Ho scritto e pubblicato questo articolo nel 1995, sul mensile “Smemoranda”. Perché leggerlo dopo più di vent’anni? Aiuta tutti a renderci conto di quanto sia cambiata Genova. E di quanto sia cambiata in meglio. È molto più accogliente di allora. Chi critica il presente fa bene, ma bisogna anche ricordare cos’era nel passato.
In questi giorni ho ospiti a casa mia due amici tedeschi, Michael e Petra, che hanno vissuto a Genova fino al 1992. Non c’è paragone, per loro è molto meglio ora. «Ma te la ricordi Via San Lorenzo o via Cairoli con le auto? Che fracasso» – mi spiegano – «Poi il Porto Antico era sbarrato dai cancelli, c’era una finanziere in divisa all’ingresso che ti bloccava». Ora sono tutti spazi a disposizione dei cittadini e dei turisti. «Negli anni Ottanta Palazzo Ducale era fatiscente e chiuso al pubblico, il Carlo Felice in rovina». Ricordiamocele queste cose.

Da marzo insegno all’Albergo dei Poveri, uno spazio eccezionale, rimesso in sesto e diventato polo universitario da qualche anno, ma di questo parlerò prossimamente. Uno spazio che mi ha davvero stupito.

 

«Genova è proprio brutta», così la pensa chi oltrepassa la città in macchina sull’autostrada che porta in Francia. Troppi palazzacci che si rincorrono su per le colline. Il cemento ha ingoiato gli ulivi e le vigne, gli orti e i parchi delle ville ottocentesche, facendo franare i pendii, soffocando i torrenti, provocando alluvioni.

Così la pensa anche chi la attraversa in treno e vede scorrere dal finestrino le acciaierie di Cornigliano; ferri vecchi e arrugginiti, binari in disuso che non portano più da nessuna parte, ciminiere che sputano fumi, moli e banchine che hanno sostituito spiagge e passeggiate a mare.
«Però Genova è bella»
, così si consolano i genovesi quando vanno su “ai forti” a fare la passeggiata domenicale e possono vederla tutta laggiù, la città con i suoi affanni; le banchine sempre più vuote; il mare che rincorre la costa troppo costruita; la sopraelevata e l’autostrada; gli aerei che sembrano atterrare sull’acqua e i tre grattacieli che ne hanno cambiato il profilo, il World Trade Center e il Matitone a San Benigno, vicino alla Lanterna e alla Chiamata del Porto, e Corte Lambruschini a Brignole.

Genova è bella? È brutta? Non si possono applicare le categorie usuali ad una città che regala le emozioni più forti proprio nelle sue contraddizioni più acute. Certo non si lascia scoprire facilmente, bisogna percorrerla a lungo per capire come è fatta, cosa è in grado di offrire. Ha una conformazione urbana atipica, è una lunga striscia di terra strozzata tra il mare e le montagne. Gli abitanti di Voltri, Sestri, Pegli, Sampierdarena, i quartieri di tradizione operaia del Ponente, non si sentono genovesi allo stesso modo di quelli di Nervi, Quinto, Quarto, i quartieri borghesi di Levante: a dividerli ci sono decine di chilometri di case, fabbriche, strade, grattacieli, palazzi di varia statura e qualche sparuto parco. In comune hanno il mare davanti, le montagne dietro, la focaccia, il pesto, la farinata e un carattere scontroso.
Non sorridono quasi mai i genovesi, la mattina sugli autobus portano in giro le loro facce incazzate, parlano poco, sembrano ascoltare tutti il rimbombare della città e del suo traffico. È difficile percorrere Genova di giorno, sono poche le vie di attraversamento, si sta stretti. I cantieri della metropolitana sono fermi da anni. Vicino alla stazione Principe i lavori sono stati sospesi da tempo immemorabile. Ancora non si sa se riprenderanno a scavare o se ci si dovrà accontentare di quelle tre fermate costate un patrimonio. Sono silenziosi e diffidenti i genovesi, un po’ stranieri nella penisola, riservati come gli inglesi, si fanno i fatti loro, ma se te ne fai amico uno sta’ sicuro che sarà per la vita. Tant’è che molti comici sono nati qui. Si vede che, dopo aver riso la prima volta, hanno deciso di non smettere più, ma per ridersela in pace se ne sono andati via.

