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Nel Ponente Ligure di borghi stupefacenti ce ne sono tanti, da Apricale a Dolceacqua, da Toirano a Zuccarello. Torri Superiore, in val Bevera, sembra un miraggio quando ti si presenta allo sguardo, lassù in cima, appena svoltata l’ultima curva.

In mezzo al verde con decine di finestre che ti scrutano attente. Quando lo raggiungi, ti senti in paradiso, anche perché per arrivarci da Ventimiglia, sei costretto ad attraversare un territorio sconnesso e accidentato, una cava abbandonata, capannoni sparsi qua e là a casaccio, strade sbarrate con lavori in corso, garage mal costruiti, case lasciate a metà. A tratti sembra una landa desolata. Eppur così vicina alla Francia, il contrasto ti lascia senza fiato.

Torri Superiore, un meraviglioso labirinto

A Torri Superiore dimentichi tutto, perché qui in cima, con il torrente Bevera che scorre giù veloce, sei arrivato in un altro mondo. Quello che lo rende un paese speciale, oltre la sua piccola dimensione, è che nessun vicolo si interrompe davanti ad una porta chiusa. È stato rimesso in piedi creando dei percorsi che hanno sempre uno sbocco, un meraviglioso labirinto che ti porta sempre verso un’uscita. È veramente bello attraversarlo, ed è davvero divertente fotografarlo.

Torri Superiore è gestito da una comunità

Questo paesino è diverso da tutti gli altri, anche perché qui un gruppo di persone ha comprato e ha ristrutturato le case medievali in pietra arroccate sul dorso della montagna, dando vita ad una comunità, che oggi condivide molti aspetti della vita quotidiana. In tanti sognano di cambiare vita. E alcuni lo fanno. Se li vai a cercare, a vedere come vivono e cosa hanno costruito, spesso trovi persone soddisfatte e anche un po’ gelose del loro mondo nuovo.

La storia di Torri Superiore

La loro storia comincia nel 1989. Hanno, ormai da tanti anni, aperto le porte ai turisti che vengono da ogni parte d’Italia e del mondo.

Non è stato facile parlare con loro, ma alla fine ci sono riuscita. «Siamo una ventina, tra adulti e bambini», mi racconta Massimo Candela, genovese, un veterano della comunità, che ha scelto di vivere qui 25 anni fa. «Avevo 23 anni, ero un bambino, non volevo restare in città e amavo l’alpinismo. Stavo cercando lavoro, ma non mi sarebbe piaciuto fare l’impiegato».

All’inizio il borgo viene colonizzato da un gruppo di torinesi, tra cui Lucilla la compagna di Massimo: «Ho fatto questa scelta, oltre che per la vita comunitaria, anche perché amavo la natura e non sopportavo l’inquinamento di Torino», mi racconta lei mentre mangiamo sedute nella sala comune. Ospiti e residenti cenano insieme, prendendo il cibo dal buffet.

Il mangiare è molto semplice e spartano – almeno in questa stagione – e c’è molta attenzione per i vegani e i vegetariani. Come le stanze e le camerate, anch’esse scarne. Quando chiedo a Massimo, qual è la cosa di cui è più contento, mi risponde così: «aver realizzato un progetto così complesso e aver ristrutturato tutte le case. È stata una grande scommessa, non abbiamo avuto aiuti economici da parte delle istituzioni».

Producono olio dai loro 600 olivi

Metà delle abitazioni sono private, l’altra metà appartiene alla comunità. La cooperativa dà da vivere a 4 persone e, in alta stagione, si arriva a sette. I residenti coltivano anche orti di proprietà, quindi hanno frutta e verdura di loro produzione, però Massimo vorrebbe essere più autosufficiente: «Purtroppo dobbiamo fare ancora troppa spesa al supermercato. Abbiamo dovuto ridurre le nostre aspettative». Però con grande soddisfazione producono il loro olio e lo vendono, hanno 600 olivi nelle terrazze intorno. Anche se questa è stata proprio una brutta annata.

