Ho fatto una passeggiata urbana immaginaria a Sanremo mentre Italo Calvino mi teneva per mano. È stata pubblicata nell’antologia “La regale marginalità”, curata da Marino Magliani e Stefano Costa. È uscita nel maggio del 2017 per Fusta Editore. Volete visitare Sanremo con gli occhi di Italo Calvino? Seguitemi in questo lungo trekking urbano

Italo, vorrei raccontarti quanto mi hai aiutato a vedere la città dove sono nata con occhi diversi. Sanremo dove sei cresciuto anche tu. La nostra cittadina di Riviera già covava negli anni Quaranta del secolo scorso, quando eri adolescente, un’estraneità che ti ha fatto fuggire via. Non sei ritornato dopo l’università. Anche a me è capitata la stessa cosa, negli anni Ottanta.
Ho incontrato per la prima volta la tua scrittura nel bosco di parole del Barone rampante, leggendo l’edizione per bambini di questo tuo romanzo stupefacente, che mi ha messo voglia di scappare di casa, proprio come ha fatto Cosimo, Barone Piovasco di Rondò, per poi vivere sugli alberi. Nessuna maestra, però, mi ha suggerito che stavi descrivendo, con il cuore dolorante per i violenti cambiamenti, il paesaggio dell’entroterra del Ponente Ligure, le sue specie botaniche, i fiori e gli alberi, che avevi imparato a conoscere perfettamente da tua madre Eva e da tuo padre Mario.

«D’int’ubagu», dal fondo dell’opaco io scrivo.

Questa tua frase mi rimbomba nella testa ogni volta che, con le scarpe da trekking ai piedi, cammino nei sentieri dell’entroterra, che tu hai percorso da partigiano, o con tuo papà Mario per andare a caccia. Triora, Molini, Realdo, Pigna, Castelvittorio, solo per citarne alcuni.

L’alba andava scoprendo i colori, a uno a uno. Prima il rosso delle bacche, dei tagli zonati sugli alberi di pino. […] Poi l’azzurro: quello urlante del mare che assordò tutto e fece restare pallido e timoroso il cielo. La Corsica sparì bevuta dalla luce, ma tra mare e cielo il confine non si quagliò: rimase quella zona ambigua e smarrita che fa paura guardare perché non esiste.

Una descrizione che ho imparato a memoria, sai che sono stata a Castiglione della Pescaia, dove sei sepolto, e ho visto la Corsica dall’altra parte?
Ma cos’è l’opaco, per te?

Il fondo dei torrenti irti di canne, le valli che s’inarcano a gomito, il succedersi di contrafforti della catena montagnosa parallela alla costa, dove il verde si incupisce.

La vera Liguria, come mi hai insegnato bene. Dove il barone rampante salta di ramo in ramo, dopo essere scappato dalla casa paterna. In sintesi la Liguria, quella vera, è composta da quei luoghi che non si offrono mai al sole, verticali, danteschi, dove non si può speculare, dove non si possono costruire condomini o serre.

L’opaco non è altro che il rovescio del mondo.

Quanti ne hanno tirato su di questi palazzoni orribili, negli anni Cinquanta e Sessanta. La definizione Speculazione edilizia l’hai inventata tu.

Quel sovrapporsi geometrico di parallelepipedi e poliedri, spigoli e lati di case, di qua e di là, tetti, finestre, muri ciechi per servitù contigue con solo i finestrini smerigliati dei gabinetti uno sopra l’altro.

La giungla di cemento che ancora oggi fa bella mostra di sé, in via Martiri della Libertà, in via Pietro Agosti e in via Galileo Galilei. Solo per citarne alcune. Orribile, Italo. Hanno distrutto il nostro territorio, la nostra Sanremo.

Una cittadina che profumava di fiori d’arancio e di vaniglia, assopita nei suoi giardini di palme e immersa nei boschi di ulivi

come descriveva Matilde Serao, nei primi anni del Novecento. Una Sanremo che tu hai visto, conosciuto e amato, una Sanremo che è stata rubata alla mia generazione.
Dopo che ho letto Il barone rampante a dieci anni, sei sparito dal mio orizzonte. Sei riapparso, con prepotenza, quando ho seguito il corso di Giuliano Manacorda alla Sapienza di Roma. Sono rimasta colpita quando ho capito, tutt’a un tratto, che il paesaggio, la vegetazione, gli alberi dove ha vissuto il barone rampante, facevano parte della tua infanzia, li avevi scolpiti dentro. Ed erano alle spalle della nostra città. Nel frattempo ero diventata una grande viaggiatrice, trascorrevo mesi a girovagare per l’Europa da sola, e le cose avevano assunto una prospettiva diversa. Sanremo non era più il centro del mio mondo.

