Ho conosciuto Nanni Balestrini negli anni Ottanta. Avevo divorato alcuni suoi libri da adolescente, testi molto importanti per me. Gli devo molto non solo per le sue opere, ma per le volte che mi esortò a scrivere narrativa.


Nanni Balestrini poeta e romanziere del Gruppo ’63 ha pubblicato “Vogliamo tutto” (1971) e “Gli invisibili” (1987), due romanzi che hanno influenzato un’intera generazione.

Inoltre ha svolto un ruolo determinante nella nascita delle riviste “Il Verri“, “Quindici” e “Alfabeta“, che hanno orientato la cultura e aggregato intellettuali anche diversi fra loro.

L’intervista a Nanni Balestrini

Quei mitici anni Sessanta dove era più facile fare tutto, divertirsi e far circolare le idee. Le case editrici si esponevano di più, accettavano la sperimentazione.

«Oggi è solo il mercato che detta le regole – esordisce Nanni Balestrini – Prima di pubblicare un libro si cerca di individuare le potenziali vendite. Le scelte vengono fatte dall’ufficio commerciale. Gli scrittori sono gestiti da manager attenti ai profitti».

Aldo Nove

«Aldo Nove mi aveva inviato il manoscritto di Woobinda e avevo intuito la potenzialità del suo lavoro. L’ho proposto alle case editrici più importanti ma lo hanno respinto.

Ho convinto Castelvecchi a pubblicarlo e in cambio gli ho promesso un mio romanzo che poi non gli ho mai dato», così racconta Nanni Balestrini, ieri a Genova, insieme con Francesco Leonetti, per la Biennale Europea delle Riviste Culturali.

«Quando Nove ha avuto un successo raro di critica e ha esaurito la prima edizione, tutti i grandi editori se lo sono conteso. Un editore intelligente dovrebbe crearsi un vivaio come fanno le squadre di calcio, e permettere ai loro autori di crescere. Nove non avrebbe avuto nessuna difficoltà a pubblicare negli anni Sessanta. Anche allora Bompiani, Einaudi o Feltrinelli volevano vendere, ma rischiavano di più».

Negli anni Sessanta Nanni Balestrini ha lavorato per la casa editrice Feltrinelli: «Un periodo straordinario, eccezionale per il rapporto che c’era tra editori e cultura. È lì che è nato “Il Verri” dove ho collaborato con Sanguineti, Eco, Manganelli.

Una rivista che ha avuto il merito di fare da collante per il Gruppo ’63 e che ha trovato una coesione nella chiusura nei confronti del neorealismo e dell’ermetismo e nell’apertura verso intellettuali di altri paesi. Io avevo solo 21 anni: l’editoria aiutava i giovani…”.


Nanni, sei stato redattore di tante riviste.


Nanni Balestrini: «Sì, dopo “Il Verri” abbiamo fondato “Quindici”. Era il 1967. Molti editori erano ben disposti nei nostri confronti, ma abbiamo preferito autogestirci. Stampavamo ben 25.000 copie. Negli anni Settanta le riviste hanno avuto una funzione fondamentale. Abbiamo fondato “Alfabeta” che è stato l’ultimo tentativo di creare un momento di dibattito che avesse funzione da traino».


Le differenze tra i giovani scrittori e gli autori della tua generazione?


Nanni Balestrini: «Il gruppo ’63 ha inciso sulle strutture narrative, Aldo Nove, Rossana Campo, Silvia Ballestra e tanti altri hanno creato un linguaggio letterario basso che insiste sulla lingua parlata.

Nell’ultima edizione del laboratorio di nuove scritture “Ricercare“, che si è appena svolto a Reggio Emilia è emersa, tra l’altro, anche una scuola genovese che fa uso del parlato nei testi.

Questa mi sembra oggi l’innovazione rispetto ai romanzi più tradizionali che privilegiano una lingua letteraria come ad esempio quelli di Tabucchi o Del Giudice».

Oggi è difficile creare momenti di aggregazione e gruppi che propongono nuove poetiche.


«C’è un passaggio di generazione molto più marcato di quelli che sono avvenuti fino ad oggi. Tra i trentenni o i ventenni e noi c’è stato un vero salto: si trovano a vivere in un mondo che non ha più un rapporto di memoria con il passato.

È impossibile fare le cose come si facevano prima. La trasformazione è troppo veloce, soprattutto da dieci anni a questa parte. Non si può pretendere che la generazione di oggi sia in grado di dare delle risposte immediate come facevamo noi. La complessità è maggiore.

