Mario Soldati (1906‑1999) non è stato solo uno scrittore, ma anche un giornalista, regista e sceneggiatore cinematografico e televisivo. Nato a Torino, ha vissuto a Roma e negli Stati Uniti, e ha poi scelto la Liguria come terra adottiva, vivendo oltre vent’anni a Fiascherino, tra Lerici e Tellaro, in via D. H. Lawrence, vicino a dove l’autore di “Lady Chatterley soggiornò agli inizi del Novecento. Tra i numerosi film che ha diretto, Piccolo mondo antico e Malombra, tratti dai romanzi di Fogazzaro. Il suo film più intenso è forse La provinciale, tratto da un romanzo di Moravia. La produzione letteraria spazia da A cena col commendatore a Le lettere da Capri (Premio Strega 1954), La confessione, I racconti del maresciallo, Le due città, L’attore (Premio Campiello 1970) fino a Lo smeraldo e La sposa americana.
Si sentiva a casa sua una regione, la Liguria, di cui conosceva bene, da grande degustatore, ogni prelibatezza ed è stato un attento narratore della geografia e dell’umanità di questi luoghi.
Nel 1987 pubblicò Regione Regina (Laterza), una raccolta dedicata alla Liguria, che ne descrive le bellezze, da Villa Hanbury a Sarzana tra paesaggi, borghi, prodotti tipici, vini e tradizioni gastronomiche. Soldati fu anche autore di Vino al vino, tre volumi sul buon bere e sull’enogastronomia. La Liguria è sempre stata, per Soldati, fonte di ispirazione e punto di riferimento: già dagli anni Trenta collaborava con il quotidiano Il Lavoro di Genova.
Tellaro, luogo d’elezione di Mario Soldati
Lo scrittore piemontese sentiva una profonda attrazione per la Liguria. La regione d’origine rappresentava, per lui, la razionalità, la simmetria e l’organizzazione, mentre la Liguria il contatto diretto con le cose vive e organiche, meno astratte e cerebrali. E la sensazione forte di una civiltà costruita sull’avventura.
Per questo aveva scelto di vivere in una bella villa a Tellaro, tra gli scogli e il verde della macchia mediterranea, vicino anche alla casa di un altro grande poeta: Attilio Bertolucci, padre dei registi Giuseppe e Bernardo. Per lo scrittore era molto importante che anche D.H.Lawrence avesse soggiornato qui. O che Mary e Percy Shelley avessero trascorso alcuni mesi nella vicina Lerici. Proprio per questo il golfo che parte da Portovenere e termina a Tellaro è stato soprannominato il Golfo dei Poeti.
Questa parte di Liguria divenne subito il suo luogo dell’anima. Mi ricordo bene quando entrai nella sua villa per intervistarlo, era molto anziano e sembrava un folletto, come se la natura che lo circondava gli fosse entrata dentro. Non riusciva più a esprimersi e ne soffriva. Allora mi portò in giro per il giardino, appoggiandosi al bastone e al mio braccio. Gli ulivi, gli scogli, il mare. Le rose, i limoni, i fichi, gli ulivi e i lecci. Un piccolo nespolo.
Nel giardino della villa c’era anche una lapide, proprio dove il suo cane era sepolto: “Qui riposa Tremolo, uno dei nostri e forse il più buono”. Lo aveva chiamato così, “perché gli ricordava il nome Tremolino, la prima nave a vela di cui Conrad era stato il comandante”, mi spiegò poi il poeta dialettale Paolo Bertolani che con Soldati ebbe un lungo sodalizio.
Regione regina, un breviario di ricette e luoghi liguri
Incominciai l’intervista chiedendo a Mario Soldati, perché avesse scelto la Liguria, e lui si commosse. Mi mostrò il suo studio zeppo di libri. E mi regalò una copia di “Regione Regina”. Volle anche farmi una dedica. Era il 17 settembre del 1993. Lo so grazie a quelle parole tremolanti scritte con una penna stilografica.
Così scrive, in Il polipo e i pirati, a proposito di Tellaro e dei suoi abitanti:
C’era una volta, e c’è ancora oggi, il villaggio di Tellaro. È tutto costruito sulle rocce di un promontorio che sporge sul mare, ai piedi di una grande collina ricoperta da boschi di ulivi. Il promontorio serve anche a riparare dai venti un’insenatura lì vicina; in fondo a questa insenatura c’è un piccolo porto pieno di barche. Gli abitanti di Tellaro si chiamano Tellarini. Oggi i Tellarini fanno quasi tutti il mestiere del marinaio. Lavorano sui piroscafi, vanno in giro per il mondo. Ma una volta, quando non esistevano ancora i piroscafi, i Tellarini facevano soltanto i pescatori e i contadini… Proprio così: facevano l’uno e l’altro insieme.
