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Interviste

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L’otto settembre del 2004 ho incontrato il grande architetto americano Daniel Libeskind. La Freedom Tower di New York, costruita al posto delle Torri Gemelle, allora era un progetto e ora è già stata inaugurata da quasi un lustro. Doveva essere il più alto grattacielo del mondo e invece lo è solo dell’emisfero occidentale, nel frattempo i paesi asiatici e mediorientali si sono scatenati verso il cielo per mostrare la loro ricchezza.
Del mio incontro con Libeskind ricordo alcune cose, eravamo ospiti della stupenda villa Durazzo a Santa Margherita Ligure, l’architetto era lì per ricevere il premio Uomo dell’anno dagli amici del Museo d’Arte di Tel Aviv.
Mi viene in mente la cena, c’erano Alessandro Cecchi Paone, Vittorio Sgarbi, Philippe Daverio e Arturo Schwarz. Con mio marito siamo usciti in quel giardino da sogno, un po’ annoiati, e abbiamo visto stagliarsi nel buio le figure di Daniel Libeskind e della moglie, lei le stava massaggiando le spalle. Ci è sembrato di profanare un rito.

Chi di voi ha visitato il museo ebraico di Berlino progettato da Libeskind, e percepito le emozioni che l’architetto sa far scaturire dagli oggetti, capirà quello che sto dicendo.

Ho un altro ricordo: un collega di un’altra testata che non sapeva l’inglese e aveva seguito l’intervista mi ha chiesto se poteva copiare da me, promettendomi che nessuno se ne sarebbe accorto. Mentre scrivevo sul portatile sentivo il suo alito sulle mie spalle. Il giorno dopo, ho letto il suo articolo, era più lungo del mio. Allora non si parlava ancora di fake news.

Pubblico un breve stralcio della mia intervista a Libeskind, uscita nel settembre del 2004 sul Secolo XIX, in una occasione speciale, da pochi giorni, agli inizi di marzo 2019, il suo Curvo, il grattacielo di Citylife a Milano che porta la sua firma, ha raggiunto il culmine: il cantiere è arrivato al trentesimo piano.

Vediamo cosa diceva 15 anni fa.