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Ve lo ricordate il potente quadro di Van Gogh, Esterno di Caffè di notte? Come vi sentireste trovandovi, all’improvviso, lì davanti, senza che nessuno vi avverta? Ebbene, mi è successo qualche settimana fa ad Arles, in Provenza. Non pensavo fosse così simile al quadro. No, davvero. E sono precipitata indietro di un secolo e mezzo.

Lunedì scorso a casa di due care amiche ho visto un bellissimo film sulla guerra nella ex Jugoslavia “Sole Alto”. Un conflitto atroce, che ha messo sulle diverse sponde della barricata anche coppie, persone che si amavano e desideravano un futuro insieme. Una guerra che non va dimenticata, che deve servire come monito. Per questo mi è venuto in mente di proporvi questo mio reportage dalla Croazia, pubblicato nell’agosto del 2008 sul “Secolo XIX”, arricchito da un’intervista a Predrag Matvejević (Mostar, 7 ottobre 1932 – Zagabria, 2 febbraio 2017), uno scrittore che si è giocato fino in fondo e che ho avuto l’occasione di conoscere e frequentare in più di un’occasione.

La frase in corsivo è stata aggiunta oggi.

Ogni volta che esco dalla metro a Porta Garibaldi, dopo la costruzione di Piazza Gae Aulenti, mi sembra di precipitare in una città contemporanea, tipo Londra o Berlino. È come se il mio skyline mentale si sfocasse. Come se qualcuno mi suggerisse: non sei in Italia, non sei a casa, ma in viaggio. Ed è un bel sentire. C’è voluto tanto tempo, poi anche Milano è riuscita a dare vita al suo primo quartiere globalizzato. Benché ami i centri storici del Bel Paese pieni di stratificazioni storiche, mi sento a casa anche in questi non luoghi. È come se la mente avesse più spazio per pensare il futuro.

Un vero peccato che sia scomparsa l’atmosfera dell’Isola – il quartiere storico – però è come se si continuasse a sentire quell’energia. Un po’ come a Potsdamer Platz a Berlino.

La Fondazione Feltrinelli

Tutto questo andavo pensando, mentre muovevo i miei passi verso la Fondazione Feltrinelli, l’edificio nuovo di zecca, progettato da Herzog & de Meuron. Da fuori è un po’ austero, ma all’interno sembra quasi di essere all’aperto, come era nelle intenzioni degli architetti. Perché gli sguardi escono dalle grandi vetrate indisturbati e spaziano tutt’intorno. Così recita un cartello posto in vetrina: «La grande architettura può essere un sostegno rilevante, ma è meno importante delle attività che accadono dentro e intorno agli edifici», firmato Jacques Herzog. «Una nuova sede iconica per una grande casa delle culture sociali, moderna e internazionale», gli fa eco Carlo Feltrinelli.

Al pianterreno il Babitonga café, e la libreria. Provo a cercare tracce di Giangiacomo Feltrinelli, il fondatore della casa editrice, ma trovo solo la sua biografia, scritta dal figlio Carlo. Un po’ poco.

Il pensiero vola libero?

Al primo piano l’opera di Joseph Kosuth Nineteen Locations on Meaning, dei neon montati sul muro e poi una grande sala con un palco, dedicata alle arti performative. Al terzo e ultimo piano, una biblioteca piena di gente che studia. Lo spazio a struttura triangolare ha un grande fascino, con una altissima libreria che si incastona perfettamente nello spazio. Poi – mi fa sapere Francesca, solerte addetta stampa – all’interno della struttura si sarebbero potuti fare più piani, come nell’edificio gemello di fianco, ma «abbiamo voluto lasciare gli spazi ampi» per permettere al pensiero di volare libero.

Gli incredibili archivi della fondazione – anche l’ultima lettera che il Che ha scritto a Fidel Castro – per ora sono ancora in via Romagnosi, la sede storica. Sono stata in quel palazzo tanti anni fa, per intervistare Carlo Bo, che abitava proprio in quell’edificio, un pomeriggio indimenticabile. Vent’anni fa Milano era tutta un altro mondo.

Eataly

Nessuno si sarebbe mai aspettato allora che gli archivi si sarebbero trasferiti in un edifico così imponente. Così come che a pochi passi, in un ex cinema, dall’altra parte di Porta Garibaldi, sarebbe sorto un grande negozio chiamato Eataly. ormai multinazionale.

