Le guerre sono il destino del mio Paese – mi spiegava Ludmila Ulitskaya, ben prima dell’attacco all’Ucraina, in un’intervista che le ho fatto nel 2010 – a cominciare da quella russo-giapponese, si susseguono senza intervalli da più di cent’anni. Guerre grandi e piccole, dichiarate e non dichiarate, ma il risultato è che gli uomini partono per combattere, e le donne si sobbarcano tutto il peso della famiglia: crescono i figli, arano la terra, mietono il grano, lavorano nelle industrie militari, costruiscono strade. Così si è formata la tempra straordinaria delle donne russe».

Di un’altra sporca guerra raccontava anche il romanzo per cui l’avevo intervistata: la Seconda Guerra Mondiale. Narra la storia di ebreo polacco che si converte al cattolicesimo e va a vivere in Israele: questo l’itinerario esistenziale su cui si regge la trama di Daniel Stein, traduttore di Ludmila Ulitskaya, edito da Bompiani, un romanzo polifonico di ben 526 pagine.

La scrittrice russa ha già pubblicato 14 romanzi, e ha venduto oltre 2 milioni di copie in tutto il mondo: nata nel 1943 sugli Urali, si è laureata all’università di Mosca, e ha lavorato come ricercatrice all’istituto di Genetica. Poi è diventata direttrice del Teatro Ebraico di Mosca. Non è solo una scrittrice prolifica, ma anche intellettuale militante, che si batte per i diritti civili.

Le vicende di Daniel Stein, raccontate attraverso lettere, interviste, diari, articoli di giornale, atti giudiziari, si rifanno alla storia vera di un ragazzo ebreo, nato nella Polonia meridionale. A diciotto anni, lavorando come traduttore per la Gestapo, riesce a far fuggire trecento ebrei dal ghetto di Emsk (Minsk) e viene arrestato. Fugge, si nasconde in un convento, si converte al cristianesimo, poi si unisce ai partigiani.

Dopo la guerra diventa un frate carmelitano e si trasferisce in Israele. Ad Haifa, Stein fonda una comunità, celebra la messa in ebraico, cercando una sintesi tra ebraismo e cristianesimo. La sua storia è anche un pretesto per raccontare tante altre storie dall’alto profilo umano: quella di un’anziana con una fede incrollabile nel comunismo che vive in un ospizio, una monaca che non riesce a liberarsi dalle sue ossessioni, un dottore che ha salvato tanti ebrei, un dissidente russo ora estremista ultrareligioso che partecipa a un attentato.

Come mai in questo romanzo ha voluto fare un affresco dell’Olocausto?

Ludmila Ulitskaya: «Avrei fatto volentieri a meno di questa storia. E così il mio protagonista Daniel Stein. E altri sei milioni di ebrei uccisi. Ma la Storia, purtroppo, non ha potuto farne a meno. E così ho sentito il bisogno di ricordare ancora una volta. La spinta mi è venuta dall’incontro con una persona incredibile, dal destino inverosimile: Daniel Oswald Rufeisen. Quando l’ho incontrato, nel 1992, viveva già da trentacinque anni in Israele, nel convento carmelitano Stella Maris.

È stato un lavoro molto duro, e mi sono chiesta di continuo che cosa mi spingesse a una fatica così improba. Ma avevo la sensazione che il mondo dovesse sapere di quest’uomo».

Cosa l’ha affascinata di più di Daniel Oswald?

Ludmila Ulitskaya: «Il suo essere meravigliosamente infantile, la sua rara onestà. Abbiamo passato una giornata intera a chiacchierare, e mi ha incantato. Il sacerdote, come l’insegnante, deve sempre ripetere le stesse cose, ma Daniel mi ha dato l’impressione che rispondesse a ogni domanda come se la sentisse per la prima volta in vita sua».

Daniel si converte al cattolicesimo dopo una crisi mistica: cosa rappresenta per lui la religione?

Ludmila Ulitskaya: «Quando Daniel sente le raffiche di mitra che provengono dal ghetto si dispera: ma allora Dio dov’è? Come può sopportare simili atrocità? La risposta che trova è paradossale: Dio è dalla parte dei sofferenti, soffre insieme a loro. E così accoglie Cristo, il Dio sofferente».

Le donne hanno una parte importante nei suoi romanzi. Come sono cambiate, rispetto all’epoca sovietica?

Ludmila Ulitskaya: «Mia nonna ha attraversato la rivoluzione, due guerre, ha vissuto molti anni senza il marito che “riposava” nei lager staliniani, è stata sfollata in campagna, si guadagnava da vivere, teneva la casa, allevava i figli. E in vita sua non si è mai seduta a tavola senza una tovaglia bianca, anche se la lavava nel fiume, in un buco nel ghiaccio.

È difficile valutare quanto siano cambiate le donne nell’era post-sovietica. Penso che il progresso tecnologico le abbia aiutate di più dei cambiamenti politici. Non è la democrazia che le ha rese più libere, ma l’invenzione della lavatrice, del frigorifero e dei pannolini usa e getta.

In Russia ci sono donne notevoli. Per molti aspetti migliori degli uomini. Mi piacerebbe tanto vederne di più nei posti di comando».

Quali sono i principali difetti della democrazia russa?

Ludmila Ulitskaya: «Il principale difetto della democrazia russa è che non esiste».

Qual è stato il momento più tragico della storia del suo Paese, da quando è nata?

Ludmila Ulitskaya: «Chernobyl’ mi appare come l’evento più tragico di cui abbia memoria».

Quali scrittori russi ama di più?

Ludmila Ulitskaya: «I russi si dividono in fautori di Tolstoj o di Dostoevskij. Io appartengo ai tolstoiani. Ma in ogni caso sia gli uni sia gli altri convergono su un punto: tutti senza eccezione amano Puškin, alcuni alla follia, altri più moderatamente».

La fotografia di Ludmila Ulitskaya è di Diana Markosian, dal New Yorker

L’intervista è uscita sul Secolo XIX, il 22 gennaio 2010, in tempi non sospetti

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