Amo la notte, faccio la supplente, ma non sono un animale mattiniero, vivo la notte, leggo la notte, amo la notte e le sue strade deserte. Di notte ascolto il silenzio interrotto dal rumore dei miei passi che battono sul selciato.

La notte è pausa e riposo, un riposo che non voglio perdere ma assaporare insieme ad un sorso di vino. Mi perdo nella notte, mi cerco e mi ritrovo allacciata ad un pensiero, un’emozione, un ricordo. La notte è per me, per me sola e per i miei quattro amici che si contendono le strade buie dei vicoli. Ascolto i gatti miagolare, guardo i semafori che mi annuiscono con il loro sguardo giallo, odoro i barboni che dormono sulle panchine, gusto le birre alla Madeleine, da Picetti, al Le Corbusier. La notte sto in casa a rubare ai palinsesti qualche ora di buoni film, a leggere romanzi americani, a far colazione con caffelatte e biscotti, a trascrivere le suggestioni che il giorno non mi sa dare. La notte vado in giro leggera, non urto i corpi dei passanti. Li accarezzo, li amo i miei simili che soffrono d’insonnia, che cercano dietro gli angoli delle strade buie l’allegria che il giorno dimentica.

Odio la mattina

Odio la mattina e i suoi corpi costretti sugli autobus, gli spintoni e le liti, le code all’anagrafe. Odio i miei simili la mattina che trascinano in giro le loro membra svuotate e scaraventano intorno il malumore che li assale. Odio le loro macchine, il loro puzzo, i loro clacson agguerriti. Odio il caffè alle sette, la prima sigaretta, la corsa giù dalle scale. Odio la costrizione forzata, l’obbligo che ti butta fuori dalle calde coperte e ti getta tra gli aliti gelidi delle albe invernali. Odio la sveglia, la ghigliottina che scende a spezzare in due il sonno. Il suo suono, minaccioso come l’allarme antiaereo, mi ricorda che fra poco più di mezz’ora sarò lì, di fronte al portone della scuola professionale di piazza Cinque Lampadi e subito dopo davanti ai miei studenti, stanchi e indolenziti, costretti dietro quei banchi scalcinati ad ascoltare ore di deliri. Ebbene sì, sono la supplente

La supplente che tiene in mano i capetti

Sto per varcare la porta, questa tavola di legno sgangherata, pasticciata, presa a calci da dentro la classe, dal corridoio, sullo stipite, sulla maniglia. Sono tutti lì che mi aspettano. Devo uscirne viva. Eccomi in classe ora. Le occhiaie spuntano fuori dal fondo tinta che non riesce a nasconderle. Li sto salutando. Mi fanno tenerezza, ma anche paura, mi guardano con quello sguardo di sfida; poi di rispetto sì certo, ma solo se rispondo pronta alle battute, se sono veloce, ironica, acuta, altrimenti parte lo sfottò. Ho in mano i capetti della classe ora, mi rispettano tutti da quando Cernese si è fatto interrogare. Quando rispondeva alle mie domande c’era un silenzio assoluto, un silenzio malato, tutti lo temono. Gli ho dato sei e mezzo e ho detto «Potrei darti otto – così gli ho detto – Hai risposto bene, hai studiato, ma non mi fido ancora perché avevi quattro nel primo quadrimestre».

«È colpa di quella troia che c’era prima – così mi ha risposto – Io l’inglese lo so, ma quella troia non capisce un cazzo, invece lei mi è simpatica, prof, e allora io studio, capito? Poi lei è anche figa, prof».

Un covo di giovani maschi sgangherati

Così mi ha detto Cernese e mi sono guadagnata mille punti. Altro che insegnare alle ragazze del liceo, altro che parlare delle eroine dei romanzi, delle scrittrici che si firmavano con pseudonimi maschili. Mi divertivo a valutare la loro vita di giovani adolescenti, a parlare dei loro amori, delle loro cime tempestose, di figli e amanti. Certo anche qui, in questo covo di giovani maschi sgangherati, posso fare qualcosa, magari solo fargli capire che esistono donne diverse dalle loro madri piangenti picchiate perdenti.

Stanno facendo un bordello assurdo oggi, il collega dell’ora prima non li tiene mai a bada, si addormenta durante la lezione in mezzo a questo inferno e per me riprendere la situazione in mano è un’impresa.

«Prof, mi interroga?»

«Prof, ha visto che oggi ho il libro. Me lo toglie il meno dell’altra volta?»

«Prof, ma lei rimane fino alla fine dell’anno o se ne va via come quell’altra testa di cazzo?»

«Vive anche lei nei vicoli, prof? L’ho vista entrare in un portone insieme ad un tipo. È suo marito?»

«È sposata, prof? Lei non ci parla mai della sua famiglia»

«Ha paura dei serial killer, prof?»

«Aspettate che mi sieda in cattedra e fate silenzio che questo casino non lo sopporto mica. Arluzzi, perché piangi?»