Mi sono buttata a capofitto dentro i tuoi romanzi e racconti, cercando di identificare quei luoghi che conoscevo bene. Sono entrata nel tuo labirinto narrativo, che mi ha tenuto prigioniera per anni. Il tuo modo di percepirli era anche il mio, mai nessuno li ha portati alla luce così nitidamente come te, né prima né dopo.

Dopo la morte di mio padre Gino – che a Sanremo ricordano ancora per come cercava di salvaguardare la memoria storica dei luoghi e dei personaggi che li avevano attraversati – rovistando in un baule trovai delle fotografie antiche della città, ed ebbi un’intuizione. Perché non ricostruire, attraverso i tuoi testi e le fotografie di mio papà, il paesaggio scomparso che non avevo mai visto, il tuo, il vostro paesaggio?

Così è nata l’idea della mostra Dal fondo dell’opaco io scrivo, che ho portato in diversi Paesi del mondo, tra cui New York, una città che tanto hai amato: è piaciuta a tua moglie Chichita e anche a Giovanna tua figlia, che erano all’inaugurazione. Ero così impaurita del loro giudizio. Giulio Einaudi, la prima volta che l’avevo esposta – eravamo a Villa Hanbury – mi aveva sgridato: C’è troppa roba in poco spazio, mi aveva detto. Così l’ho resa più scabra ed essenziale. Però in qualche modo è stata una follia riportare in vita il paesaggio dei tuoi libri.

Perché, è vero, Sanremo continua a saltar fuori nei miei libri, nei più vari scorci e prospettive, soprattutto vista dall’alto, ed è soprattutto presente in molte delle Città invisibili.

Prendimi per mano, andiamo a passeggio per le strade di Sanremo, nei carruggi della Pigna, arriviamo fino al porto a guardare il mare insieme. Fammela vedere con i tuoi occhi, dai!

Il mondo di cui sto parlando ha questo di diverso, uno sa sempre dove sono il levante e il ponente in tutte le ore del giorno e della notte.

L’orientamento iniziale che ti ha condizionato tutta la vita, vero?

Il mio orientamento è con la faccia in direzione del mare, il che in Liguria equivale a dire che volta al monte le spalle.

Ora cominciamo la nostra passeggiata

Da piazza Nota a corso Matteotti

Siamo in piazza Nota, una targa ricorda che in questo edificio hai frequentato il liceo, eri compagno di classe di Eugenio Scalfari. La targa racconta anche che sei stato partigiano, infatti hai scritto uno dei più bei romanzi sulla Resistenza, Il sentiero dei nidi di ragno, ambientato soprattutto nella Pigna, la città vecchia. E riporta un tuo scritto:

Vissuto a Sanremo fino a vent’anni in un giardino pieno di piante rare ed esotiche […] combattei coi partigiani nelle Brigate Garibaldi […] negli stessi luoghi che mio padre mi aveva fatto conoscere fin da ragazzo. Così approfondii la mia immedesimazione in quel paesaggio e vi ebbi la prima scoperta del lancinante mondo umano. I.O. Da Ritratti su misura, 1980.
Ora stiamo scendendo le scale, proprio dove c’è la tua targa. Attraversata piazza Eroi sanremesi e percorsa via Faraldi, stiamo svoltando a destra in corso Matteotti, dove c’è ancora il cinema Centrale. Ora siamo seduti in questa sala ristrutturata, quanti pomeriggi hai trascorso dentro queste mura, invece di studiare. Eri affascinato dalle immagini del grande schermo, dalle storie che venivano da lontano. Ti incantava quella cupola che si apriva durante l’intervallo, per mostrati spicchi di cielo.

Ci sono stati anni in cui andavo al cinema tutti i giorni e magari due volte al giorno, ed erano gli anni tra diciamo il Trentasei e la guerra, l’epoca della mia adolescenza. […] Ogni giorno, facendo il giro della via principale della mia piccola città, non avevo occhi che per i cinema. […] E anche il fascismo, in una località dove la dimensione di massa dei fenomeni non si coglieva, era […] un film di cui avevo perduto l’inizio e di cui non sapevo immaginare la fine.

