Sono tre anni oggi che è morto il politologo e storico Giorgio Galli.

È da poco uscito un volume con diversi interventi, “Per Giorgio Galli” a cura di Maria Grazia Meriggi, edito da Biblion, che ne traccia il profilo attraverso undici saggi e quattro «ricordi».

Giorgio Galli, chi era

È stato per tanti anni professore di Storia delle dottrine politiche all’Università degli Studi di Milano, dedicando gran parte dei suoi lavori all’analisi del sistema politico italiano. Aveva un interesse particolare per il connubio tra storia ufficiale ed esoterismo.

Ha a lungo analizzato le radici “magiche” o irrazionali che concorrono ad alimentare l’adesione di massa alle ideologie politiche di natura totalitaria. Ha anche denunciato la sproporzione e l’asimmetria tra il «potere dei governi degli Stati e il potere trasversale dell’economia», segnalando lo svuotamento della rappresentanza parlamentare.

Per circa trent’anni ha collaborato al settimanale Panorama. Teneva una rubrica su Linus, intitolata “Le divergenze convergenti”. Su Wikipedia sono indicati i titoli di ben 87 sue opere.

Per noi, Giorgio Galli, è stato soprattutto un amico. Per questo voglio pubblicare una cosa che ho scritto per lui nel 2008, quando ha compiuto 80 anni. I suoi amici hanno raccolto testimonianze tra gli intellettuali e amici di diverse generazioni, per il libro “Su per Giorgio”, edito da Baldini Castoldi Dalai.

Grazie Giorgio per come sei

Giorgio Galli, quando mi vieni in mente, penso a un folletto gentile che cammina senza farsi sentire, attraversando il mondo con leggerezza. Tu, che alla magia hai dedicato tanti saggi.

Ti ringrazio per la tua attenzione verso i giovani, per come li stimoli, per come li ascolti: ci siamo conosciuti che ero poco più che trentenne e ti ho sempre sentito curioso e interessato al mio lavoro e a quello di Cesare Viel, il mio compagno.

Per i tuoi magnifici ottant’anni, mi è venuto in mente di dedicarti quel mio racconto che hai letto tanti anni fa, quel­lo che ti era piaciuto di più di tutta la raccolta. Forse non è un caso che sia l’unico ancora inedito. Sono qui a chieder­mi perché proprio quel racconto ti aveva colpito.

Giorgio Galli sempre dalla parte degli ultimi

Ora il motivo mi pare chiaro: Giorgio Galli da sempre stai dalla parte di chi subi­sce, così come dimostri nelle tue lucide analisi politiche, così come viene fuori da tutti i tuoi scritti. Sei un protagonista di quell’Italia sana, democratica, che non scende a compromessi, quell’Italia che per il momento ha perso. Stai dalla parte dei più deboli, dei dimenticati, dei ri­mossi dalla Storia, vivi libero da facili schemi e ideologie.

Nell’estratto del racconto che ti dedico con affetto, un giornalista affermato, un ex sessantottino arrogante, entra in una caserma di provincia per denunciare il furto di un re­gistratore che contiene un’importante intervista.

Trova un carabiniere giovane appena assunto, un ragazzo timido e sprovveduto, e lo maltratta, com’è abituato a fare nella vita di tutti i giorni con i suoi collaboratori. Una situazione ri­baltata, dove un ex-compagno che ora ha cambiato bandie­ra tortura psicologicamente un carabiniere.

In Italia di in­dividui così, che saltano sui carri dei vincenti, persone sadi­che e arroganti, ce ne sono anche troppi. Forse quel cara­biniere vittima e quel giornalista torturatore ti hanno ricor­dato, con amarezza, un’Italia alla quale tu non sei mai ap­partenuto e contro la quale hai sempre cercato di gettare uno sguardo lucido, rendendoci tutti più coscienti. È così?

LA FINE DEL CAPO REDATTORE

Marco piomba in macchina, accende il motore, parte in quarta senza accorgersi che il suo redattore è rimasto fuori, impalato, nel posteggio dell’albergo vicino al mare. In quell’intervista ci sono dichiarazioni mica da poco, e poi non ha neanche preso appunti. È da tanto che non ne prende più. Si sente sicuro di sé. Sono ormai anni che nessuno gli dà più fastidio, è diventato uno di quelli che contano.

Un tempo era scrupoloso. Cose così non gli capitavano. Cazzo! Quelle dichiarazioni, la presidente, aveva scelto di farle a lui. Beh, forse non è un problema così grave. Scriverà l’articolo ricordandosi l’intervista a memoria. Tanto nessuno gli rompe più le palle per quello che fa anche se sbaglia. Però, un salto dai carabinieri è meglio farlo comunque. Da quant’è che non mette il naso in una caserma! Saranno passati più di vent’anni.