Come vivono i bambini

I bambini crescono in modo diverso. Trovano sempre una porta aperta e, spesso, girano da una casa all’altra. Percepiscono il territorio del paese come fosse di loro proprietà. I rapporti con i genitori sono più diluiti, mi spiega Massimo, che con Lucilla ha adottato due bambini, che sono cresciuti a Torri Superiore e che oggi hanno 13 e 14 anni.

Tre ragazzi sono diventati adulti e ora se ne sono andati via, anche per studiare all’università, mentre il figlio di Lucilla ora vive in Cina.

Anche stranieri hanno deciso di trasferirsi qui

Non di soli italiani è composto l’ecovillaggio. Nel 1999 sono approdate qui due famiglie tedesche. Dopo la caduta del muro, erano inseriti in una vivace comunità urbana di occupanti di case a Berlino est. Ma Daniel era appassionato di olivi e a Torri Supriore ha trovato quello che cercava. Metà dei turisti stranieri che arrivano fin quassù sono tedeschi: «Siamo a un’ora dall’aeroporto di Nizza», mi ricorda Massimo. Da tre o quattro anni l’ecovillaggio è stato scoperto anche dai francesi, che prima snobbavano il Ponente Ligure.

Davvero un’esperienza speciale la loro vita di comunità. Spesso, ti puoi trovare a mangiare e dividere gli spazi collettivi con persone di tutto il mondo. Un po’ come viaggiare in altri Paesi senza muoverti dall’Italia.

Poi siamo molto vicini alla Francia, e a Mentone si può percorrere la passeggiata Le Corbusier e arrivare fino a Montecarlo, costeggiando il mare in un panorama ancora selvaggio. Per il trekking in montagna: Torri Superiore è sovrastata dal Monte Grammondo, con il rifugio Gerry (1300m), dove – come mi ha suggerito Salvatore Marino – a maggio si può ammirare la favolosa fioritura della Peonia selvatica.

Da Torri Superiore passa il sentiero Balcone che collega il villaggio con Collabassa, Airole, Rocchetta Nervina e Villatella. E poi l’Alta Via dei Monti Liguri che parte proprio da Ventimiglia e ha una tappa sopra Dolceacqua. I percorsi sono tanti. Poi, con le sue spiaggiette, il torrente Bevera è balneabile in più punti.

Se fossi in voi, a Torri Superiore, proverei a metterci il naso, almeno una volta. Poi mi raccontate l’impressione che fa.

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Pubblicato per la prima volta il 30 novembre 2016

Una cosa che non mi manca per niente in questo momento di segregazione è camminare, a causa dei divieti ho ristretto la mia area ma mi sto dedicando al trekking urbano: Molassana è stata la mia meta nell’ultimo weekend e ho fatto tante inaspettate scoperte.

Vi consiglio di non andare fuori dal vostro comune di residenza perché un cittadino di Sanremo è stato multato di 280 euro dai carabinieri, mentre faceva una passeggiata nei dintorni di monte Ceppo, che appartiene al comune di Ceriana. Tempi grami.

Che percorso scegliere?

In settimana mi sono imposta di elaborare alcuni percorsi di trekking urbano a Genova che non varcassero il limite imposto dal DCPM o che dalla città portassero su verso le montagne. La Liguria per ora è in zona arancione.

Ho preso in considerazione il sentiero E1 che da Pegli porta al monte Pennello, 1000 metri di dislivello, per 6-7 ore di andata e ritorno, ma dato che non sono proprio mattiniera l’ho rimandato a quando le giornate saranno più lunghe. Poi ho pensato all’entroterra di Nervi.

In realtà almeno sabato volevo fare quattro passi vicino al mare, ma quasi tutte le passeggiate della città lungo la costa erano state vietate dal Comune per il fine settimana.

L’acquedotto storico della val Bisagno

Così mi sono detta: sabato andiamo a camminare di nuovo lungo lo stupefacente acquedotto storico in val Bisagno, scegliendo di partire dal cimitero Molassana e arrivare vicino al Ponte di Cavassolo, ben attenta a non sforare nel Comune di Bargagli. E per domenica ho elaborato un percorso sopra Nervi, ma non è andata così.

