusto della morte, la convinzione che la civiltà è giunta al suo apice.

Ha, quindi, un aspetto tragico. Ma dietro buona parte della letteratura francese c’è, oggi, l’applicazione sterile di ‘giochetti’ strutturalisti. La concezione moderna della poesia e dell’arte nasce con Baudelaire e giunge fino a René Char, un modello letterario che sapeva sposare il grande intimismo con la passione civile e cosmica.

Ci si sente orfani della Francia, di una cultura che era la sola civiltà dello spirito.  Spero che la letteratura francese ritorni  a “forgiare le parole” sul dolore e sulla sofferenza umana, come un tempo. Anche se potevano apparire cristalline e leggere, erano, però, impregnate del dolore fondamentale della vita, sia in Baudelaire sia nei simbolisti e nei surrealisti. Ora i francesi stanno traducendo molto: speriamo che da ciò nasca un nuovo slancio per la loro letteratura .

LAURA GUGLIELMI La cultura della Spagna è per metà mediterranea: benché i tuoi punti di riferimento siano soprattutto francesi, so che nutri un interesse anche per la letteratura spagnola.

FRANCESCO BIAMONTI Il Novecento letterario europeo ha verso la Spagna un grande debito: tutti noi dall’adolescenza abbiamo letto i grandi poeti spagnoli del ‘900, che è il vero secolo d’oro della Spagna, da Machado a Lorca.

È una lirica protesa verso la fuga metafisica e impregnata della semplicità materiale della vita, dalla madrugada, dall’alba al tramonto, il Quadalquivir, le stelle. Hanno una capacità di grande meditazione legata all’immagine.

Montale, non è esente dell’influenza di Machado nella fuga dalla realtà verso segnali metafisici tardo-cristiani. L’attesa e la visionarietà sono caratteri tipici della letteratura spagnola del ‘900. E forse di tutti i secoli.

Mi piace molto questo lato nobile, da hidalgo, quando diventa grande meditazione morale e spirituale come in Miguel De Unamuno, come in Machado.  Non mi piace il lato “tremendista”, che invece si ripercuote nella letteratura sudamericana, che è stupefacente, ma vuota. Mi piace la Spagna dell’interiorità religiosa e armata.

LAURA GUGLIELMI Negli anni ’80 sono uscite poche opere di qualità in Italia. C’è qualche scrittore italiano contemporaneo che apprezzi in modo particolare?

FRANCESCO BIAMONTI Ci sono due poeti interessanti: Andrea Zanzotto  e Giuseppe Conte. Zanzotto cerca la radicalità nell’inconscio; soprassalti di sogno e di smemoratezza nello stesso tempo. Conte cerca un soprassalto orfico, ha una pietà improvvisa per le cose in cui si imbatte.

Ci sono anche degli scrittori validissimi, come Antonio Tabucchi, che lavorano sull’interiorità. Attraverso i disguidi dei personaggi che hanno appuntamenti mancati, appuntamenti con i morti, Tabucchi fa una ricerca sull’elaborazione del lutto.

Requiem è un libro di una perfezione assoluta: sorvola la musicalità della scrittura e il mondo dei vivi, ma come fosse già inserito nel mondo dei morti. Così è anche in Sostiene Pereira, la storia di un cronista preparatore di necrologi, che improvvisamente si risveglia alla vita.

È il contraltare di Requiem. Forse è l’unico scrittore di prosa italiano da cui traggo delle emozioni. Mi ricorda certa prosa intima francese, una musicalità bianca come viene fuori da certi testi di Leiris e Michaux, scrittori che non scrivono romanzi, ma qualcosa che sta tra l’autobiografia spirituale e l’avventura dell’anima.

Mi piace molto, anche, Erri De Luca, per la crudeltà verso se stesso e per l’assenza di ogni retorica. Non scrive, incide, lascia una cicatrice. È uno scrittore a cui ben si addice la copertina caravaggesca. Ha la stessa malattia e crudeltà del Caravaggio e nella crudeltà una pietà religiosa per gli esseri umani.

Questo saggio-intervista è uscito in inglese e spagnolo nel 1995, su una rivista culturale spagnola “El Guia. Ars mediteranea”.

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