Questo articolo risale agli anni ’90, un periodo di intenso fermento creativo e di profonda ridefinizione dell’identità maschile nell’arte contemporanea, e non solo. Rileggerlo oggi significa tornare alle radici di un cambiamento che, pur attraversato da tempeste culturali e sociali, continua a evolversi con forza e complessità.

Originariamente concepito come parte di una serie di reportage dedicati alle artiste italiane — finalmente protagoniste — per D di Repubblica, un magazine all’avanguardia in quegli anni, questo pezzo è rimasto inedito. Chissà Perché! Forse la nuova identità femminile allora faceva meno paura rispetto alla nuova identità maschile?
Un vero peccato, perché molti degli artisti citati sono tuttora figure centrali nel panorama italiano e internazionale. A confermarne la rilevanza è anche lo sguardo di una generazione più giovane: Diego Sileo, direttore del PAC di Milano e curatore tra i più attenti e innovativi della sua generazione, ha dedicato negli ultimi anni mostre personali a quasi tutti loro, ciascuna capace di offrire nuove chiavi di lettura e di rivelarne l’attualità.

Di questi servizi, ringrazio di cuore Francesco Durante, allora caporedattore di D, morto prematuramente, che anche se non conosceva gli artisti e le artiste di cui scrivevo, mi diede piena fiducia. Scrivo al passato remoto, come avrebbe voluto lui.

di Laura Guglielmi

La terra si muove sotto i piedi. Niente è più come prima. Sono tante le giovani donne entrate di prepotenza nel mondo dell’arte contemporanea. Ormai non è più un fenomeno, ma un dato di fatto. Sono dappertutto, rigorose, creative e brave. Ma i ragazzi non sono stati a guardare. Hanno capito di non essere più al centro dell’universo. Non guardano più il mondo da una visuale astratta e metafisica. Insomma, stanno cambiando anche loro: parlano di sé, partono da sé, raccontano la propria fragilità, usano se stessi come materiale di produzione artistica.

Cesare Viel e Luca Vitone: Very Italian Macho

Come vivono l’identità di genere gli artisti uomini? Si muovono nel magma cercando di carpire intuizioni. E magari provano a riderci un po’ su. Come succede alla Galleria Emi Fontana di Milano, dove Cesare Viel e Luca Vitone hanno allestito una mostra dal titolo poco esotico: VIM. Un gioco di parole tra la polvere bianca che tutto pulisce, corrosiva e forte come le braccia muscolose di un uomo – ricordi da Carosello anni Sessanta – e il vero titolo della mostra “Very Italian Macho”.

Gli uomini pure devono lottare contro i condizionamenti

I due artisti, entrambi di 36 anni, giocano con gli stereotipi che hanno formato il mito del maschio latino. Toccano la sfera privata e la dimensione sociale: dalla famiglia allo sport. E quale sport se non il calcio? «Abbiamo messo in mostra disegni, fotografie, video, per raccontare la nuova identità maschile nell’arte contemporanea, un’identità che vuole fare i conti con se stessa», spiegano Viel e Vitone. Nel lavoro Mia madre sono io, i due artisti giocano a braccio di ferro con le rispettive madri. «Ho sempre sentito necessario riflettere su una soggettività in continuo divenire, come è quella contemporanea», dice Viel, «Le artiste della mia generazione lavorano con disinvoltura e libertà. Gli uomini dovrebbero fare altrettanto. Non imitandole, ma cercando di liberarsi dai condizionamenti e dalle paure». «Mi sembra sia arrivato il momento per domandarci chi siamo. Così, insieme ad un altro artista maschio, ho affrontato il problema dell’identità da un’angolazione personale», racconta Vitone.

Gli itinerari intimi dei maschi

In cosa consiste la diversità con gli artisti del recente passato? «Lucio Fontana è nato nel 1899, io nel 1964. Lui ha vissuto il totalitarismo, io la globalizzazione. Fontana è cresciuto con Virginia Woolf, io con Adele Faccio! Il femminile mi evoca forza, determinazione, sensualità; il maschile insicurezza, incertezza e bellezza», conclude Vitone. In una personale del ’98, alla galleria Nagel di Colonia, intitolata Itinerari intimi ha esposto una foto dove mostra le sue braccia nude. Sui bicipiti spicca il tatuaggio della longitudine e della latitudine del reparto maternità dove è nato.