L’Acquedotto era gremito di gente, come lo stadio durante il derby. O come la spiaggia di Camogli ad agosto. Certo, se vieti una parte della città poi le resse si formano altrove. La teoria dei vasi comunicanti, se si svuota una parte se ne riempie un’altra.

Scopriamo l’AQ2, un sentiero davvero speciale

Scoraggiati abbiamo inforcato il primo viottolo mal messo in salita. Ci era già successo di farlo ed è stata una bellissima esperienza. Come la volta precedente, ci siamo ritrovati in paradiso, poca gente, poi più nessuno. Il sentiero, all’inizio poco attraente, come tutte le cose a Genova, invece nel tratto successivo è molto ben tenuto dal Cai. Scopriamo che si chiama AQ2. Leggo su internet che questo itinerario si lascia alle spalle i soffocanti condominii e le belle ville della villeggiatura di un tempo e sale verso Creto. Fa al caso nostro e proseguiamo, anche se è già tardi, perché siamo usciti di casa alle 15.30 per vedere un mio intervento su Genova a Linea blu su Rai 1. E le giornate sono corte come le zampe dei bassotti.

L’Ostaja do Castellusso

Attraverso la boscaglia siamo riusciti ad arrivare fino ai ruderi di un’antica osteria, ripulita dai volontari del Cai, l’Ostaja Do Castellusso.

Ostaja Do Castellusso

Un cartello spiega che ha chiuso i battenti negli anni Sessanta. Quando in zona non abitava più nessuno, era frequentata da chi andava per boschi a raccogliere legna per la stufa o erba per i conigli. Chiudo gli occhi, e mi immagino seduta su un tavolaccio di legno, mentre le trofie al pesto mi si sciolgono in bocca.

Approdiamo a Cartagenova

Ormai è tardi ed è ora di scendere, tra le ombre degli alberi scopro che c’è un sentiero: conduce a un paesino lì sotto. Ed eccoci in un posto con un nome davvero originale, Cartagenova, un luogo remoto, sopra Molassana. Dovunque ti giri Genova ti offre sempre luoghi inaspettati.

Al telefono con i nostri amici di Berlino, Michael e Petra, attraversiamo il borgo tagliando per una crêuza e ispezioniamo ogni angolo del paese, esiste anche una via che si chiama Luvega – vuol dire posto umido ma in bocca a un genovese sa di mugugno – e scoppiamo a ridere.

Via Luvega

Proseguendo sulla strada asfaltata torniamo all’auto, che abbiamo posteggiato vicino al cimitero di Molassana.

Terre Rosse, Castelluzzo: vi pare poco?

La domenica mattina mi viene in mente di tornare a Cartagenova, riprendere il sentiero verso l’osteria e proseguire per l’AQ2 verso Creto.

Eccomi a Terre Rosse

Partiamo dopo pranzo e, giunti in quel luogo corroso dal tempo, prima di continuare in salita, diamo retta ad un cartello che ci indica una deviazione verso Terre Rosse, specie di calanchi color vinaccia, e Castelluzzo, un antico avamposto difensivo del X secolo, sommerso dalla boscaglia. Edificato per difendersi dai saraceni fu anche proprietà dei Fieschi, che dalla Fontanabuona avevano allargato fino a qui la loro sfera d’influenza. Mi raccomando dovete essere camminatori esperti, per raggiungere Castelluzzo.

L’avamposto difensivo di Castelluzzo

Tornando all’antica osteria, saliamo a destra verso Creto, per un sentiero lindo che odora di sudore e di fatica per i tanti che nei secoli lo hanno percorso con sacchi zeppi di sale o altri prodotti sulla schiena.

La croce di san Siro e la val Bisagno ai nostri piedi

Il sentiero sembra sia stato appena costruito da quanto sono ben tenuti alcuni tratti, con scalini puliti e muretti a secco (vedi foto in apertura con Cesare). Arriviamo fino alla croce di san Siro (500 metri sul livello del mare), dove c’è anche una piccola cappella, la val Bisagno laggiù in fondo è solo un lontano ricordo.