Non mangio a Eataly Smeraldo, preferisco far sosta in un locale di Corso Como, per recuperare un po’ di energia in mezzo agli edifici storici e poi ripartire alla volta di piazza Gae Aulenti, ormai un must per chi visita o vive a Milano.

Piazza Gae Aulenti

Di sera con il buio e in pieno inverno, con le sue strade deserte o con le persone che sciamano veloci tra i grattacieli puntellati di luci ha un fascino particolare. Anche se è bello percorrerla d’estate, con la gente distesa sulle chaise longue a prendere il sole, vicino alle fontane e ai giochi d’acqua. Stona un po’ quella scritta Unicredit lassù in cima, ma serve come memo per ricordarci che sono le banche che governano il pianeta. Non mi dispiacciono le due torri dell’architetto Stefano Boeri, anche se in molti paventano che il Bosco Verticale porti umidità all’interno degli appartamenti.

Torre Diamante

Sono le sei, sono sotto la Torre Diamante, alzo il naso e guardo tutte quelle persone negli uffici aldilà delle vetrate, su e ancor più su per tutto il grattacielo. Dalla porta principale, invece, stanno uscendo decine di impiegati tutti in fila, compunti, tante donne chiuse nei loro vestiti, rigorosamente vestite di blu, sicuramente diverse dalle segretarie descritte nel libro più geniale e pungente uscito su Milano nel secolo scorso, per la precisione nel 1962.

La vita agra di Luciano Bianciardi

La vita agra di Luciano Bianciardi che così descrive le segretarie, vera spina dorsale dell’import-export, del commercio, delle attività terziarie e quartarie. Secche di gambe, piatte di sedere, sfornite di petto, picchiettano dalla mattina alla sera coi tacchi a spillo, sugli impiantiti lucidati a cera, e poi su un pezzetto di marciapiede, fino alla fermata del tram.

Oggi sembra passato un millennio da quella Milano lì, ma son solo cinquant’anni. La società solida si è sfaldata ed è diventata liquida, tanto per citare Zygmunt Bauman. Camminando tra i grattacieli e tornando verso la fermata della metro sento il sussurrare di quel mondo che fu. E mi fa un gran piacere, davvero.

Pubblicato per la prima volta su mentelocale.it a febbraio 2017
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La Passeggiata Le Corbusier? Da quanto non la facevo! Ripropongo, ora che è estate, questo mio itinerario. Un posto dove è bello andare per fare un bagno, prendere il sole, e fare una camminata la mattina presto o verso il tramonto. 

La Costa Azzurra, tanti ricordi fin da bambina, sono cresciuta a Sanremo. Quando si attraversava la frontiera sembrava che tutto fosse più colorato, il blu del mare, il verde dei pini marittimi, la frutta sulle bancarelle. Quella striscia di terra così vicina alla Liguria pareva uscita dal mondo delle favole, con l’attrice Grace Kelly che aveva rinunciato a Hollywood per sposare il principe Ranieri. Nizza per me era molto più vicina di Genova o Savona, anche culturalmente.

La passeggiata Le Corbusier, il più bello dei sentieri, ma…

Ebbene questo andavo meditando quando ho attraversato la frontiera un paio di settimane fa per percorrere uno dei sentieri più belli: è a picco sul mare, e unisce Mentone a Montecarlo: la passeggiata Le Corbusier. Ora quella frontiera ha un significato diverso per tutti, siamo nella terra dei profughi che si accampano e che tentano di approdare in Francia, rischiando spesso la vita. Poi Nizza, che conosco in ogni angolo, ha subito uno degli attentati più violenti, con 86 morti e 302 feriti. Quel tragico camion.

Quando attraverso i territori alla ricerca della bellezza, non riesco a fare a meno di pensare anche alle crepe, che sono vive come ferite, anche se impalpabili. Per tornare all’intento iniziale di questo spunto, descrivere un itinerario, vi consiglio vivamente di attraversare la frontiera, e di dirigervi sul lungomare verso la fine di Mentone. Lì c’è Cap Martin, puntellato di ville prestigiose, che appartengono a persone note e meno note. Poco prima che la strada salga sul promontorio, girate a sinistra e cercate di scovare la passeggiata le Corbusier, dedicata al grande architetto utopista morto nel 1965, che aveva un cabanon qui, una sorta di cottage sul mare.