Non fatevi ingannare dagli abitanti dei quartieri “alti”, quelli di Righi o di Albaro, certo sulle alture andateci pure, Genova è “troppo bella” vista da Spianata Castelletto, ma il vero cuore pulsante della città, il centro multietnico che sta sperimentando forme di convivenza simili a quelle della grandi metropoli nordeuropee, è proprio il centro storico. Lo si vede tutto da Castelletto con le sue case medievali, i suoi edifici sgangherati accanto a quelli ristrutturati, i tetti di ardesia, i campanili, i terrazzi fioriti e gli abbaini: un magma di costruzioni tagliate da quei carruggi stretti e bui che hanno fatto la fortuna di Fabrizio De Andrè. I genovesi “per bene” non ci mettono il naso volentieri, soprattutto di notte, però ci vanno a fare shopping, non certo in via Pré, ma in via Luccoli e a piazza Campetto. Un po’ come i napoletani sconsigliano i visitatori di addentrarsi nei quartieri spagnoli, così i genovesi maltrattano senza rimorsi il loro centro storico medievale, il più grande d’Europa.
Sono molti i bar degli aperitivi che tirano giù le cigolanti saracinesche alle sette di sera. Dopo bisogna andare al Le Corbusier, al Bar degli Specchi o alla Birreria Moretti, tra Palazzo Ducale e la facoltà di Architettura; oppure ai Tre Merli, in vico dietro il Coro della Maddalena, una vecchia cantina, riaperta da poco con una ristrutturazione quasi Doc, opera del proprietario architetto. Entrando si percepisce subito come potrebbe essere il centro storico tutto se l’Italia fosse un paese intelligente e gli italiani un popolo amante del bello.
Pietro Pagano e Paolo Secondo hanno un altro locale in città, nei quartieri alti, ma, da genovesi puro sangue, hanno varcato l’oceano e hanno aperto parecchi locali a New York, tra cui uno sulla Quinta Strada e due a Broadway, altri a Miami e a Chicago. Iniziative che rivalutano il centro storico per popolare una città deserta la notte, senza un posto dove comprare le sigarette, con pochi circoli Arci nascosti nei sottoscala dei palazzi sgretolati e tanta polizia che vigila, pensando di sorvegliare il sonno degli abitanti, controllando arabi, neri e tossici.

Habib si chiama la nave che fa servizio di linea tra Genova e Tunisi, la nave che trasporta i nordafricani che vivono qui, ma Habib (amico mio in arabo) è anche un inserto tutto genovese che esce insieme al Manifesto, più o meno ogni tre mesi. I redattori di Habib, hanno diviso, sul loro giornale, la città vecchia in due parti, battezzandole Rive Droite e Rive Gauche, proprio come Parigi. Separate da via San Lorenzo, dove c’è l’omonima cattedrale che ancora conserva dentro le sue mura una bomba inesplosa della seconda guerra mondiale, le due rive di notte si guardano scontrose. Ma è la Rive Gauche che vince, i baretti, le birrerie, i ristoranti e le enoteche, nonché il Teatro della Tosse, sono tutti lì. E altri nuovi circoli sono stati aperti da poco o stanno per aprire, come il Te nel deserto e il Toro nell’acquario.
Dalla vetrata del ristorante Le Chiocciole, gestito da due simpatiche francesi, si vede la piazzetta antistante il Teatro della Tosse, spesso piena di gente la sera. Sembra proprio di essere a Parigi e non nel capoluogo dell’Italia del Nord con il più alto numero di disoccupati.
Sì, perché a Genova la disoccupazione picchia forte. Tante fabbriche hanno chiuso i battenti negli ultimi dieci anni, e quelle carcasse abbandonate offendono la vista, soprattutto ora, che non servono neanche più a creare reddito. Molti laureati sono a spasso; più che altrove è impossibile fare gli insegnanti; nascono troppo pochi bambini, ancora meno che nel resto del paese. Chissà, forse le donne genovesi non ne vogliono più sapere di far le madri.