Da una caserma all’altra

Odore di pitosfori, una cascata di vigne. I rami contorti degli olivi si fanno strada a fatica per rubarsi spicchi di sole. Sembra una vecchia cascina la caserma immersa nel sole. Sale le scale della mulattiera piena di cespi d’erba che si ostinano a crescere tra una pietra e l’altra. Suona il pulsante di fianco al cancello. Ben diversa dalla caserma dove era finito più di una volta, quasi venticinque anni fa. Quella sì che era una caserma minacciosa e imponente. Dopo un po’ la porta si apre e sbucano due occhi azzurri, incastonati in una faccia imberbe.

“Desidera?”

Marco sale la scalinata e porge la mano al ragazzo che non avrà neanche vent’anni. Il giovane carabiniere lo squadra. Forse già capisce che è uno che conta o forse no, non ce l’ha mica scritto in faccia che è il caporedattore di un quotidiano importante. Però ormai dovrebbero riconoscerlo da quando va spesso in televisione. Il carabiniere lo guida in quell’antro oscuro,

Dall’altra parte del corridoio Marco intravvede mutande e biancheria sparsa sullo stenditoio. Questa caserma sembra l’abitazione di una famiglia modesta. L’odore di minestra gli entra nei polmoni. È arrivato finalmente nell’ufficio. Muri scrostati, tavolaccio di legno e un computer. Il ragazzo gli chiede cosa è gli è successo. Marco ha già capito che sarebbe più facile scoparsela la presidente che ritrovare il suo registratore, ma sta al gioco. Non è uno che torna indietro e poi, dopo tanti anni, fare la parte del capo in una caserma non gli dispiace mica. Perché non approfittarne?

Un carabiniere alle prime armi

“Sa, non è facile ritrovare la merce rubata. Poi, di stereo nelle macchine ne rubano tanti. Non bisognerebbe mai lasciarli in macchina.”

“Guardi che si sbaglia. Non mi hanno rubato lo stereo, ma un registratore molto costoso. Ma dei soldi non me ne frega un cazzo. Io sono un giornalista e non certo alle prime armi. E su quel maledetto registratore c’era un’intervista importante. Molto importante. Di una persona che lei non può neanche immaginare!”

Mi lasciano qui solo in caserma perché sono l’ultimo arrivato. Questo mi sembra un pazzo. Che devo fare? Dice parolacce. Non si dovrebbe permettere. Ma se è uno che conosce persone potenti poi me ne dicono di tutti i colori. Perché mi deve trattare così? Mica gliel’ho rubato io il registratore. Come mi devo comportare adesso? Faccio subito il verbale, così se ne va. E io che pensavo che in questo paese di villeggianti fosse facile fare questo mestiere. In pochi mesi mi sono già capitati tre omicidi, una violenza carnale e settantadue piccoli furti. E oggi questo qui!

“Senta, lei mi deve trovare questo registratore a tutti i costi. Faccia perquisire le case di tutti i tossici della zona, i garage, gli scantinati. Ma perché parlo con lei che non mi pare proprio abbia un’aria sveglia. Dov’è il maresciallo?”

” È sceso in paese perché doveva sbrigare alcune cose.”

Marco si sente a suo agio. Si diverte come un matto. Sta trattando un carabiniere come fa tutti i giorni con i suoi giornalisti, segretari, collaboratori, con le sue donne, sua moglie, le sue aspiranti amanti. Batte l’anello sul tavolaccio di legno per innervosire il ragazzo. Proprio come ha fatto una notte intera il maresciallo con lui, in quella caserma, venticinque anni fa, quando l’hanno beccato mentre lanciava sampietrini contro le Jeep della celere.

Lo vuole torturare quel ragazzo, è mezzo scemo, lo si vede dai lineamenti, dallo sguardo, dal modo di respirare, che è scemo. Come tanti suoi redattori che è stato costretto ad assumere, raccomandati da quello e da quell’altro. Con loro si diverte! Cazzo se si diverte ad umiliarli! Li fa scrivere e poi non pubblica gli articoli. Li fa sudare come negri. Li manda affanculo. Le donne, quelle troie che si fanno scopare per fare carriera, se le fa e poi ciao. Non è sempre stato così, no, questo no.

Una carriera di tutto rispetto

Quindici anni a leccare il culo a destra e a manca. Tempi duri. Ma ora è intoccabile. Uno dei pochi che si può permettere quasi tutto. Quando gli sono crollati gli appoggi giusti, con quella maledetta maretta politica, ne ha subito trovati degli altri. È un furbo lui. Di quelli che sanno sguazzare bene.