Il dolce Arluzzi, alunno bullizzato

Ecco Arluzzi che si alza e si avvicina alla cattedra, ma che gli avranno fatto? È così tenero, sembra un cioccolatino, è uno dei pochi ad avere quindici anni, ad essere giusto con l’età. Alcuni sono già uomini fatti, mi sembra di essere in una caserma di paracadutisti e non in una scuola professionale. Gli darei un bacio ad Arluzzi, lo stringerei e lo coccolerei, sì davanti a tutti e vorrei portarmelo a casa, parlargli, fargli capire che non deve prendersela, che deve lasciarli perdere, che se piange è finito in questa classe, se lo mangiano. È qui al nord con il padre, la madre è rimasta giù a Trapani con i fratelli, soffre, si sente solo e sradicato, non conosce il linguaggio della violenza, è reverente, di una gentilezza un po’ antica.

«Cosa hai, Arluzzi?»

Mi guarda impietrito.

«Dimmelo piano così nessuno ti sente»

«Carli mi ha detto che Berice ha violentato mia madre»

«Ma se tua madre sta a Trapani»

«Mi ha detto che è andato a Trapani…»

«Arluzzi, ma ci credi? – spalanca i suoi occhioni pieni di lacrime – Ma ti pare? Tu pensi che sarebbe capace di uscire dai suoi quattro vicoli da solo, prendere il traghetto e arrivare fino a Trapani? Ma se non è neanche capace di arrivare fino alla stazione marittima. E poi non sa manco dov’è Trapani»

«Questo lo crede lei», dice Carli difendendo Berice che per fortuna è assente.

«Senti, Carli, perché pensi che il nostro caro Berice debba violentare una donna? Pensi che le donne abbiano ribrezzo di lui e sia costretto a violentarle? Credo che tu sappia che gli uomini che violentano le donne sono solo quelli che non ne beccano in altri modi. Lo sai no?»

Carli abbassa gli occhi, è rosso, stizzito, sta zitto. Arluzzi si sente rassicurato, ma non posso fargli da mamma, io, supplente, che oggi sono qui, domani chissà.

Cosa me ne frega di insegnare l’inglese a questi ragazzini che conoscono più il riformatorio che le stanze di casa sovraffollate di fratelli sorelle litigi sberle calci e pugni. Ho vissuto con loro momenti intensi, ho ottenuto risultati e soddisfazioni, ma mi sento sempre in bilico su un baratro.

Ora anche uno spinello in classe?

Cosa stanno facendo laggiù in fondo? Cazzo, si stanno rollando uno spinello. Che faccio, chiamo il preside? E se poi fosse solo uno scherzo? Faccio finta di niente e comincio la lezione. Sì, scrivo alla lavagna le dieci frasi che loro devono abbinare ai disegni. Ecco le ho scritte, stanno attenti quasi tutti meno quei tre là in fondo, Carli che me la vuol far pagare, Cernese che nonostante tutto mi vuole mettere alla prova, Ricci che è proprio un fetente. Se mi scoprono che gli permetto di farsi gli spinelli in classe mi radiano dall’insegnamento, ma se chiamo il preside ed è uno scherzo i ragazzi non mi faranno più vivere. Devo rischiare. Ecco mi sto avvicinando a loro, all’ultima fila di banchi e adesso prendo le cartine già attaccate e il tabacco, mi sembra proprio che sia uno scherzo, non c’è odore e mi sembra sia solo tabacco. Ora butto tutto nel cestino.

«Cosa fa, prof? Non sa quanto costa?». La classe è lì pronta a scoppiare a ridere, sento le loro maledette risa soffocate in gola.

«Una sigaretta e due cartine? Ve la restituisco alla fine della lezione la vostra sigaretta di tabacco. E poi lo sapete che non è il caso di fumare del tabacco con tutte quelle cartine? Fa male alla salute. Capirei ci fosse dell’altro, tipo del fumo, magari di quello buono, ma così è proprio da scemi». Stanno zitti, ho ottenuto l’ultima battuta, vero segno del potere in queste classi di giovani maschi incolti impoveriti sradicati.

Se la pigliano anche con i gay

Il collega di italiano, unico mio interlocutore, chissà forse perché è gay, mi ha detto che si vede che mi rispettano da come mi salutano. Che i suoi colleghi maschi, la maggioranza, sono uno strazio. Le colleghe, invece, subiscono di tutto perché non riescono ad argomentare con loro.

Manca ancora un quarto d’ora al suono di questa maledetta campana, per adesso è filato tutto liscio, ma chissà in quindici minuti quante me ne possono accadere.

«È vero che Oscar Wilde era un frocio? – provoca Meli, l’intellettuale della classe – Non le fa schifo, prof?»

«E perché dovrebbe? Anzi mi piace molto leggere quello che ha scritto. Hai mai letto qualcosa di Wilde? Lo conosci Dorian Gray? »

 «A me i froci fanno schifo»

«Perché?»