L’impulso, però, non può venire da noi ‘antichi’ come ha detto Leonetti perché, tra l’altro, abbiamo già fatto abbastanza».

Internet oggi può acquisire la funzione che avevano le riviste un tempo?


«Non è facile stabilire quale sia lo strumento più adatto per fare cultura. Internet è prezioso per far circolare i testi, più rapido del ciclostile di un tempo e un autore non ha bisogno di una casa editrice per iniziare.

Sono convinto che questo mezzo di comunicazione possa dare delle risposte veloci: è tutto da verificare».

Ho cominciato a seguire il consiglio di tornare a scrivere narrativa nel 2018. Avevo un blocco. Sarà per quella batosta che avevo preso a Ricercare (Reggio Emilia 1999) poche settimane prima di questa intervista? Una manifestazione letteraria che metteva giovani scrittori in pasto al pubblico, promossa da Nanni stesso, Renato Barilli, Francesco Leonetti e altri autori del Gruppo ’63. Mi trovai di fronte un pubblico ostile: era forse stato preparato a dovere?

Nanni c’era e mi difese. Non lo dimenticherò mai. Nanni, grazie!

Questo mio articolo, che non c’entra niente con Ricercare, è uscito sul Secolo XIX il 10 giugno 1999. Per quello che Nanni racconta e per come lo racconta potrebbe essere stato scritto ieri.

Pubblico anche cosa scrisse su di me e altri giovani autori Renato Barilli, dopo l’avventura di Ricercare nel suo saggio “È arrivata la terza ondata, dalla neo alla neo-neoavanguardia”, Testo&Immagine, Torino 2000. La scuola genovese di cui parlo nell’intervista è un’invenzione di Barilli. I titoletti nel testo di Barilli li ho fatti io per rendere il testo più seo oriented. Chissà che cosa direbbero i nostri del Gruppo ’63!

Minimalismo o massimalismo?

Questa rassegna appena terminata (di Ricercare n.d.r.) ha preso in considerazione i casi rilevanti, tra i giovani protagonisti della «Terza ondata», quelli che appaiono già meritevoli di un esame monografico e personalizzato; ma la materia non si arresta certo a questo punto, la
situazione è davvero ricca e articolata, altre presenze urgono, chiedono un momento d’attenzione, e non è escluso che con qualche loro prossima prova si affaccino risolutamente alla ribalta del successo.

La terza ondata

Anche un aspetto del genere conferma che non siamo in presenza di singoli casi sporadici, ma appunto di un’ondata larga e generosa, compresi i limiti che ciò comporta: è chiaro, infatti, che tutti questi personaggi affluenti verso un clima di gruppo si studiano tra loro, si scambiano temi, soluzioni stilistiche, fino a sfiorare i limiti del manierismo.

Ma è quanto deve succedere al momento del verificarsi di un’«ondata», ovvero in un clima sperimentale, d’avanguardia, che implica l’adesione a uno spirito collettivo, di partecipazioni incrociate, di mutui prestiti.

E «Ricercare» in proposito ha fatto adeguatamente il suo dovere, cosicché potremo rivolgerci alle sue varie sessioni per «fotografare» il passaggio di queste presenze non ancora del tutto consolidate, ma già esistenti e prementi per emergere.

Mauro Covacich


Visto che Covacich, l’ultimo evocato tra le personalità degne di attenzione monografica, ci ha portato a parlare di minimalismo, restiamo ancora per un po’ di tempo sotto il segno di questo ambito stilistico: che in sostanza significa fare un uso ridotto, poco appariscente della strumentazione linguistica, quasi con scrittura «acqua e sapone», rifugiata nelle tinte neutre, ben sapendo che forti e crudeli sono invece i fatti posti oltre la soglia dell’immediata percezione; quei fatti che il lettore è tenuto a ricostruire quasi per conto suo, attraverso cenni parchi e contenuti.

Marco Berisso

Incontriamo in questa casella il superbo racconto steso da un protagonista che già abbiamo apprezzato tra i poeti del Gruppo 93, Marco Berisso, racconto improntato al classico filone della quète. Un ex sessantottino, ora rientrato in una pur risicata normalità, è preso dall’angoscia retrospettiva di sapere quale evento ultimo e cruciale abbia potuto spingere al suicidio, in un momento del passato, l’amatissimo leader delle loro velleità contestatorie: forse l’ultima donna che gli è stata al fianco e che lo potrebbe aver coinvolto in un amore infelice, senza sbocco?