È una giornata un po’ luvega e il panorama, benché bello, è immerso nella foschia.

Il Panorama sulla val Bisagno, a destra si intravedono i Forti

Di fronte a noi si staglia la sagoma del Forte Diamante, dove in questo periodo non possiamo andare perché è nel comune di Sant’Olcese. Attenti alle multe!

Grazie ai divieti, però, possiamo scoprire luoghi densi di stratificazioni storiche che non conosciamo e mai avremmo conosciuto. Non vedo l’ora di rimettere gli scarponi ai piedi sabato e finire l’AQ2 verso Creto. Però devo ancora analizzare se il percorso esce fuori dai confini comunali.

La segnaletica è ben tenuta

Bè, c’è qualcosa però che mi manca sul serio

Se il trekking quindi non mi manca, ho invece molta nostalgia delle cene con gli amici, di Sanremo dove vivono mia sorella Antonella e mia zia Giovanna, e soprattutto di visitare i dintorni, sconfinare nelle altre province e nelle altre regioni, travalicare in altre nazioni o continenti.

Bè almeno mi consolo di non mettere più piede nei locali con la musica troppo alta, di non imbattermi più in code autostradali, e di non incontrare sul mio percorso persone che ce l’hanno con il mondo. Se ci fai attenzione, trovi sempre qualcosa che vale veramente la pena. Non siate sempre incazzati, mi raccomando. Guardiamoci intorno.

Qui le foto del resto dell’itinerario: dopo San Siro, Colla del Canile e Creto, si arriva al bellissimo sentiero dell’acquedotto di val Noci e a Castello di Pino.

Qui il sentiero AQ2 descritto nei dettagli

Il sentiero è escursionistico: E
Richiede un certo senso dell’orientamento, come pure una certa esperienza e conoscenza dell’ambiente alpino, allenamento alla camminata, oltre a calzature ed equipaggiamento adeguati. È il tipo di sentiero maggiormente presente sul territorio e più frequentato e rappresenta il 75% degli itinerari dell’intera rete sentieristica organizzata.

Ulteriori info sulla classificazione dei sentieri.

Se volete, qui ci sono altri miei reportage, sul trekking urbano a Genova. Vedo che li state leggendo molto in questo periodo.

Qui alcuni consigli su come elaborare un percorso di trekking urbano dentro i confini cittadini: ho lavorato con Open Street Map di wiki ma soprattutto, per quanto riguarda i confini, su questo sito come mi ha suggerito il gentile Andrea Loleo, membro del gruppo Alta via dei Monti Liguri a Tappe, ben gestito dall’amico Salvatore Marino. Scorrendo tutti i commenti al post si trovano tanti suggerimenti di Loleo per come elaborare itinerari all’interno dei comuni. Bisogna lavoraci un po’.

Ciao, vi aspetto tutti i martedì alle 21 sul mio sito con un nuovo reportage!

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In primavera, ai tempi del primo lockdown, Laura mi aveva chiesto di scrivere un intervento sulla mia esperienza di confinamento a Parigi, città in cui mi sono trasferita una quindicina d’anni fa per il mio lavoro presso la sede dell’Agenzia Spaziale Europea (ESA).

Ne scrissi una bozza, che lasciai incompiuta. Il senso di smarrimento era troppo forte. Mi domandavo anche se le sensazioni che provavo potessero dipendere da un luogo o, piuttosto, dagli affetti e dalla loro qualità. 

Solo ora, a distanza di molti mesi, e alle prese con la seconda ondata del COVID-19, riesco a scriverne e a capire quanto l’ambiente sia rilevante.

Ecco perché ho scelto la Liguria per il lockdown

In previsione di un nuovo lockdown, avendo la possibilità di telelavorare, questa volta ho deciso di lasciare Parigi e l’appartamento che per mesi aveva costituito il mio unico mondo.