«Ti attaccano l’Aids»

«Davvero?»

«Ma come? Non lo sa, prof? Io non vado più in piscina perché c’è pieno di froci negli spogliatoi», ribatte Merli.

«Com’è che si trasmette l’Aids? Dai, Merli, spiegalo ai tuoi compagni»

Silenzio.

«Prof, ma a lei non fanno schifo i culi?», incalza Selz.

«Avreste tutti bisogno di qualche ora di educazione sessuale»

«Perché non ce l’ha fa lei? Poi ci fa anche la verifica orale», provoca Carli.

«Come si diventa omosessuali?», chiede Arluzzi.

«Lo si è, non lo si diventa»

«Secondo me è una malattia», insiste Selz.

«Come l’Aids?», chiedo io.

«Peggio», risponde Merli sicuro.

«Ho sentito dire che una professoressa inglese di educazione sessuale è rimasta in cinta di un suo allievo», dice Banti.

«Lei insegnerebbe educazione sessuale?», chiede Selz.

«No, siete troppo ignoranti in materia. Non saprei dove cominciare»

«Lo pensa lei», sfotte Merli che pensa di essere il più bello della scuola.

«Merli, spiega ai tuoi compagni come si prende l’Aids»

«Se un frocio ti tocca»

«Se ti tocca come?»

«Basta che ti stringa la mano»

Ora hanno anche rubato i registri

 Gli do da fare un esercizio e il primo che lo consegna gli metto sette: è l’unico modo per farli star zitti, amano la competizione. Quante ne ha passate la collega che mi ha preceduto, ha rinunciato all’incarico, è scappata via dopo che hanno fatto scoppiare un preservativo pieno d’acqua sulla cattedra. A me non è ancora successo niente di simile ma qualcosa, prima o poi, mi capiterà. Forse no. In fondo hanno rubato il registro a gran parte dei professori della classe e a me no. Anche se mi hanno aperto il cassetto. I registri li hanno ritrovati ai giardini di plastica, proprio sotto il palazzo della Regione; la motovedetta della capitaneria di porto ne ha pescato uno nell’acqua, di fronte ai magazzini del cotone, galleggiava con tutte le sue insufficienze, gli argomenti delle lezioni e le assenze. Ma il mio non l’hanno rubato, eppure di votacci ce n’erano. E non pochi. Che abbia ragione il collega gay? Mi rispettano? Come rispettano lui, nonostante tutto.

È un delirio una classe di soli maschi

«Prof, non si metta così se no mi distrae»

Allude al seno che ho appoggiato sulla cattedra? Eppure, questa maglietta non è neanche scollata.

«Siete proprio affamati. E pensare che abitate in una città di mare e d’estate ne vedete tante di tette all’aria, culi e cosce di uomini e di donne. Ma ci andate mai in corso Italia, d’estate? Ci sono più tette sulla spiaggia che macchine sul marciapiede. È un delirio una classe di soli maschi, siete squilibrati ecco la realtà. Non fate altro che parlare di sesso. Chi ne parla tanto ne fa poco, lo sapete?»

«Allora chissà quanto ne fa lei che non ne parla mai», incalza Berice che nel frattempo è rientrato, quindi non era assente, era solo in giro per l’istituto. Deve essere uscito quando il collega dell’ora prima dormiva.

«Infatti», ribadisco io.

«Prof, ho finito l’esercizio», mi salva Cernese.

«Anch’io», incalza Arluzzi.

«L’ha detto prima Cernese», così dico.

Ora correggo, speriamo sia tutto giusto.

«Tutto bene, Cernese. Ecco il tuo sette»

Suona la campana. Il match è finito alla pari. Non mi hanno messo sotto. Corro in gabinetto a fumarmene una prima di entrare in quarta. Lì sono ancora peggio, ma sai una cosa? Ci sto proprio bene con questi ragazzi.

Questo racconto, scritto negli anni Novanta, è uscito a novembre del 2020 nell’antologia , “La Liguria Sorride” a cura di Marino Magliani e Barbara Panelli, per i tipi de Lo studiolo. È ambientato negli anni Novanta ed è un po’ autobiografico. In quel periodo vivevo già a Genova, ma tutte le mattine alle sei prendevo un treno sudicio e logoro che partiva da Roma per fare la supplente in una scuola professionale di Imperia. Amo ancora la notte, ma vado quesi sempre a letto prima di mezzanotte.

Oggi forse non sarebbe possibile comportarsi come fa questa supplente. Forse non si sentirebbe libera di avere un dialogo simile con i suoi studenti. Si sentirebbe sorvegliata per colpa delle chat di classe di whatsapp. Magari mi sbaglio. Ormai faccio un altro mestiere da tanti anni, un mestiere che tanto sognavo di fare e che già facevo allora. Voi professori che cosa ne dite?

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