Grande amico di Mario Soldati, che si era stabilito a Tellaro, Paolo Bertolani era una fonte inesauribile di notizie e aneddoti sugli scrittori e gli intellettuali che hanno soggiornato o vissuto in questo splendido lembo di Liguria.
Il 19 febbraio sono 14 anni che Paolo Bertolani se n’è andato via per quella strada dalla quale non si ritorna. Era una persona gentile, un amico, mi ha preso per mano e accompagnato in giro per i luoghi letterari del Golfo dei Poeti, che ha accolto scrittori straordinari, da Mary Shelley a D.H Lawrence e Virginia Wolf.
Lo voglio ricordare con questa mia recensione, uscita sul Secolo XIX nel 2001
Non si può avere nostalgia di quel mondo contadino che Paolo Bertolani ricostruisce con abilità in Racconto della Contea di Levante (il melangolo). È una narrazione asciutta e commossa di alcuni episodi dell’infanzia di un bambino negli anni Trenta. Cresciuto in mezzo agli stenti, con il padre che si ammazza a coltivare la campagna, con la madre che tira avanti silenziosa. Un mondo che poi è la Serra di Lerici, un paese vicino al mare, ma abbastanza distante da essere un altro pianeta. Giù sulla costa ci sono gli inglesi, gli intellettuali, i ricchi, ma lassù alla Serra si vive con fatica.
Paolo Bertolani e Francesco Biamonti: una civiltà alla stremo
Bertolani condivide con Francesco Biamonti un universo. Le terrazze su cui si lavora a schiena china, zolle di terra da vangare, il mare lì vicino, un orizzonte che ti fa sognare e venir voglia di scrivere.
Biamonti, nei suoi romanzi, ha descritto una civiltà contadina ormai finita, di cui si può solo sentire un lontano eco, Bertolani invece la ritrae quando ormai è allo stremo, prima dei grandi sommovimenti del Dopoguerra. Però ogni tanto Bertolani lascia sulla pagina brevi brani che si riferiscono all’oggi, già nell’incipit, quando descrive
i rovi e le canne che nessuno pensa più a tagliare tanto si è fatta strada anche da noi la fretta di un mondo che somiglia sempre più a una gabbia impazzita
Da ciò si capisce che ciò che muove la scrittura di Bertolani è lo stesso sentimento di privazione di Biamonti. Ancora:
Li davano già via per una sassata, e con le casette e tutto, quei siti aggrappati alle coste, con la poca terra tenuta in sesto dai muretti a secco che franavano di continuo.
Oppure:
La temenza di potervi scoprire un niente di muri franati, di campi in completo abbandono”

L’infanzia difficile di Paolo Bertolani
Bertolani ci riporta indietro nel tempo quando il protagonista, l’io narrante – lo stesso scrittore dunque – era “l’ultimo uovo del nido“. E già nel primo capitolo l’approccio con quel mondo è drammatico: il piccolo protagonista viene iniziato alla sessualità da alcuni amici più grandi in modo violento e, tornato a casa, trova la cinghia del padre ad aspettarlo.
Un bambino che sogna, che appartiene alla razza di sua madre, che sente l’urgenza di pensare e scrivere, atteggiamenti che si scontrano con la praticità della mentalità contadina. Poi viene costretto a bacchiare le olive sotto padrone, ma l’urgenza di scrivere non se ne scappa via.
Un padre tutto d’un pezzo
Il padre si ammala e, in casa, viene a mancare “la trave maggiore”, un padre duro che, come il nonno, diluisce nel bicchiere le ansie e le angosce. Un uomo che vuole sapere la verità sulla sua malattia dalla moglie e dal figlio, ma che non riesce a ottenerla. Un antifascista che non fa nulla per ingraziarsi le autorità. E nemmeno per andare d’accordo con i compagni del partito. Generoso a modo suo, quando vede l’amico che gli ruba le patate nell’orto si nasconde, perché non avrebbe più il coraggio di berci assieme, di salutarlo: “Lo metterei in vergogna per tutta la vita”.
Un scrittura lucida, tagliente e ironica
La scrittura di Bertolani è asciutta, mai una sbavatura, lucida come una spada che ferisce quando ce n’è bisogno. Come una voce che parla dentro. Dialoghi brevi e taglienti. Gente di poche parole sono quei contadini, come lo stesso Bertolani. Anche l’uso sapiente dell’ironia permea il romanzo, come quando racconta del padre felice perché sente i carri dentro il vicolo e pensa siano arrivati gli alleati. Vuole far festa, far suonare al prete Bandiera rossa con le campane. La moglie lo frena: «Vedi un po’ chi sono prima». Saggezza delle donne: infatti il paese è invaso dai tedeschi.
Il nonno socialista
Un altro personaggio che si staglia nitido è quello del nonno che, dopo il lavoro, per un periodo, va a scuola di socialismo, ma poi quel “maistro” sfaticato non lo convince più e lascia perdere. Racconto della Contea di Levante uscì in prima edizione nel 1979 presso Il Formichiere e vinse il Premio Comisso. L’edizione del “melangolo” però è arricchita di un glossarietto a cura di Francesco Bruno, dove viene spiegato il significato di alcune espressioni locali usate da Bertolani.
Paolo Bertolani è soprattutto un poeta dialettale
Però non bisogna dimenticare che Bertolani più che narratore è uno dei migliori poeti dialettali del nostro paese. Scava nella lingua della sua contea di Levante e ne strizza fuori immagini, dialoghi, emozioni.
È un po’ il genius loci, l’anima di Lerici e dell’estremo levante: senza mai muoversi da quelle terrazze a picco sul mare è entrato, nel corso della sua vita, in contatto con intellettuali come Charles Tomlinson, Attilio Bertolucci, Vittorio Sereni, Mario Soldati e Giovanni Giudici. E tante altre persone di cultura che sono state colpite da quel giovane vigile urbano che non ha mai smesso di sognare.
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Questa recensione è uscita sul Secolo XIX il 6 novembre del 2001.
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La foto di Paolo Bertolani è tratta da wikipedia
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