Bocca di Magra, proprio alla foce del fiume, è una località incantevole, sospesa tra Liguria e Toscana. Nel corso del Novecento è stata un rifugio prediletto da scrittori e poeti. Anche Marguerite Duras (1914–1996), scrittrice e sceneggiatrice francese cresciuta in Indocina, ne rimase affascinata: tanto da ambientarvi parte di un romanzo. La Duras ha trasformato la memoria coloniale e l’esperienza femminile in materia letteraria. Le sue opere più note, come L’amante e Hiroshima mon amour, esplorano desiderio, silenzio, assenza e potere.
L’atmosfera di Bocca di Magra raccontata da Einaudi
Bocca di Magra divenne un piccolo cenacolo di intellettuali. Cominciò Eugenio Montale, poi Carlo Emilio Gadda, e nel dopoguerra arrivarono Giulio Einaudi con gli scrittori Italo Calvino, Cesare Pavese ed Elio Vittorini, insieme ai poeti Franco Fortini, Giovanni Giudici e Vittorio Sereni.
Einaudi descrisse così quel periodo felice:
Cominciai ad apprezzare il mare dal ’45: era l’epoca felice di Bocca di Magra. Con la barca da fiume mi spingevo, remando in piedi, fino a Punta Bianca, una punta di marmo con le superfici lisce e concave che sprofondano in un mare limpido. (…) Erano estati di mare e di campagna, di amicizie e di felicità irripetibili.
L’arrivo a Bocca di Magra è un viaggio mitico nel tempo. A un certo momento, quando si arriva alla foce del fiume, questo si allarga e diventa immenso: sembra di avanzare in una terra sconosciuta. Nel ’45 il villaggio era formato da quattro case di pescatori. (…)
Henry Moore (lo scultore inglese) aveva affittato una casa vicino alle cave di marmo di Carrara e andai con lui a scegliere enormi blocchi che gli servivano per il suo lavoro. (…) Cercò di iniziarmi alla scultura facendomi dare alcuni colpi di scalpello. Un giorno lo invitai a Punta Bianca e gli feci osservare come gli scogli avessero sinuosità molto simili alle sue opere. Lui mi sembrò assentire.
Punta Bianca mi ricorda Henry Moore e ogni sua scultura mi ricorda Punta Bianca.
Ancora Bocca di Magra: una merenda al tramonto, organizzata da Mary McCarthy. Buttati sugli scogli come naufraghi, vennero servite — con posate d’argento di un servizio da viaggio che poteva essere stato di Napoleone — squisitezze varie, accompagnate da un vino bianco secco dell’entroterra ligure. Accendemmo fuochi e solo a notte fonda risalimmo il fiume.
Marguerite Duras è stata un’assidua frequentatrice di Bocca di Magra. Con lei venivano il poeta Robert Antelme e il saggista Dionis Mascolo.
Questa testimonianza di uno dei più importanti editori restituisce l’intensità di un’epoca in cui Bocca di Magra era un crocevia di amicizie, scoperte artistiche e dialoghi culturali, un luogo dove il confine tra vita e letteratura si faceva sottile.
Marguerite Duras ed Elio Vittorini
Il primo ad arrivare fu Elio Vittorini. Marguerite Duras, sua cara amica, rimase incantata da questo paesaggio. Nei cavallini di Tarquinia racconta di un certo Ludi che altri non è che lo scrittore in vacanza a Bocca di Magra:
Il fiume scorreva a pochi metri dalla casa, largo, scolorito. (…) Loro ci erano venuti a passare le vacanze per via di Ludi, a lui piaceva. Era un piccolo paese in riva al mare, a quel vecchio mare occidentale (…) sulle cui rive c’era appena stata la guerra. (…)
Trenta case ai piedi di quel monte, lungo il fiume, separate dal resto del paese (…) si riempivano di villeggianti di ogni nazionalità, di gente che aveva in comune il fatto che la presenza di Ludi li attirava lì, convinti che a tutti loro piacesse nello stesso modo passare le vacanze in luoghi del genere, così selvaggi.
Trenta case e la strada asfaltata solo per cento metri lungo le trenta case. Era quello che diceva di piacergli Ludi (…) che fosse così isolato e senza speranza di essere mai ingrandito per via dei monti troppo vicini e troppo a picco sul fiume (…).
Ludi ci veniva con Gina, sua moglie, da dodici anni. Anzi, era proprio lì che l’aveva conosciuta, saranno stati più di dodici anni da allora (…) “.
Marguerite Duras ambienta a Bocca di Magra un suo romanzo
Marguerite Duras ha ambientato a Bocca di Magra anche diversi brani da Il marinaio di Gibilterra. Il protagonista del romanzo sente nominare occasionalmente il Magra da un operaio che lo carica in autostop e lo porta a Firenze. Da quel momento quel fiume, quel nome diventano per lui un’ossessione. Si siede ai tavolini dei bar di Firenze, non sopporta la canicola estiva, né la sua compagna che gira affannosamente per i musei. Non ne può più di Parigi e del suo lavoro all’anagrafe. Di notte si sveglia allucinato e riesce solo a pensare al Magra.
E così decide di partire per ‘Rocca’, cioè per Bocca e riesce finalmente a tuffarsi in quelle acque magiche che lo aiutano a prendere la decisione più importante della sua vita. Non ritornerà più a Parigi, addio al posto fisso. Lascerà la sua fidanzata che diventerà presto un ricordo sbiadito. Partirà insieme alla ricca americana proprietaria dello yacht ancorato nel porticciolo di ‘Rocca’.