Se il mare era calmo andavano a pescare, e se era in burrasca coltivavano gli ulivi sulla grande collina che sovrasta il villaggio.
A Genova in cerca di un’osteria
Mi piace scoprire antiche osterie, come mi ha insegnato Mario Soldati. Ha trascorso anni in giro per l’Italia a scovare ricette tipiche, trattorie e vini di qualità, dal Piemonte alla Sicilia, quando ancora non si sapeva cosa fosse la bio-diversità, lo slow-food o la cucina mediterranea.
Esiste un simpatico libro dove sono riportati alcuni testi dello scrittore, dedicati al buon mangiare e al buon bere: Da leccarsi i baffi. Memorabili viaggi in Italia alla scoperta del cibo e del vino genuinoI, pubblicato da DeriveApprodi. Una domenica, con il libro in mano, sono andata alla ricerca di una trattoria sulle alture di Genova per vedere se c’era ancora. Soldati c’era stato nel 1969.
Oltrepassati gli orribili palazzi della speculazione edilizia, sono approdata in una creuza in mezzo al verde, circondata gli Appennini e daii forti che cingono Genova. Tutto come ai tempi di Soldati. Giù in fondo, la val Bisagno, intasata dal cemento.
La trattoria dell’Andreina
Comincio a far domande finché approdo in un’osteria nascosta. Apro la porta e mi sembra di precipitare indietro di trent’anni. Chiedo del proprietario. Ha un aspetto bonario, ma è diffidente. Lo rassicuro e gli spiego che sto cercando la trattoria della signora Andreina.
Mi guarda stupito, ma il suo sguardo è intenso. Gli porgo il libro, si siede e si mette a leggere. Ad un tratto mi guarda commosso: «L’Andreina è morta tre mesi fa, ma ha chiuso la sua osteria negli anni Ottanta. Da bambino giocavo con sua figlia. Le volevano bene tutti nella zona, gli uomini andavano nella sua trattoria anche per giocare a carte e poi, magari, qualcuno l’aiutava a pelare le patate». Il mio oste si alza, prende l’elenco e telefona alla figlia dell’Andreina. Purtroppo sta uscendo, ma a me basta così, ho fatto il mio pieno di emozioni. Quell’osteria non esiste più, ma ne rimane ancora qualcuna descritta in questo prezioso libro, è proprio un bel viaggio andarne in cerca.
Trattoria della Scaletta a Sarzana
La ricerca della Scaletta è stata una delle sue tante cacce al tesoro di Mario Soldati alla ricerca di trattorie alla buona dove si sfornano fantastiche ricette della cucina tradizionale. ma non si fermava a degustare vini o mangiare cibi genuini, il suo sguardo era in grado di catturare il paesaggio e la gente che lo popolava.
Cercavo, alla periferia di Sarzana, un’osteria di cui avevo sentito parlare vagamente: certa Scaletta. (…) I sarzanesi sono gente modernissima, efficiente, decisa, spregiudicata; e tuttavia, per usare anche noi il cliché (azzeccato, come quasi sempre) della Guida del Touring, “conservano una spiccata impronta di nobiltà”. (…) Più incantevoli di qualunque monumento, più ingenue e più pure, sono le rustiche stradine che, uscendo dalla città, conducevano una dopo l’altra all’osteria che cercavo. Rettilinee o appena serpeggianti, le affiancavano vecchi muri di pietra, scrostati da grandi macchie di umidità e naturalmente ingentiliti da ciuffi d’erba che erano cresciuti col tempo rompendo gli intonaci (…). La Scaletta era la classica osteria dei vecchi tempi, come non sembra possibile che ne esistano ancora. (…) Tutt’intorno pergolati di vite canadese, con le foglie di un granato meraviglioso e brillante, difendevano due terrazze coi loro tavolini di pietra: una si affacciava a sud, verso la pianura di Luni, e l’altra ad est, verso la Fortezza. Era un giovedì: mercato a Sarzana e i tavoli, perciò, in gran parte occupati. Il servizio, tuttavia, fu pronto, cortese, senza ingombro di liste né difficoltà di interrogativi: fu, come il cibo e il vino, di antica e perfetta civiltà.