La scelta della Liguria, e in particolare di Sestri Levante, è arrivata un po’ per caso. Curiosità professionale: il primo astronauta italiano a viaggiare nello spazio è proprio il ligure Franco Malerba, nato a Busalla.

Sono italiana, ma senza radici. Sono nata a Napoli e cresciuta tra il sud e il nord d’Italia. I miei per un certo periodo hanno vissuto a Genova Nervi. Un collega, un’amica genovese e, soprattutto, il mio amore per il mare e per la natura mi hanno convinto a scegliere la Liguria e Sestri Levante. Anche il buon cibo!

Mi sono sentita benvenuta

Sono arrivata la domenica sera del 25 ottobre. Posso quindi descrivere solo le impressioni del mio primo impatto, che sono quelle di un caloroso benvenuto.

Ho apprezzato le iniziative della sindaca Valentina Ghio al servizio della comunità, dall’istituzione del registro dei volontari civici all’attenzione per le misure per il contenimento del contagio, nonché la pronta risposta dell’ASL locale per il tampone, per cui faccio un ringraziamento agli operatori del drive-in dell’ospedale di Lavagna.

Sto trovando finalmente un po’ di pace

Una passeggiata alla scoperta delle due baie, quella del Silenzio, più intima, e quella delle Favole, che si apre più ampia o, poco più lontano, i resti della chiesa di Sant’Anna, mi hanno fatto ritrovare sin da subito me stessa, mettendo dell’ordine nel tumulto del mondo interiore.

La brezza del mare, i profumi della terra, i colori dei tramonti e quelli dell’autunno sono tra i tanti regali che il contatto con la natura mi sta qui offrendo.

Sto ritrovando energie, una serenità e una pace dell’anima che pensavo perdute in questo momento così difficile.

Sestri Levante è diventata così, pur temporaneamente la mia nuova casa, il mio nuovo ufficio smart – il mio nuovo chez moi.

ROBERTA GREGORI

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Mio padre Gino Guglielmi oggi, 28 ottobre, avrebbe compiuto 94 anni, invece è morto 22 anni fa. Aveva tanti amici, appassionato gourmet, buon bevitore, amava la compagnia, ma era vittima di un’ossessione, far rivivere una Sanremo ormai scomparsa. La città della Riviera in cui, da metà Ottocento, avevano soggiornato personaggi come Alfred Nobel o Edward Lear, l’imperatrice russa Maria Aleksandrovna o il Kaiser Federico III.

La Famija Sanremasca, di cui è stato entusiasta segretario per anni, gli ha intitolato un premio di poesia dialettale, la consegna degli elaborati è per il giugno 2021. Per info: leggi le foto in fondo dell’articolo.

Questo brano sulla bellezza delle donne genovesi fa parte del mio libro Le incredibili curiosità di Genova. Lo propongo ora perché sono stata da poco a Firenze e ho fotografato la Notte di Michelangelo: secondo Balzac, il grande genio per questa statua si sarebbe ispirato ai seni delle donne genovesi. Che fantasie!

Mai frequentare gli scrittori, si corre il rischio che frughino nell’intimità altrui per poi costruire i personaggi di un romanzo. Balzac nel 1837 trascorre una settimana a Genova, per poi salire a bordo di una nave diretta in Sardegna.

Villetta Di Negro

Viene ospitato dal marchese Giancarlo Di Negro (1769-1857), nella sua villa progettata dall’architetto Carlo Barabino, proprio sulla collina sopra l’odierna piazza Corvetto. Era circondata da un bel parco, decorato con statue e ornamenti esoterici e massonici, come in voga in quel tempo. Oggi è un bel giardino pubblico.


Poeta e patriota, il marchese negli anni ospita personaggi del calibro di Madame de Staël e Stendhal, Dickens e Byron, George Sand e, ovviamente, Giuseppe Mazzini. Villa Di Negro diventa un viavai di intellettuali e artisti, ma è Balzac che rende l’aristocratico genovese un personaggio, immortalandolo nel racconto Honorine, una delle 137 opere di cui è composta La commedia umana.