Dal Casinò alla Passeggiata Imperatrice e poi al Porto Vecchio

Siamo al Casinò, ne hai parlato tante volte nei tuoi testi: in uno in particolare te la sei presa con il malaffare che portava in città. Una rovina quel Casinò, per tanti. Anche per Tommaso Landolfi, schiavo del gioco. Si era trasferito a Sanremo perché non poteva star lontano dalla roulette.
A due passi: la Passeggiata Imperatrice. C’è una foto che ti riprende mentre sei seduto su questa panchina, insieme ai tuoi compagni di scuola. Di pomeriggio tardi passeggiavate anche lungo corso Vittorio, ora Matteotti. La banda, così vi eravate soprannominati, si incontrava al Caffè Torino, dove giocavate a biliardo. Eugenio Scalfari si ricorda bene di quel periodo, ne ha parlato più volte sul suo giornale e nel libro La sera andavamo in via Veneto.

Chissà cosa avevi in testa, chissà se te lo immaginavi che pochi anni dopo avresti dato vita al tuo primo romanzo, pubblicato poi da Giulio Einaudi. Siamo seduti su questa panchina di corso Imperatrice, qui Sanremo non è così rovinata. È quasi come ai tuoi tempi, l’Hotel Royal è rimasto quasi uguale, col suo rigoglioso giardino, e anche la statua della Primavera è sempre la stessa. Lì sotto, al posto della ferrovia c’è la pista ciclabile. Ti manca il rumore del treno? È il treno che sferragliando ti ha portato a Torino, dove sei stato assunto all’Einaudi. Ora passa a monte, sotto una lunghissima galleria.

Andiamo verso il porto vecchio, imbocchiamo il sottopassaggio, eccoci su Lungomare Italo Calvino. Ci hanno messo un po’ i tuoi concittadini a dedicarti questa strada, ma poi è successo. Ti piace questo posto, quale altra strada avresti voluto ti dedicassero? Un carruggio della Pigna, vero? Non mi rispondi?

Ti ricordi quando hai visto sorgere l’alba sul molo, dopo la prima notte che hai trascorso fuori casa? È sempre stato il mio punto preferito per scrutare la città, è bella e accogliente Sanremo, spiata nell’intimo dalla punta del molo, da qui si vede anche la Pigna, dominata dal Santuario della Madonna della Costa, di cui parli ne La strada di San Giovanni.

Ci sto bene qui con te. Fermiamoci quanto vuoi, io non ho fretta, non devo andare da nessuna parte. Sto cercando di vivere la nostra città insieme, tante volte ho cercato di interpretarla con le tue parole, ora che sei qui non mi lascio scappare un’occasione così importante. Erano anni che aspettavo di incontrarti – ti avevo visto solo una volta a Roma – ho tanto frugato nei tuoi testi e nei tuoi luoghi che mi sento quasi un’intrusa.

Italo spiavi la città da Villa Maridiana

Ragazzo solitario, trascorrevi ore a guardare Sanremo e questo mare, anche dal terrazzo di villa Meridiana, ma il porto da lì non si vedeva.

Era nascosto dall’orlo dei tetti delle case alte di piazza Sardi e piazza Bresca, e ne affiorava solo la striscia del molo e le teste delle alberature dei battelli.

Erano gli anni Trenta. Per te questo porto era più di un semplice approdo per i battelli.

Era già i porti di tutti i continenti.

La tua vocazione era quella di partire, di girare il mondo. Sanremo e la sua apertura verso il mare ti avevano fatto crescere con questo desiderio. Come è successo a molti altri liguri.

Io amo New York e l’amore è cieco. Qual era il miglior modo per raggiungerla? Con la nave […] Ecco, all’orizzonte che schiarisce, tra le luci d’una sparsa costa, come una montagna che prende forma. E a un tratto è stato tutto giusto, non si poteva arrivare che così.

Erano i primi anni Sessanta.

Ora eccoci in corso Nazario Sauro, piazza Sardi, piazza Bresca, via Gaudio, corso Matteotti, lì c’è palazzo Borea d’Olmo, con l’elegante facciata barocca. E poi piazza Colombo, via Garibaldi e via Pallavicini. Svoltando a sinistra in via Volta, ecco salita San Pietro: poco più su, c’è il cancello di servizio di villa Meridiana, dove sei cresciuto, e dove hai cominciato a osservare il mondo. Tutti i pomeriggi da adolescente prendevi appunti.

Libereso, il giardiniere di tuo papà

Uno dei tuoi primi racconti, ricordi, è proprio Un pomeriggio, Adamo, dove parli del giovane giardiniere Libereso – allievo di tuo papà Mario – che scorrazzava per il giardino, imparando cose preziose che gli sono servite nella vita. Lo hai immortalato mentre cercava di regalare una biscia a Maria-Nunziata, la cameriera calabrese appena assunta da mamma Eva.