A compensare il calo demografico, diminuita di decine di migliaia di unità negli ultimi anni, ci sono gli immigrati che colorano il centro storico. All’inizio degli anni ’90 erano molti di più, poi la vita per loro è diventata più dura. Troppi controlli e fogli di via, sgomberi e aggressioni razziste. Parecchie associazioni ne tutelano la presenza, da Città Aperta alla Comunità di Sant’Egidio, dall’Uispi al centro Louis Massignon, dove i ragazzi maghrebini imparano l’italiano. La ballerina senegalese Har, insieme a Chiara, tiene lezioni di danza al Centro Sociale Giustiniani tutti i lunedì e in più ci sono molti gruppi musicali africani che suonano nei locali del centro storico o alle manifestazioni culturali antirazziste: i Taranga e i Forefotte sono tra i più conosciuti.
Genova non ha un vero e proprio centro sociale, ormai sono più di dieci anni che gruppi di occupanti vengono sgomberati e accumulano denunce su denunce. Si è cominciato negli anni ’80 con il Centro Sociale Autogestito L’Officina, una vecchia chiesa sconsacrata e pericolante, il cui tetto litigava con una strada sopraelevata che porta ai grattacieli della City.
Agli inizi degli anni ’90 un gruppo è nato spontaneamente dagli ‘zapatisti’: stanno ancora cercando un luogo adeguato dove far abitare la loro voglia di aggregazione. I gruppi underground che cercano di suonare, far teatro, poesia, arte, cinema sono talmente tanti in città che la sociologa Maria Teresa Torti, insieme a Massimo Caccialanza e a Massimiliano Di Massa, ha pubblicato un libro L’officina dei sogni, uscito da Costa & Nolan, che cerca di offrire un quadro completo della loro presenza.

Nel 1992 una pioggia di miliardi è caduta su Genova in occasione delle Colombiane, il cinquecentesimo anniversario della scoperta dell’America. In centro storico erano tutti con il naso in su, ma correnti non propizie li hanno fatti cadere altrove. La città e i suoi amministratori non sono stati in grado di sfruttare questo evento per creare posti di lavoro e attrezzare Genova in modo da trasformarla in città di interesse turistico. I cantieri ancora aperti del Sottopasso, vicino all’area dell’Expo, sono lì a dimostrarlo, così come quelli della metropolitana. È rimasto l’Acquario, questo sì. Migliaia di visitatori vengono da ogni parte d’Italia per vedere i pesci, gli ambienti marini, i pinguini, gli squali, le foche, le piante tropicali e la giovane delfina nata da pochi mesi, partorita lì, nella vasca. Peccato che a Caricamento, la piazza di fronte all’Acquario, con i famosi portici zeppi di negozi che vendono merce di tutto il mondo, la domenica sia quasi tutto chiuso; difficile mangiare un panino seduti o fare un pasto completo.

Proprio ora che Genova ha qualcosa che attira perché i genovesi non si fanno furbi? L’Acquario è diventato il quarto luogo turistico d’Italia, gli vorranno dar da mangiare, prima, o poi ai furesti? Ci sono tanti disoccupati, saranno capaci di inventarsi nuove opportunità occupazionali o preferiscono continuare a dilettarsi nel mugugno, l’arte del lamentarsi che li ha resi così famosi? I Magazzini del ‘600 e il Quartiere Millo, nell’area del Porto Antico vicino all’Acquario, ristrutturata dall’architetto genovese Renzo Piano, non hanno ancora una funzione precisa, anche se sembra che, finalmente, le cose si stiano muovendo e che, fra breve, ospiteranno spazi multimediali. E, forse, verranno anche abbattuti quegli odiati cancelli che dividono il porto antico dalla città vecchia. Un giro del porto, magari in battello, porta a imbattersi nelle enormi gru e nei containers che hanno rubato il lavoro ai camalli, i famosi portuali genovesi. Dall’Acquario, procedendo verso i Magazzini del Cotone, si incontra il Bigo, una specie di ascensore, piuttosto caro per il panorama che offre.