Appena la inforchiamo ci sono i vigili del fuoco, un attimo di paura. Paura per quello che ho appena detto. Ma se ne va via subito, il paesaggio è un incanto. Nessuno può arrivare fin qui a fare del male a qualcuno. Mai dire mai!

La macchia mediterranea sparge i suoi profumi

In un saliscendi continuo si incontrano prima un mezzo busto dedicato all’architetto, poi a destra ville e giardini botanici, a sinistra la distesa infinita del mare, calette di roccia appuntita, spiaggette dai sassi bianchi, con la macchia mediterranea – tra cui cespugli di mirto e agavi – che sparge i suoi profumi ovunque. La passeggiata Le Corbusier è facile, ben tenuto, lontano da tutto. È in cemento, con tratti in piano o scalini, ed è adatto a grandi e piccini. La segnaletica c’è, anche se non indica quasi mai i chilometri ancora da percorrere. A volte bisogna domandare perché non sempre è chiaro quale svolta prendere.

Niente traffico, niente rumori, niente barche, solo gente che cammina o corre. Poca. Si dice che i francesi dopo gli attentati vengano più volentieri in vacanza in Italia, infatti pare che ce ne siano pochi. Invece, tanti gli italiani.

Laggiù spunta Montecarlo

Dopo aver incontrato tre ville maestose, soffocate dal verde, dopo aver girato intorno alla punta di Cap Martin, laggiù in fondo spunta Montecarlo. Quei grattacieli un po’ stonano con la bellezza della natura che ci circonda ora. Sono almeno 18 anni che non visito il Principato di Monaco e l’idea di arrivarci a piedi mi diverte molto.

Il Sentiero dei Doganieri

Un tempo questa parte dell’itinerario si chiamava il “Sentiero dei Doganieri”, già nel Settecento i contrabbandieri imboscavano la loro merce in queste spiaggette che hanno tanti angoli nascosti, tutti raggiungibili grazie a scalette in cemento, ben inserite nel paesaggio. Ottime d’estate per andare al mare o anche d’inverno per fare una pausa al sole o un picnic, dato il clima spesso mite. Quando mi trovo in questi spazi un po’ fuori dal tempo, mi chiedo spesso come fa a vivere chi non abbandona mai l’auto, chi mai e poi mai si metterebbe le scarpe da trekking ai piedi, per godersi questi spicchi di mondo.

Proseguendo verso Montecarlo, ad un certo punto appare Roquebrune, che si trova dall’altra parte di Cap Martin, una miriade di case delle vacanze che hanno rosicchiato il verde. In cima alla collina, proprio di fronte, a picco sul mare, il castello costruito dai feudatari di Ventimiglia.

Il cabanon di Le Corbusier e la villa di de Laurentiis

Più avanti si incontrano due passaggi sospesi, attaccati al muro della ferrovia. Sicuri e ben tenuti, è uno spasso percorrerli. Poi il cabanon di Le Corbusier, sommerso dalla boscaglia, lo si riesce a vedere – anche se non bene – solo dalla Plage du Buse più sotto. In questa spiaggia si trova anche la sontuosa villa di Dino de Laurentiis, con un ficus che giganteggia sopra il muro di cinta.

Montecarlo non è un bel vedere

Raggiunta la stazione ferroviaria di Roquebrune, e poi il ponte che porta sulla strada principale, a sinistra comincia l’ultimo tratto del percorso verso Montecarlo. Angoli suggestivi anche qui. Ma arrivata nel Principato ci rimango male, troppi nuovi edifici e grattacieli costruiti alla rinfusa negli ultimi anni. E penso con un po’ di nostalgia ai tempi in cui credevo nella favole e alla felicità della principessa Grace, che aveva conquistato il suo principe azzurro.

Per tornare a Mentone si può prendere con estrema facilità il bus numero 100. Vi consiglio di mangiare un panino davvero economico, ma buono, al chioschetto che si incontra all’angolo, proprio alla fine della discesa, non appena entrati a Mentone.

Una gran bella passeggiata, una giornata di pura essenza. Appena rientrati in Italia, sulla superstrada che porta a Bevera e a Torri Superiore, incontriamo profughi che corrono da una parte e dall’altra della carreggiata. Ormai è buio. E intravediamo solo figure in movimento. La giornata è scorsa via leggera e ora si torna all’ossessione del presente.

ALTRE INFO: 90 metri circa di dislivello e 6,5 km di distanza. Difficoltà: T (Turistico)

Uscito su mentelocale il 21 dicembre 2016

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