Il nuovo giardiniere era un ragazzo coi capelli lunghi, e una crocetta di stoffa in testa per tenerli fermi.

«Sono diventato quello che i genitori avrebbero voluto diventassero i figli – mi ha raccontato Libereso – Italo osservava tutto ciò che succedeva e poi scriveva. L’ho capito quando, alla fine degli anni Quaranta, mi sono ritrovato in un suo racconto. Maria-Nunziata era stata appena assunta e io, per chiamarla, mi sono messo a tirare i sassolini contro la finestra della cucina. Lei era timida ma poi l’ho convinta a scendere in giardino.» Era un folletto, Libereso.

Arriva la speculazione edilizia

Un parco meraviglioso circondava la vostra villa, una Stazione Sperimentale per la Floricoltura, dove i tuoi genitori avevano ambientato piante di tutto il mondo. Negli anni Cinquanta se lo sono portato via i palazzoni, quel parco, e tu hai anche scritto un romanzo, La speculazione edilizia, raccontando la disperazione e la tristezza di tua mamma, le avevano rubato angoli segreti del suo giardino.
Nel romanzo hai preferito indicare Sanremo con degli asterischi piuttosto che scriverne il nome. Paradossalmente non l’hai mai nominata in nessuno dei tuoi racconti. È dal filo della tua scrittura, dalle cose e dalle persone descritte che si capisce che stai parlando di Sanremo.
Quinto, un intellettuale che vive a Milano, ritorna a Sanremo per aiutare la madre a vendere parte del parco della villa di famiglia. Devono vendere perché non hanno abbastanza liquidi per pagare un’imposta sulla proprietà. Il padre è morto da poco. Nel racconto, l’impresario Caisotti, una strana figura di ex-partigiano, diventato ora un arruffone dell’edilizia, costruisce un orribile palazzo nel giardino della villa, abbattendo una serra contenente piante importate da tutto il mondo. Non si fa fatica a riconoscerti, Italo, anche se ti nascondi sotto il nome di Quinto. Tutte le vicende narrate sono simili a quelle che hai vissuto tu, come mi ha confidato l’avvocato Dian che si riconosce in uno dei tuoi personaggi del romanzo, l’avvocato Canal.

La Strada di San Giovanni

Perché siamo qui ora, di fronte al cancelletto di servizio, invece che dall’altra parte, in via Meridiana, dove c’è l’entrata principale? Perché da qui, da questo piccolo cancello partiva un mondo, l’altro mondo, quello dell’entroterra, La strada di San Giovanni come l’hai chiamata tu che, attraverso via Borea, via Dante Alighieri, e la mulattiera di San Giovanni, portava all’orto che tuo papà coltivava con passione. Obbligava te e tuo fratello Floriano a svegliarvi d’estate alle sei di mattina per andare ad aiutarlo, per poi portare a casa le ceste di frutta e di verdura. Lo so, non ti piaceva a quell’età.

Ero attratto dalle luci della città, il resto per me era spazio bianco, senza significati. I segni del futuro mi aspettavo di decifrarli laggiù da quelle vie, da quelle luci notturne che non erano solo le vie e le luci della nostra piccola città appartata, ma la città, uno spiraglio di tutte le città possibili.

Due strade che divergevano, inconciliabili per te da giovane, ma che, in seguito, da adulto, trovano una loro armonia narrativa. Non sei voluto diventare un agronomo come Mario e neanche un botanico, come Eva.

Sono figlio di scienziati […] entrambi professori universitari. Tra i miei familiari solo gli studi scientifici erano in onore; […] mio fratello è un geologo, professore universitario. Io sono la pecora nera, l’unico letterato della famiglia.

Però quella disciplina nordica, quello svegliarti all’alba – lo devi ammettere – ti ha inculcato il rigore che si ritrova nella tua scrittura.