Dalla soffitta di studente in Canneto il lungo alla villa sul mare a Nervi, in soli dieci anni. Era stanco del centro storico, dei finti poveri alternativi, dei poveri veri, degli intellettuali con il naso all’insù, degli aristocratici con le case patrizie che cadevano a pezzi, delle puttane sbilenche, dei tossici a palpebre su e giù, della polizia, dei commercianti incazzati, delle vecchiette scippate della minima, delle grondaie pendenti, delle macerie sporgenti, delle cacche, cacchine, cacchette, a stronzo lungo, tondo, a spruzzi e a schizzi, delle vomitate di spaghetti o riso al burro. E poi, dei marocchini inferociti arrivati solo per rompere i coglioni. Oltre alla casa di Nervi, anche un attico a Milano, la città dove lavora. E odia gli esseri volgari, come questo carabiniere venuto da chissà quale paese di provincia.

Marco si sente asfissiare dall’angolo umido del muro, dalla finestra con il vetro rotto, dalla sedia che cigola, dagli occhi tonti del giovane uomo che gli sta davanti e che viene da un piccolo paese di collina del nord-est. La madre è sicuramente anziana, grassa e con le vene varicose, il padre spenderà metà della pensione al bar. E lui spedisce lo stipendio a casa. Marco si sente un carnefice. Quanto gli piace quella parte! Stare da quella parte. Si diverte proprio.

Ricordi dal passato

Anche quando faceva politica. Mica ci credeva lui alla rivoluzione. Bastava ci credessero gli altri, e lui si divertiva a far casino, lanciare molotov, picchiare celerini e fascisti. Scappare per le strade della sua città, con la polizia alle calcagna che in quel labirinto non riuscivano mai a prendere nessuno.

Sfidare tutti, suo padre, sua madre, Dio e i professori. E poi era un leaderino e si scopava tutte le compagne. C’era andato secco lui con l’amore libero. E poi, quel giorno che le femministe l’avevano preso in gruppo e lo avevano picchiato. Ne aveva messa in cinta una e l’aveva mandata al diavolo. Calci nelle palle, cinghiate sulla schiena, le bastarde!

Abitavano anche loro in Canneto il lungo. Lo conoscevano bene, spiavano i suoi movimenti. L’avevano bloccato mentre apriva il portone, l’avevano trascinato nell’atrio e ridotto a un ammasso di carne dolorante. Poi l’avevano lasciato lì, in mezzo alla polvere. Neanche la puttana del primo piano era scesa a vedere cosa stava succedendo. Si era tirato indietro in tempo, quando il gioco si faceva duro. Mica voleva lasciarci la pelle o finire in una sudicia galera.

Un dialogo tra sordi

“Ma perché accendi il computer ragazzino?”

“Faccio il verbale, signore”

“Vammi a cercare il registratore, piuttosto. Se non ti muovi subito, ti faccio fare rapporto, ti faccio trasferire”

“Sono solo in caserma non mi posso muovere”

Ma guarda cosa mi doveva capitare, oggi. Non so che pesci pigliare. Ed è vero che il computer non lo so usare bene. Neanche me l’hanno insegnato. Ma come lo tengo a bada, questo? Speriamo arrivi il maresciallo, il collega Pagani. Mi fanno lavorare a me, e loro se ne vanno in giro per il paese. E se adesso questo vede che non so usare il computer? Vedo già il rapporto contro di me.

“Accendi il computer e sbrigati”

“Sissignore”

“Così mi faccio due risate”

“Cos’ha detto, scusi?”

“Niente, non preoccuparti, accendilo ‘sto maledetto computer”

“Non le pare che…”

“Mi pare cosa?”

“Non mi sembra il caso…”

“Cosa non ti sembra?”

“Sa, di solito la gente…”

“La gente cosa?”

“Io sono un carabiniere e …”

“Allora?”

Maledetto verbale

Il ragazzo accende il computer e comincia a chiedere i dati. Marco lo guarda eccitato, come un cacciatore che ha appena visto una volpe schizzare fuori da un cespuglio. Non fa neanche un errore il ragazzo mentre scrive i dati. Marco spia lo schermo in attesa.

“Mi può spiegare i fatti?”

“Scrivi, che ti detto. Nella notte del 21.04.02, ignoti… Guarda che stai sbagliando hai scritto ignti. Come se scrivessi idiota senza la o. Suona male idita no? Così suona male anche ignti. Lo senti? Hai orecchio? Senti bello, forse è meglio che ti spiego cosa mi è successo e poi tu fai il riassunto, capito? Mica ti devo insegnare io il tuo mestiere”

“Ma non le pare che…”

“Mi pare cosa?”

“Niente”.

Marco spiega cosa gli è accaduto e il carabiniere scrive. Quando il racconto è finito, Marco con uno sguardo feroce lo afferra per una spalla, lo fa alzare e si siede di fronte allo schermo del computer.