Ma questa persona è scomparsa nell’anonimia, nella banalità della nostra esistenza massificata, e dunque bisogna darle la caccia contro la dimenticanza, l’indifferenza che ci inghiotte.

Il protagonista di questa ricerca insegue tracce, le districa con pazienza, con tenacia, fino alla scoperta finale, fatta per deludere il paziente lettore e per respingere quasi con sdegno l’ipotesi di un furbesco sfruttamento delle trame del giallo: anche quella giovane donna, una volta raggiunta, non può spiegare nulla, la morte del capo resta avvolta in quella zona d’ombra che è comune retaggio della vita di tutti.

Laura Guglielmi

Nel districare le maglie del suo inseguimento, Berisso ha anche il pregio di aderire con molta efficacia alla topografia, ai sapori e odori di una genovesità risentita, arida e aspra nello stesso tempo: questo è anche lo sfondo dei racconti stesi da Laura Guglielmi, se possibile ancor più parca e reticente, sul piano stilistico, negli inseguimenti che le sue creature conducono nei carruggi del capoluogo ligure.

Oppure, abilmente viene posto in primo piano qualche dispositivo di ordinaria, sfibrante burocrazia, come succede a quel giovane carabiniere costretto a interrogare un vip, il quale si vendica facendo notare con alterigia il profondo divario esistente tra lui stesso e la pochezza di quell’interrogante, estraneo a tutte le sottigliezze e astuzie del codice mondano.

Esasperato, il carabiniere obbliga la sua vittima a buttarsi addirittura dalla finestra, ma l’evento macroscopico viene rimosso, censurato, espulso dalle battute di un verbale stilato secondo frasi stereotipate, meccaniche.

Il che, poi, è la condizione di ogni strategia minimalista: in primo piano, ci sta una piatta normalità linguistica, e solo tra le pieghe compaiono orridi crimini.

Silvia Magi

Un’arte, questa, ripresa anche da Silvia Magi, dove a parlarci direttamente è chiamata un’esistenza femminile in fase di passaggio dall’infanzia alla pubertà, che dunque si trascina dietro grosse ignoranze e incertezze sui problemi della sessualità, comprese le perversioni che questo comporta; e, dunque, la giovane protagonista della Magi registra con stupore e terrore a un tempo le improvvise mutazioni comportamentali e caratteriali che intervengono nell’amica del cuore, un momento prima bambina come lei poi a un tratto convertita al destino di donna, con i misteri e i silenzi che ciò comporta. (…)

Vitaliano Trevisan

Forse nell’orbita di quest’area riservata al minimalismo potremmo classificare anche le sottilissime costruzioni di Vitaliano Trevisan, abile nell’offrirci in primo piano le confessioni, innocue o tutt’al più improntate a una disarmante pedanteria, di un soggetto apparentemente candido. ma scopriremo poco alla volta che al contrario egli ha da nascondere, a noi e forse anche a certi livelli di un se stesso raziocinante, qualche tremendo crimine commesso nell’ombra, nella latenza, e prudentemente rimosso (Trio senza pia¬noforte. Oscillazioni, Theoria, 1998).

Carlo D’Amicis e Sandrone Dazieri

Tuttavia, più che attraverso i tratti stilistici, riesce facile affrontare e classificare l’enorme materiale steso da questi narratori attraverso i dati esteriori di cronaca e di rilevanza sociale.

Carlo D’Amicis, in un bel racconto (Piccolo Venerdì, Transeuropa, 1995, cui poi è seguito II ferroviere e il Golden boy, ivi, 1998) affronta la coesistenza tra «uno come noi» e un fratellino adottivo di altra etnia, colpito da una lunga e insidiosa malattia, per cui la narrazione si sposta anche nelle corsie di un ospedale, il che è anche il dato comune con l’inizio di un’avvincente storia di picaro dei nostri tempi abbozzata da Sandrone Dazieri.

Andrea De Marchi

Andrea Demarchi si pone tipicamente lungo la grande via stabilita dall’asse Arbasino-Tondelli, portando un suo personaggio a smarrirsi in quei riti sociali che costellano la vita di oggi, soprattutto sul versante giovanile, le feste abbondantemente dedite al consumo di alcol, droga e sesso, da cui tuttavia è possibile fuggire per cercare di ritrovare qualche oasi di pace, ovvero qualche momento epifanico, non fosse che rifugiandosi sul tetto di una casa per udirvi un «canto celestiale» (Sandrino e il canto celestiale di Robert Plant, Transeuropa, 1996). (…)

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