Il Castello di Guglierame a Pornassio
Facciamo una scommessa: rapitemi, bendatemi gli occhi, portatemi (…) dove volete (…), col solo patto di non farmi uscire dai monti della Liguria: a un bel momento, quando vorrete, ridatemi la vista: ebbene, saprò riconoscere (…) se siamo nel retroterra di Ponente oppure di Levante: se quello spicchio di paesaggio che primo mi apparirà, fosse pure un semplice bosco di ulivi, un crinale di rocce contro il cielo, due casette rosa tra il verde (…) scommetto che saprò dire se appartiene (…) all’Alpe o all’Appennino
Vivendo a Tellaro, conosceva a fondo la Liguria al confine con la Toscana, lo testimoniano i suoi scritti su Lerici, Portovenere, l’isola del Tino e l’entroterra della Spezia, ma anche l’estremo ponente ligure è stato spesso meta dei suoi pellegrinaggi.
Cominciamo da Pieve di Teco, capitale silvestre dell’olio e del vino. Antichissimo borgo, importante nodo di traffici fino dal Medioevo, ha un aspetto curiosamente composito, ligure e piemontese assieme. Si transita rapiti, come vivendo in una solida evocazione del passato, davanti alle vecchie modeste botteghe, ai bui fondachi. Risaliamo la valle Arroscia fino alla conca terminale di Pornassio: terminale per quanto riguarda le vigne. Paesaggio decisamente alpestre. Ripidi versanti tutto intorno, boschivi o prativi, con creste che sfiorano e in molti punti superano i duemila. Ma la conca centrale, col suo altissimo campanile romanico, è forse il più spettacoloso e originale paesaggio viticolo che abbia mai visto in vita mia. Nicola Guglierame (…) ci ha ricevuto in un vasto salone del suo castello medioevale. Sparsi nella semioscurità e seduti ciascuno in una savonarola, assaggiamo il suo Pornassio e ascoltiamo il suo dire”.
Grazie a Soldati, anch’io ho scoperto quel castello che ancora oggi custodisce le preziose botti del famoso Ormeasco, anche se l’azienda ora ha un altro proprietario.
La val Roja, gli ulivi a 15 chilometri dal ghiacciaio
Ora spostiamoci nella Valle del Roja al confine con la Francia con un’altra felice descrizione di Soldati:
La valle del Roja! Sulla Cuneo-Ventimiglia, dal Col di Tenda al mare. (…) Un canyon, sì, ma che canyon. Altro che nel New Mexico o nell’Arizona! Una fenditura profonda centinaia di metri, tortuosa, imprevedibile, ricca di acque (…), allo stesso tempo selvaggia e civile, feroce e soave, alpestre e marina. (…) Ed ecco, questa volta, per la prima volta, mi accorgo che, nella valle del Roja, gli ulivi cominciano poco più giù di Tenda. Ma il mare è ancora così lontano. E siamo nel bel mezzo delle Alpi. Guardo la carta. Il ghiacciaio del Clapier è alle nostre spalle, a 14 chilometri in linea d’aria! C’è da trasecolare: gli ulivi a quattordici chilometri da un ghiacciaio? (…) Non c’è altro luogo che unisca altrettanto strettamente le Alpi e il Mediterraneo: dove, per un certo tratto, due nature e due climi quasi contrari si sovrappongono e quasi si confondono altrettanto armoniosamente (…)”
Il Rossese, vino di Dolceacqua
Giù a Dolceacqua, il locale dove Mandino vinifica, dove conserva il Rossese, e dove lo assaggiamo, sorprende, sbalordisce: (…) una chiesa sconsacrata. (…) e io penso che forse l’ambiente migliore per gustare davvero il vino debba essere (…) come questa scalcinata chiesa rococò, coi suoi stucchi cadenti, coi suoi scrostati affreschi di nuvole e di angeli
Tra la val Roja e la val Nervia c’è un luogo magico, dove i vigneti del Rossese prendono luce tutto il giorno:
Cima d’Aurin sono le vigne più alte (…) è la prima volta che mi capita di vedere una così lunga distesa di vigneti su un dosso (…) lo sguardo spazia, oltre la valle del Nervia, oltre la valle del Roja, verso l’Italia, verso il mare aperto, verso la Francia. (…) L’aspetto delle vigne ha qualche cosa di rude, di volontario, di arrischiato. (…) e anche la vecchia villa del generale Origo (…) partecipa in qualche modo di quell’atmosfera rustica e romantica
Sempre con il suo libro in mano sono entrata nella chiesa sconsacrata di Mandino e mi sono spinta fino a Cima d’Aurin. Chi mi poteva fermare?
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