 Legge ad alta voce: “Nella nottata… ma che nottata, io ti ho detto notte. Notte hai capito? Aspetta che correggo. Tu nel mio giornale non potresti neanche lucidare le scarpe alle donne che fanno le pulizie. Sei una bestia. Nella notte del 21.04.02, ignoti malfattori, asportavano… Non ci va la virgola tra soggetto e verbo. Ignorante! Pago un sacco di tasse anche per te. Lo sai? E tu vuoi fare il carabiniere.

Non hai neanche un diploma di terza media! Già alle elementari i bambini sanno che tra soggetto e verbo non ci va nessuna maledetta schifosissima virgola. ignoti malfattori asportavano dall’autovettura modello RENAUL CLIO. Cazzo! Ci vuole la t. Si dice Renò, ma si scrive Renault. Analfabeta! Quante volte avrai letto la parola Renault, quante? Cretino! Ma certo, tesoro, se non sai l’italiano, come cazzo fai a conoscere il francese? targata R.S.M. 4692809, che era parcheggiata regolarmente nel parcheggio a pagamento. Che linguaggio! parcheggiata nel parcheggio! Che ricchezza di vocabolario! Sei un genio. Un fottutissimo genio.

La tua mamma sarà contenta di te. La tua povera vecchia, grassa e sfatta mamma sarà felice per il suo piccolo genio. Ti assumo nel mio giornale. che si trova vicino al albergo delle Palme, nessuno ti ha mai insegnato cos’è l’apostrofo vero? Ma che cazzo sto a perdere tempo con te! Mi dovresti pagare fior di quattrini. E poi tutte queste subordinate: un che poi un altro che. Che cazzo! un registratore professionale di cui non ricordo la marca, il registratore conteneva una cassetta con registrato un’intervista, dopo marca ci va il punto. Non ti accorgi che c’è un periodo diverso? un’altra frase? Ma di che cazzo vuoi accorgerti? Sei un subumano, non ti rendi neanche conto di essere al mondo tu.

Tuo padre era probabilmente già rincoglionito e alcolizzato prima di concepirti. mi accorgevo che l’autovettura non c’erano segni di danneggiamento. Basta sono esausto. Sei un verme schifoso. Nell autovettura, deficiente.”

Tutte le cose finiscono

Il giovane carabiniere afferra la pistola e la punta alla tempia del giornalista che sta riempiendo ancora la stanza di parole.

“Mi segua”, dice secco il carabiniere.

Marco si zittisce. Esegue gli ordini in silenzio. Ora sono sul terrazzo a picco sul mare.

“Salga sulla balaustra”, ordina il ragazzo.

“Basta, smettila di giocare, ora. Il divertimento è finito”

“Sì, è finito, per tutti e due”

“Metti giù quella pistola. Farò di te un grande uomo. Ti potrai scopare tutte le troie che vuoi. Troie di lusso, ragazzo”

“Salga su questa balaustra”

“Cosa vuoi fare?”

“Non si preoccupi”

“Guarda che ti rovini. Per sempre!”

” Non si preoccupi!”

Marco sale sulla balaustra. Ha il sole negli occhi. È sicuro che il ragazzo stia scherzando, e lui quasi si diverte a farlo giocare. Una spinta leggera lo fa cascare in giù. Il mare è lì sotto improvviso, un mare che luccica. No, non è finita. Non può essere finita così, per un stupido registratore. Entrerà nell’acqua e si metterà a nuotare.

Il giovane carabiniere si affaccia dal terrazzo. Frammenti di cervello e sangue rosso sguazzano nell’acqua verde. Il sole tramonta, e affresca di rosa le nuvole bianche all’orizzonte. Un respiro profondo gli afferra i polmoni. Rientra in caserma. È tornato il maresciallo.

“Ti stai esercitando a compilare i verbali al computer? Fammi leggere:

DOMANDA: – A quanto ammonta il valore del danno subito? –

RISPOSTA: -Il danno subito ammonta a lire 500 euro.

DOMANDA: – È coperto da polizza assicurativa?

RISPOSTA: – No! non sono coperto da polizza assicurativa.

DOMANDA: – Ha sospetti sull’identità degli autori del reato?

RISPOSTA: – No! Non ho alcuno sospetto.

DOMANDA: – Ha altro da aggiungere a quanto sopra dichiarato?

RISPOSTA: – No! non ho altro da aggiungere a quanto dichiarato.

Del presente verbale sono state redatte tre copie, delle quali una viene rilasciata, a richiesta, al denunciante; una viene trasmessa alla competente A.G. ed una trattenuta agli atti di questo ufficio.

Bravo, appuntato Messori. Hai imparato finalmente a fare i verbali. Sei un bravo ragazzo.”

“Signorsì.”

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