In vico Falamonica c’è Nabil che aspetta solo di rimpinzare di cous cous e antipasti arabi, e una salsa di melanzane divina. Chiaccherone e simpatico, palestinese ex studente di ingegneria, Nabil, a Genova, ha fatto fortuna. La sera i prezzi si alzano, mentre così non succede da Bakari, poco più avanti in vico Del Fieno, dove, se si è fortunati si trova aperto, il burbero proprietario, toscanaccio, dà da mangiare quello che vuole, sempre a buon prezzo, ma non sbaglia mai. Vicino a piazza della Nunziata, in vico dell’Argento, invece c’è Gaia, dove si mangiano piatti raffinati e cibi biologici. Magari dopo aver visitato la via Aurea, via Garibaldi, con i musei di Palazzo Rosso e Palazzo Bianco. Dicono sia la strada rinascimentale più bella d’Italia, non è certo quella tenuta meglio. Invece per chi ha pochi soldi c’è un baretto, chiuso di sera, nei portici di Sottoripa, vicino all’Expo, che fa panini stupendi per poche lire.
La notte ha pochi segreti per chi vuole ballare, solo ballare e bere, le disco non sono molte; l’Adriatico e i suoi deliri notturni sono lontani. Per chi si accontenta c’è, a Nervi, il Senor de Bonfin, proprio sulla stupenda passeggiata mediterranea dove Paolo Villaggio racconta di aver dato il primo bacio alla fidanzata; o vicino a via Venti Settembre, la strada che taglia in due il centro della città, c’è il Nessundorma. Nei carruggi, invece, è il Lukrezia a tener banco. Ritmi di tutti i generi, quelli etnici tra i favoriti, tempestano le orecchie di chi entra, mentre stretti sulla piccola pista decine di corpi cercano affannosamente lo spazio per muoversi. Lì dentro si potrebbe essere a Milano come a Napoli, la musica è la stessa.

Le facoltà di Lettere, Scienze Politiche e Legge si affacciano su via Balbi, la strada più inquinata d’Italia, tanto che al personale universitario dovrebbero dare un’indennità, così come agli studenti fuori corso. Il marciapiede è cosi piccolo che, se si incontra qualcuno che viene in senso contrario, si rischia di cadere sull’asfalto ed essere stritolati da un autobus. Gli aristocratici architetti hanno un bell’edificio tutto per loro, un ex convento appena rimesso a nuovo, in stradone Sant’Agostino, vicino al Teatro della Tosse, nella Rive Gauche. Gli ingegneri, manco a dirlo, se ne stanno soli soletti nei quartieri bene.
Città di contraddizioni si diceva. La sede della Facoltà di Lingue che, come in tutta Italia, è frequentata soprattutto dalle ragazze bene o che fanno finta di esserlo, ha una finestrella, nel gabinetto, che si apre sul vicolo dei transessuali: se il faretto colorato davanti alle porte è rosso vuol dire che sono occupati, se è verde che sono liberi. Città di contrasti: dai giardini di plastica, circondati da uffici inscatolati in megapalazzi polifunzionali, costruiti dopo aver sventrato Madre di Dio, il quartiere dove è cresciuto Niccolò Paganini, si passa sotto un ponte e si entra in un vicolo del centro storico. Ci si sente mancare. Non sembra possibile un passaggio così repentino e violento.

Meglio allora puntare verso l’alto, ai Forti. Sembra di essere in alta montagna, capre e pecore che pascolano, poca vegetazione cresciuta sfidando il vento e se si guarda giù c’è la città che si offre, con i grattacieli e i traghetti, il centro storico, il porto petroli e il porto di Voltri. E per arrivare lassù, basta prendere la funicolare del Righi, che sfiora i muri delle case e permette di spiare nei salotti arredati e fa intravedere gatti accomodati sulle poltrone, «cancelli di cortili nei quali si vede una bacinella, una bicicletta rugginosa, gerani e basilico piantati in scatole di tonno». Proseguendo il tragitto con Tabucchi, «poi all’improvviso i muri si aprono: è come se l’ascensore avesse sfondato i tetti e puntasse direttamente verso il cielo, per un attimo ci si sente sospesi nel vuoto, i cavi della trazione scivolano silenziosamente, il porto e gli edifici fuggono in basso, si ha quasi l’impressione che l’ascensione non si fermerà più, la forza di gravità pare una legge assurda e la città un giocattolo dal quale è un sollievo disabituarsi» (Antonio Tabucchi, Il filo dell’orizzonte).

Sì, Genova è brutta se non la si vuole conoscere, forse è meglio così, perché, se la si avvicina e le si dà confidenza, affascina, avvinghia, intrappola con le sue luci magiche che si riflettono sulle facciate dei palazzi, e con i suoi punti di vista sempre diversi che aprono di continuo prospettive nuove. Se ci si accoccola sui gradini di piazza San Matteo, circondati dalla chiesa romanica e dai palazzi Doria (il Branca, il Lamba e il Domenicaccio), si capisce perché decine di scrittori non hanno potuto fare a meno di descriverla.

La foto è stata scattata a febbraio 2018

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