Guarda l’Ospizio Giovanni Marsaglia e il Palais d’Agra, si incontrano ancora sulla Strada di San Giovanni, sono quasi come ai tuoi tempi. In quella casa di riposo però sono successe delle brutte cose negli ultimi anni, anziani picchiati, legati, maltrattati, ma tu avevi già previsto tutto questo, vedevi già allora i germi del profondo malessere della nostra città. In via Dante Alighieri, per consolarti, c’è ancora la casa di Libereso, ormai morto anche lui, purtroppo.
Sono felice di camminare insieme a te sulla Strada di San Giovanni, anche se ora è complicato raggiungere l’orto – è tutto diverso, vero? – perché il territorio è stato stravolto, stradine asfaltate di qui, il torrente coperto di là. Io la conosco bene questa strada, ci so arrivare alla tua campagna, l’ho fatta una volta con Libereso, me l’ha insegnata lui, tanti anni fa.
Siamo arrivati all’orto, eccolo, è proprio lì con i piloni dell’autostrada conficcati nelle sue viscere. Lo so che ti emoziona vederlo, lo so che la tua poetica ha molto a che fare con questi luoghi, lo so che la tua scrittura sgorga dagli anfratti nascosti di questo paesaggio.
Non dici niente?
Torniamo alla tua villa, all’ingresso principale, è al numero 82 di via Meridiana. Sbircia nel cancello, guarda com’è ridotta, lo so, è terribile, non è rimasto quasi niente del parco di acclimatazione di piante tropicali. La villa l’hanno dipinta di rosa e suddivisa in monolocali. Guardare indietro, al tempo trascorso, può essere doloroso, ma tu sei stato capace di ribaltare questo scempio e farlo diventare narrativa, hai scritto romanzi, racconti, lettere, saggi, brevi cenni autobiografici che hanno letto milioni di persone. Questa villa è immortale, la Sanremo dei tuoi tempi è famosa nel mondo, l’entroterra continua a vivere bello e florido, com’era. Grazie alla tua scrittura.

Le scuole di Via Volta

Proprio vicino a villa Meridiana ci sono ancora le scuole medie – in via Volta. Nelle Notti dell’Unpa, narri della tua prima notte fuori casa. Sei in compagnia di Biancone – che nella realtà era Duilio Cossu, tuo compagno di scuola – già abituato alla Sanremo notturna. Con la scusa di sorvegliare le scuole di via Volta in caso di incursione aerea, hai avuto il permesso di dormire fuori casa. Avete passato la notte cercando di divertirvi e facendo scherzi. Poi racconti che non te la sei sentita di seguire Biancone dalla Lupesco del vicolo e concludi la notte da solo al porto, percependo la pesantezza del momento storico:

Avrei voluto che da quelle case, da quei tetti, da quella muta prigione (la prigione di Santa Tecla n.d.r.), qualcosa che fermentava nella notte s’alzasse, si svegliasse, aprendo un giorno diverso.

Oppure che tristezza quando sei andato a Mentone con gli avanguardisti, che hanno svaligiato le case dei cugini francesi oltre frontiera, che vergogna, vero? Hai scritto un racconto mirabolante su quella vicenda.

La magica Pigna, infine

Andiamo alla Pigna, ora. Le senti ancora le urla del tuo Pin, che rompe le scatole a tutti gli abitanti del carruggio? Geniale far diventare questo ragazzino svitato, con una sorella prostituta, il protagonista del tuo romanzo partigiano, Il sentiero dei nidi di ragno.

Tutto doveva essere visto dagli occhi d’un bambino, in un ambiente di monelli e di vagabondi. Inventai una storia che restasse in margine alla guerra partigiana, ai suoi eroismi e sacrifici, ma nello stesso tempo ne rendesse il colore, l’aspro sapore, il ritmo.

Un personaggio indimenticabile, il libro del tuo esordio è ambientato tra l’entroterra e le vecchie e acciaccate mura della Pigna. In quel tuo primo romanzo, come hai scritto tu stesso, c’è già tutta la tua poetica.
Eccoci in via Romolo Moreno, ora saliamo per le Rivolte di San Sebastiano, per raggiungere piazza dei Dolori. La nostra passeggiata finisce qui. Nei tuoi posti, dove non batte quasi mai il sole, luoghi che non destano l’interesse degli speculatori.
Si sta bene qui. Potremmo mangiare in quella trattoria! Altro che il Casinò o lo struscio di corso Matteotti, altro che le palme della passeggiata che neanche ti piacevano.

Italo, la scrittura è ancora in grado di salvarci?
Italo, cosa ne pensi della letteratura di oggi, del Web, di Facebook?
La ami ancora la nostra Sanremo, o non ti ci riconosci più per niente?
Cosa provi a tornare in questi luoghi?
Non mi rispondi più?
Sono anche andata dove sei sepolto: Italo, mi senti?

 

Leggete anche l’intervento su Italo Calvino che ho fatto nel 1999 sul catalogo della mostra da me curata per la New York University

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