Le genovesi sono le donne più belle d’Italia

La donna che dà il titolo al racconto pare non sia mai esistita, però Balzac ha costruito una figura che in sé riassume i modi di fare delle nobildonne di quei tempi. È figlia di un ricco banchiere e Balzac la introduce parlando subito di soldi: «Una ereditiera genovese! Questa espressione potrà far sorridere in una città come Genova dove le ragazze svengono spesso diseredate a favore dei maschi. Ma Onorina Pedrotti, figlia unica di un banchiere era un’eccezione». Poi ne decanta la bellezza: «Era una di quelle belle genovesi, le donne più belle d’Italia, quando lo sono davvero».

Le genovesi le donne più belle d’Italia? Ebbene Balzac scrive con cognizione di causa, perché ha viaggiato un po’ per il Bel Paese. Vedremo che non è neanche l’unico a pensarlo.

Le tette delle donne genovesi nelle sculture di Michelangelo

Le statue della Notte e del Giorno di Michelangelo

Per descrivere la straordinaria bellezza di Onorina, lo scrittore francese commette ben due svarioni: «Per la tomba di papa Giulio, Michelangelo si ispirò alle donne genovesi: da loro viene la larghezza e la curiosa posizione delle mammelle nelle figure del Giorno e della Notte, che tanti critici hanno trovato esagerate e che sono invece peculiari delle donne liguri».

Due strafalcioni in una frase sola, ci perdonerà quindi il lettore se noi ne faremo a bizzeffe in questo sito: la tomba adornata con le statue del Giorno e della Notte, di cui parla Balzac, appartiene a Giuliano de’ Medici, duca di Nemours, e non alla tomba di papa Giulio; inoltre il Giorno non può avere mammelle femminili, la statua infatti rappresenta un nerboruto uomo.

La Notte invece rappresenta una donna e qui ci siamo. Un’altra annotazione: come fa a sapere Balzac come sono i seni delle donne genovesi, in un periodo storico in cui erano strette nei corsetti? Mistero, oppure è lecito supporre che nel poco tempo che è stato a Genova avrà avuto occasione di approfondire la vicenda.

I mezzeri delle donne Genovesi

Poi racconta come si vestono: «A Genova le donne oggi nascondono la loro bellezza sotto il mezzero come le veneziane sotto i fazzioli». Cosa sia un mezzero, o mezzaro, quasi tutti i genovesi lo sanno. Si tratta di un classico capo dell’abbigliamento tradizionale, proveniente in origine dall’India attraverso i mercanti arabi, usato oggi anche per l’arredo della casa: un grande telo di cotone o lino decorato a stampa, di solito con fantasiosi disegni di piante. La parola mezzero deriva da mizar, che in arabo antico significa “coprire”, “nascondere”.

Onorina identica alla notte di Michelangelo

Ma torniamo al nostro Honoré, che infine fa un’osservazione feroce sull’Italia: «Questo fenomeno è visibile in tutte le nazioni in decadenza. Il tipo nobile si trova soltanto nel popolo, come, dopo l’incendio di una città, le medaglie sotto la cenere. Ma, già eccezione per la ricchezza, Onorina lo era anche per la bellezza aristocratica.

Immaginate dunque la Notte di Michelangelo, vestitela di un abito moderno, raccogliete i lunghi e magnifici capelli intorno alla bella testa un po’ bruna di toni, mettete scintille negli occhi sognanti, avvolgete il seno possente in una sciarpa, pensate all’abito bianco ricamato di fiori e avrete davanti la moglie del console».


Beh, era proprio supponente questo nostro cugino d’Oltralpe. Udite, udite: «Immaginate intorno alla tavola il marchese Di Negro, l’amico che ospita tutte le persone di talento che viaggiano e il marchese Damaso Pareto, due francesi travestiti da genovesi». Eccolo, se due persone sono colte, benestanti e con buone maniere non possono essere italiani. Fa rabbia, ma certe volte viene il dubbio che potesse aver ragione.

