Nel 1986 Antonio Tabucchi (1943-2012), l’autore di Sostiene Pereira, il suo romanzo più famoso, ha mandato in libreria Il filo dell’orizzonte. È ambientato a Genova, città dove lo scrittore ha vissuto per 12 anni, insegnando letteratura portoghese. È un romanzo dalle atmosfere cupe: basti pensare che inizia all’obitorio.

Antonio Tabucchi: La mia Genova

«Questo libro è debitore di una città – scrive – di un inverno particolarmente freddo e di una finestra». È curioso rileggere queste pagine oggi, Genova è tanto cambiata. Allora il porto vecchio era separato dalla città e gli edifici storici erano consunti e corrosi dal traffico.

Scrive Tabucchi

Vico Spazzavento è un nome che calza a pennello a questo angiporto schiacciato fra muri pieni di cicatrici

L’angiporto non esiste più, perché dove c’era il porto mercantile, ora c’è il Porto Antico, la terrazza sul mare dei genovesi, o il luna park come dicono i nostalgici che preferiscono le atmosfere decadenti di un tempo.

Tabucchi, nel romanzo, spesso descrive situazioni claustrofobiche. Per provare sollievo, per distanziarsi dal ventre molle della città di Genova che lo avvolge, il protagonista prende la funicolare:

Poi all’improvviso i muri si aprono: è come se l’ascensore avesse sfondato i tetti e puntasse direttamente verso il cielo, per un attimo ci si sente sospesi nel vuoto, i cavi della trazione scivolano silenziosamente, il porto e gli edifici fuggono in basso, si ha quasi l’impressione che l’ascensione non si fermerà più, la forza di gravità pare una legge assurda e la città un giocattolo dal quale è un sollievo disabituarsi.

Ho incontrato Tabucchi negli anni Novanta

Ho incontrato Tabucchi per la prima volta nei primi anni Novanta, mi ha portato a casa sua – a Vecchiano in Toscana – il suo collega e amico, il caro Luigi Surdich. Lo scrittore non rilasciava interviste, ma Luigi generoso come sempre, lo convinse.

Fu una chiacchierata illuminante, Tabucchi era stato particolarmente colpito dal centro storico genovese: «Potrebbe appartenere a Istanbul oppure al Cairo e invece appartiene ad una città del nord industriale. È curioso, dà un senso di spaesamento molto forte».

Genova non ama la cultura

Così mi descrisse con tono sarcastico la sua esperienza universitaria, mettendo in rilievo quanto poco la cultura interessasse ai genovesi: «Se per caso una fata avesse cancellato la Facoltà di Lettere, Genova non se ne sarebbe accorta. Dava una certa disinvoltura insegnare in una facoltà che poteva anche non esistere».

Un piccolo mistero in Sostiene Pereira

Concludo, scrivendo una cosa che nessuno ha notato finora e chissà se è vera. Lui non potrà mai più confermarcelo. La portinaia del palazzo di via Cairoli a Genova, dove Tabucchi insegnava portoghese, è servita come fonte di ispirazione per Celeste, la portinaia dell’edificio della redazione di Pereira a Lisbona. O almeno quello che cucinava:

Scrive Tabucchi nel romanzo:

La portiera non gli teneva più il muso e lo salutava con maggior cordialità, ma sul pianerottolo continuava ad aleggiare una terribile puzza di fritto.

Ecco invece cosa mi disse Tabucchi durante quel pomeriggio: «Come Proust insegna, quello che muove la memoria sono gli odori e i sapori. Il mio odore di Genova è l’odore di minestrone che ho percepito per dodici anni nell’androne del mio istituto, ubicato in un palazzo privato, piuttosto fatiscente. Era la portinaia che faceva il minestrone tutti i giorni. Quando io arrivavo sentivo questo odore che si misturava alla grammatica storica, alla filologia, alla sintassi, alla letteratura».

Anzi il palazzo che ospitava il dipartimento di portoghese e di spagnolo era del tutto simile alla redazione di Pereira a Lisbona. Un edificio che conosco molto bene, lì ho studiato spagnolo per due anni, sembrava una casa privata e, quando bidelli e professori vedevano entrare gli studenti, li guardavano con sospetto, come se si entrasse nel loro tinello. Sì, spero e credo che Genova sia cambiata da allora.

Quest’intervista -ben più lunga- la feci per Radiorai, nei primi anni Novanta. Poi la usai per questo articolo, uscito per la rivista Blue (numero 4, Anno 1), una breve seppur bella esperienza genovese, capitanata da due donne Anna Castellano e Silvia Neonato.

La foto di Antonio Tabucchi è in creative commons

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