Il viaggio durò molto, il sole tramontò forse mezz’ora dopo che avevamo preso la direzione del mare, e quando arrivammo era scesa la notte. La corriera si fermò davanti alla trattoria che, come sapevo, dava sul fiume. Rimasi a guardarlo per un po’ nel buio. Avevo pensato a lungo a lui da sei giorni e sei notti, davvero molto, più di quanto avessi mai pensato nella vita a qualcosa e forse, fino a quel momento, a qualcuno. (…)
Mi svegliai dopo circa due ore. (…) La camera dava da una parte sul fiume, dall’altra sul mare. Dal primo piano si vedeva meglio il posto, soprattutto l’estuario del fiume; un po’ a sinistra dell’estuario c’era la sagoma bianca di una barca, con l’interponte debolmente illuminato. Era lo yacht dell’americana. Il mare era calmo ma la sua superficie appariva rugosa accanto a quella perfettamente liscia del fiume. Un nastro di schiuma lucente segnava il punto in cui si incontravano. Mi erano sempre piaciuti paesaggi di questo genere, geografici, per così dire. I capi, i delta, le confluenze e soprattutto gli estuari: l’incontro del fiume con il mare. Tutti i paesi lungo la costa erano illuminati, guardai l’orologio: erano appena le undici. (…)
Si ballava vicino al fiume su una pista appoggiata su palafitte, circondata da uno steccato di canne da cui pendevano delle lanterne veneziane. La gente ballava anche giù, su un piccolo terrapieno di fronte all’entrata. (…)
Faceva quasi caldo come a Firenze, ma qui non aveva importanza. Feci un lungo bagno. Eolo mi aveva imprestato una barca, di tanto in tanto uscivo dall’acqua e mi riposavo nella barca, sdraiato al sole, poi mi tuffavo di nuovo, oppure facevo un giro, ma era faticoso remare, per via della forte corrente. Comunque una volta riuscii ad arrivare all’altra riva senza deviare troppo verso la foce. Riconobbi il posto della festa da ballo, completamente deserto, e, un po’ più in là, il punto dove ero stato con Candida. C’erano poche case che davano direttamente sul fiume, ma soprattutto frutteti, circondati da steccati. Davanti a ognuno c’era un piccolo pontile privato e barche dove i contadini caricavano la frutta. Via via che passava il tempo, aumentava il traffico; la maggior parte delle barche, una volta riempite, andava verso il mare con il carico coperto da un telone, per via del sole. (…)
Le acque erano chiare, tiepide al punto che si sarebbe potuto dormirci dentro, ma dopo una settimana passata in cima agli edifici di Pisa, sotto un sole infernale, si doveva probabilmente apprezzarle ancora di più. Io dovevo riposarmi solo da un brutto passato, di bugie e di errori. Bastava che uscissi un po’ dall’acqua e di nuovo mi si rivoltava lo stomaco e dubitavo del futuro. Nell’acqua invece dimenticavo, tutto mi sembrava più facile, riuscivo a immaginare un futuro accettabile e persino felice. (…)
Sopra di noi, a sinistra, scintillavano le pendici nevose dei monti di Carrara. Dall’altra parte, sulle colline, i paesi sembravano, per contrasto, scurissimi, nascosti tra le mura, le viti, i fichi. (…)
Tornammo a bordo per il pranzo. Poi, di nuovo, andammo in cabina e ci restammo a lungo. Lei si addormentò e io ebbi il tempo di guardarla dormire nella luce già più soffusa del mare, poi mi addormentai anch’io. Il sole tramontava quando ci svegliammo. Salimmo sul ponte, il cielo era di fuoco e le cave di marmo di Carrara scintillavano candide. (…)
Erano le sette, rimasi solo al bar fino alla partenza del panfilo. Una mezz’ora: levammo l’ancora mentre calava la notte. Uscii dal bar e mi appoggiai al parapetto. Ci rimasi a lungo. Poco dopo la partenza, Carla arrivò correndo sulla spiaggia, vedemmo quella figurina scura sventolare un fazzoletto. Poi ci allontanammo e presto si fece confusa e sparì. La foce del Magra tagliò in due la spiaggia. I monti di marmo dominavano tutto il paesaggio con la loro mole splendente. Ancora per un lungo momento. (…)
Attaversare il Magra: un sortilegio
Duras inventa un passaggio in barca per raggiungere Fiumaretta e la pista da ballo, ma in realtà Pilota e pista si trovano sulla stessa riva. È un espediente narrativo che aggiunge magia alla scena. Vittorio Sereni coglie la suggestione:
Il passaggio da una riva all’altra del fiume sembrava comportare una decisione importante, significativa; e anche di più, un rituale, un sortilegio, quasi si trattasse del trapasso da un mondo ad un mondo diverso
Un’osservazione interessante: tra gli autori che hanno raccontato Bocca di Magra, Duras resta l’unica donna, forse non per caso.
So che, dopo aver letto Duras, vi verrà voglia di tuffarvi nel Magra, per risolvere dilemmi o cambiare vita. Meglio non farlo: oggi alla foce non si può più nuotare, tra imbarcazioni e qualità dell’acqua. Meglio allora godersi la spiaggia o, in stagioni fredde, percorrere i sentieri di questi luoghi straordinari.
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