Twain: le genovesi sono le più belle d’Europa

Le donne più belle d’Italia, ma scherziamo caro Balzac? Sono le più belle d’Europa, e chi lo scrive è uno scrittore obiettivo. Non è europeo, bensì americano e si chiama Mark Twain, ha scritto romanzi come Le avventure di Tom Sawyer e Le avventure di Huckleberry Finn.

William Faulkner scrisse che è stato il primo vero scrittore americano. Gli vogliamo credere allora? «Mi piacerebbe restar qui. Preferirei non andare da nessun’altra parte», scrive Twain in Innocents Abroad (1867) appena sceso dall’imbarcazione che l’ha portato nella Superba, la «maestosa città di Genova che si erge dal mare, riflettendo la luce del sole dai suoi cento palazzi […] Può darsi che in Europa vi siano donne più graziose, ma io ne dubito. Genova conta 120mila anime: le donne sono i due terzi, e almeno due terzi delle donne sono bellissime».

Non si capisce come faccia a essere così preciso nelle percentuali. «La maggior parte delle damigelle è vestita di una bianca nube dalla testa ai piedi, sebbene molte si adornino in modo più complicato. […] Hanno capelli biondissimi e alcune gli occhi azzurri, molte invece sognanti occhi neri o castani».

Il parco dell’Acquasola

Quando raggiunge il parco dell’Acquasola, Twain rimane ancora più stupito: «Le signore e i gentiluomini di Genova hanno la piacevole abitudine di passeggiare in un ampio parco sulla cima di una collina al centro della città, dalle sei alle nove di sera; e poi, per un altro paio d’ore, di prendere il gelato in un giardino confinante».

Ma non finisce qui: «Scrutavo ogni viso di donna che passava e mi parevano belli tutti. Mai avevo visto una simile ondata di bellezza. Non capisco come un uomo, anche se di carattere fermo, possa sposarsi in questa città, poiché mentre sta per decidere, potrebbe innamorarsi di un’altra».
«Le donne di Genova portano gonne strette / le donne di Genova non ridono per niente / le donne di Genova pensa- no sia normale / mettersi a letto e leggere il giornale»: chissà cosa direbbe Twain di queste strofe del cantautore genovese Francesco Baccini.

Non solo belle, ma anche forti e indipendenti

Ma torniamo allo scrittore americano: «corpi sinuosi e modellati dal sole e dal mare; sguardi profondi, intelligenti e sensuali». Dopo aver vivisezionato con lo sguardo i corpi delle donne genovesi, abbagliato dalla loro bellezza, per fortuna riconosce però che sono anche «dotate di forte e indipendente personalità. Sono state capaci, nei secoli, di rimanere leali, nobili e combattive fino al sacrificio estremo». E poi ricorda che Tacito nelle sue Historiae racconta di una madre ligure percossa e uccisa dalle milizie romane per essersi rifiutata di rivelare dove si trovasse il proprio figlio appartenente a una banda di rivoltosi. Popolo ribelle e mai domato i Liguri.

La notte di Michelangelo
La Notte di Michelangelo con i proverbiali seni

Per approfondire: Genova città di romanzieri e scrittori?

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La poliziotta e lo straniero è un racconto che ho pubblicato qualche anno fa, nel 2007, nella raccolta Irresistibili bastardi. Amori, sesso e intrighi, uscita per i tipi dei Fratelli Frilli editori.

A cura della scienziata Adriana Albini, ci sono racconti, tra le altre, di Raffaella Grassi, Annamaria Fassio, Anna Parodi, Claudi Lupi, Luciana Chiesi De Fornari, Tittyna.

Oggi lo farei finire in un altro modo, voi?

Amo mappare i territori, percorrerli a piedi o immaginarli e descriverli con le parole. Per questo vi propongo un classico giro per Imperia, andando a frugare nella sua storia e nelle sue parti più belle. Un testo che fa parte di una guida che ho scritto per il Touring qualche anno fa. Se avete voglia di suggerirmi qualcosa nei commenti da aggiungere ne sarò felice. Nella foto d’apertura: ho rubato uno scatto al mare d’Imperia in un giorno terso.