Mi sento diverso dagli artisti maschi del passato recente

L’identità maschile nell’arte ha iniziato a sgretolarsi sotto il peso degli stereotipi. Se Viel e Vitone hanno voluto mettere in piazza – esplicitare nel loro lavoro – questo snodo importante, sono sempre più gli artisti che affrontano questa emergenza. Non ne fanno un manifesto, ma le opere risentono di un’identità in movimento. Non più monolitica, ma precaria. Una fragilità, però, che parte da una forza. Perché mettersi in gioco non è facile: «Mi sento diverso dagli artisti maschi anche del passato recente: Richard Serra o Robert Morris, ad esempio, lavoravano con forme, volumi, materiali impositivi», racconta Marcello Maloberti, 35 anni, «L’identità cambia ed è uno specchio dei tempi. Siamo mutanti. Questo non vuol dire che nei nostri lavori manchi la convinzione. L’importante è avere un punto di vista. Le artiste oggi mi sembrano più convinte di noi. Lavorano con l’istinto e anch’io, nella mia ricerca, cerco di lasciarmi andare. Voglio rappresentare la precarietà. Per questo uso il video: con la sua continua mutazione di immagini è un mezzo espressivo estremamente contemporaneo».

Uso del corpo senza più una visione eroica

«Alcune tematiche un tempo vissute come femminili stanno diventando oggetto di interesse da parte degli artisti maschi», spiega Emanuela De Cecco, critica d’arte e autrice insieme con Gianni Romano di Contemporanee. Percorsi, lavori e poetiche delle artiste dagli anni Ottanta a oggi (costa&nolan, 2000), «Mi riferisco a una dimensione narrativa, a volte autobiografica, all’uso della performance e del corpo come strumento per parlare in prima persona, a una visione non più eroica e soprattutto all’analisi della relazione con gli altri. Viel ha anticipato questo passaggio nel 1994, con il video Androginia,  esposto al Castello di Rivoli, dove si è fatto doppiare da un’attrice. Lì già emergevano questioni legate al genere».

Cuoghi, Umbaca e Vezzoli

Roberto Cuoghi, 26 anni, in un suo lavoro indossa i panni del padre e gioca a interpretarne il ruolo. Enzo Umbaca, nel video Survival si maschera da emarginato – indossa occhiali da sole e cappuccio – e, in un vagone della metropolitana milanese, chiede attenzione per il suo sito: www.undo.net.survival. Gli artisti oggi sono più attenti alla quotidianità, a pratiche che la tradizione considerava arti minori. Come il ricamo di Francesco Vezzoli, che occupa un ruolo centrale nel suo lavoro: «I miei idoli, da Silvana Mangano a Mario Praz, da Vincente Minelli a Cary Grant erano dei ricamatori. Con questo gesto, riesco così a entrare in contatto con l’aspetto più intimo della loro personalità», dice Vezzoli.

È difficile individuare comportamenti artistici maschili o femminili, ma non c’è dubbio che l’attenzione per il frammento e la riflessione sul sé sono atteggiamenti che si ricollegano al femminile: «L’esigenza di fare i conti con la questione dell’identità e dei ruoli è l’eredità più significativa del percorso avviato dalle artiste a partire dagli anni Sessanta», conclude De Cecco.

Queste opere  testimoniano quindi una trasformazione profonda dell’identità maschile nell’arte, che si fa più intima, vulnerabile, relazionale.

Marco Vaglieri e la ricerca di una nuova identità maschile

Marco Vaglieri nei suoi lavori parte proprio dall’analisi della relazione con le altre persone. Per realizzare il ciclo gli Abbracci usciva di casa con una fotografa e fermava i passanti: «Chiedevo loro di abbracciarmi. Un gesto privato, comprensibile tra persone che hanno un rapporto sentimentale, ma imprevisto in un contesto pubblico. Il contatto era emozionante: avevo la sensazione di abbracciare la città».

Nel 1995 ha dato vita a Operazioni necessarie alla circolazione accelerata di ossigeno. Disponeva tre casette giocattolo per strada e cominciava a preparare il tè. La gente si fermava incuriosita e spesso accettava di sedersi con lui a chiacchierare. «Mi concentro sullo stato emotivo che nasce da un incontro. Quello che i sociologi chiamano stato di fluttuazione, quando si verifica una resa dell’io e le persone non agiscono più con una logica difensiva. Le debolezze, di cui noi maschi abbiamo terrore, diventano così un valore. Abbiamo smarrito il rapporto con la nostra intimità, cosa che le donne hanno conservato».

Sovvertiamo gli stereotipi dettati dall’identità sessuale

E continua il coro di plauso alle signore dell’arte: «Gli artisti della nostra generazione hanno ereditato dalle artiste donne un vocabolario visivo e concettuale», dice Alessandro Codagnone, romano, trentatre anni. Ha studiato a Londra, poi ha vinto una borsa di studio per gli Stati Uniti e lì ha conosciuto John Lovett. Hanno poi deciso di lavorare insieme. In Guns and Dolls (Fucili e bambole) John Lovett è seduto nella sua stanza, nudo su un divano, e tiene in braccio tre bambole. Alla parete sono appesi alcuni fucili: «Quando eravamo piccoli, i fucili erano d’obbligo per un maschietto. Le bambole testimoniano il bisogno che sentivamo di evadere dai ruoli imposti. Mi auguro che oggi i bambini siano più liberi di scegliere i giochi secondo i loro desideri. Nel nostro lavoro cerchiamo di sovvertire gli stereotipi dettati dall’identità sessuale».

Negli Stati Uniti, dove Lovett e Codagnone vivono, gli studi e l’espressione artistica legata al gender vanno per la maggiore. Sono molti gli americani che mettono in scena questa evoluzione, toccando i miti dell’immaginario collettivo.

Il mito a testa in giù

Rodney Graham, nella mostra ...the nearest faraway place…, al Dia Center for the Arts di New York, gioca sulla figura del maschio bianco occidentale (wasp). Nel video How I Became a Rambling Man si è fatto riprendere a cavallo, come un vero cowboy.

Imita l’esploratore solitario alla John Wayne, il guerriero che non ha bisogno di nessuno. Paul McCarthy, nel video The Painter (Il pittore), in mostra al New Museum of Contemporary Art di New York, pasticcia con i colori e poi si taglia le dita di una grande mano finta. McCarthy rovescia il mito dell’artista genio che crea chiuso nel suo studio. Mette il mito a testa in giù. Lo sporca, lo contesta, lo deride. L’artista diventa un bambinone che riesce solo a fare pasticci. Charles Ray, nell’ Enigma della bottiglia, un’opera del 1995, insiste su un altro stereotipo sociale, l’uomo in camicia e cravatta. Si mette in gabbia, si chiude dentro una bottiglia, appunto. Mike Kelley, invece, costruisce pupazzi che confeziona lui stesso. Matthew Barney, in Drawing Restraint del 1993, mette in scena due satiri, icona ben presente nell’immaginario maschile dell’Occidente.

Uomini, donne: che importa? Liberi di comportarsi come più si desidera: sarà vero? Un processo lungo, uno sforzo che, come scrive l’antropologo Franco La Cecla, sarà tutta una cultura a dover compiere. Per ora, queste esperienze artistiche hanno contribuito a ridefinire l’identità maschile nell’arte, aprendo nuovi spazi di libertà espressiva.

Per chi volesse approfondire, sul mio sito ho pubblicato altri due articoli usciti su D di Repubblica, dove parlo delle artiste: molte di loro sono ancora attive sulla scena:

Le nuove artiste libere di creare, da Vanessa Beecroft a Grazia Toderi

TecnoArte: le giovani artiste degli anni Novanta

Nella foto in apertura, Cesare Viel durante la sua performance al Pac, il giorno dell’inaugurazione della sua personale, a cura di Diego Sileo. La foto è di Lorenzo Palmieri.

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