Qualche mese fa mi sono trovata in una cena a lume di candela nella galleria Pinksummer di Genova, per l’inaugurazione di una mostra di Luca Vitone. Vicino a me un artista affermato quasi quarantenne, che mi ha rivelato quanto D di Repubbica sia stato importante per lui: «Negli anni Novanta era una rivista d’avanguardia. Leggevo gli articoli con avidità». Contenta di averne fatto parte in quel periodo, pubblico un articolo – forse il primo in Italia uscito su un settimanale a grande diffusione nazionale – che parla delle artiste della mia generazione. Sulla copertina della rivista il titolo era: “Le nuove artiste scandalose”. All’interno, invece, “Libere di creare”. Chiaramente ho scelto questo titolo! 

 

D, la Repubblica delle Donne, 7 ottobre 1996.

Sono nate tutte negli anni Sessanta: i galleristi se le contendono, i critici d’arte le invitano alle mostre, i collezionisti le osservano con attenzione. È la prima generazione di artiste che fa parlare di sé. Hanno esposto all’estero in manifestazioni prestigiose, trascorrono mesi fuori dall’Italia, riescono a vivere del loro lavoro in tempi difficili per il mercato dell’arte.

Sono finiti i tempi duri, anzi: oggi l’ambiente artistico, in alcuni casi, è più disponibile proprio se sei donna. Sono lontani gli anni Sessanta e Settanta, quando nei cataloghi si faceva fatica a trovare una Carla o una Marisa. Per la Quadriennale di Roma, dedicata alle giovani generazioni, appena inaugurata, sono state selezionate quaranta donne su un totale di 176 partecipanti.

Hanno una sensibilità differente, sono diverse dai coetanei maschi? Probabilmente sì, e qualcuna lo afferma con orgoglio e determinazione. Altre non vogliono neanche sentirne parlare: sono artiste e basta, donne e uomini lavorano nello stesso modo. Non è di questo parere Emanuela De Cecco, caporedattrice di Flash Art, la rivista d’arte contemporanea più venduta, forse non a caso una donna, per di più trentenne. «Gli uomini sono imbrigliati nel formalismo del linguaggio, le loro opere sono meno immediate.

Le artiste parlano della loro condizione, sono più disinibite, più contemporanee.

Non tengono conto della tradizione e della storia dell’arte italiana, che è maschile». Infatti, poche scelgono la pittura.

Francesca Pasini, critica d’arte, curatrice di mostre anche al Castello di Rivoli, non ha dubbi sul loro valore: «Sono consapevoli, riescono a mettere le loro percezioni più a fuoco di molti uomini.

Usano tutti gli strumenti, anche tecnologici, a loro disposizione, quasi fossero pennello e matita. La soggettività femminile è una novità assoluta.

Oggi le artiste hanno la potenzialità di costruire qualcosa di davvero importante, e non solo in Italia».

Luoghi mentali

E loro, le protagoniste, che cosa ne pensano? Non amano parlare di se stesse. D’altra parte, nei lavori, sono tanti i riferimenti al loro modo di stare al mondo. Prediligono le installazioni e i video.

Laura Ruggeri

Alcune, come la milanese Laura Ruggeri, non preferiscono una tecnica. I progetti crescono insieme al mezzo espressivo. «Se vuoi comunicare, puoi spaziare dalla posta elettronica al piccione viaggiatore, dal comizio al messaggio cifrato», dice. Quest’anno è a Berlino, invitata dalla Künstlerhaus Bethanien per lavorare a un progetto. La sua mostra più faticosa è stata preparata per la galleria Emi Fontana di Milano. Ha bussato alle porte dei cento inquilini dello stabile dove si trova la galleria, chiedendo in prestito oggetti, che ha inserito in mostra.

La vuota bellezza di Vanessa Beecroft

Anche Vanessa Beecroft non risponde al telefono di Milano: è a New York. Nonostante il cognome, è nata a Genova. Ha partecipato alla sua prima mostra nel 1993, ma ha avuto un successo veloce. Il suo lavoro? Mette in mostra decine di ragazze, alle quali chiede di non interagire con il pubblico se non in un gioco di sguardi. La loro espressione di fragilità e sfida inquieta il pubblico.

«Cerco di dare senso a forme riconosciute per la loro bellezza e vuote come vasi», spiega Vanessa. «Durante le inaugurazioni, le ragazze non fanno niente, sono mute e assenti. Nei giorni seguenti, in mostra, rimangono fotografie, video, disegni e pitture che le rappresentano». Le sceglie simili a lei – quasi delle alter ego esili e bionde, diafane come marmo – spesso le veste solo con slip e reggiseno, a volte indossano una parrucca. «A Colonia avevo chiesto trenta ragazze bionde, però sono riuscita a trovare solo delle turche. La bellezza è venuta fuori in tutt’altra forma».

Luisa Lambri

Anche Luisa Lambri, bolognese, ha una corporatura minuta, due occhi azzurri e uno sguardo che ti attraversa. Già a 14 anni, con in tasca l’Inter-rail, viaggiava sola per l’Europa, dormendo la notte sui treni e attraversando le città di giorno per fotografare i luoghi più anonimi, le rovine del presente che, ormai, sono simili dappertutto. Tornava a casa con queste foto ricordo che, certo, non erano granché apprezzate. Mai un volto, una persona, un essere vivente in quegli scatti. Che cosa cercava Luisa? Da adolescente non lo sapeva, ora lo sa: «Mi muovo per cercare spazi che immagino soltanto», spiega. Ha fatto la fotografa di moda per qualche anno; guadagnava molto e aveva buoni maestri. Ma poi ha preferito la vita più dura dell’artista. Una ricerca che le è necessaria per poter affermare un proprio luogo mentale.

Alessandra Tesi

Alessandra Tesi è un’altra bolognese, e anche lei usa la fotografia. «In un albergo parigino mi hanno praticamente adottata. È, per me, come una finta casa, vago in quegli spazi per scoprirne la perversione intima. Sono ambienti pieni di tubi, moquettes dai colori violenti, bagni impraticabili. Li percepisco come teatri vuoti, finte scenografie in cui si addensano delle velature di orrore sotto una finta e patinata sicurezza, un’idea di contagio non dichiarato, ma infiltrato segretamente». Alessandra trascorre le notti nei corridoi degli alberghi di mezza Europa, e fotografa. Ha raccolto i suoi scatti più significativi in una personale nel febbraio scorso, che si divideva tra la galleria “bianca, liscia, sterilizzante” di Paolo Vitolo a Milano, e la sala «porosa del castello di Rivara, ispessito dal tempo».

Soggetti/oggetti

Eva Marisaldi

Nei suoi lavori esprime un modo tutto suo di stare al mondo: «Sono contenta quando le mie opere sono percepite e comprese dagli altri». È riservata, forse più delle sue colleghe, e anche il suo lavoro è sfuggente. A volte non si fa vedere alle inaugurazioni, oppure fa saltare il tradizionale vernissage: «Il mondo dell’arte è un po’ claustrofobico, anche se sto bene con gli altri artisti».

Il lavoro in cui si riconosce di più? «Plasmoniana. Entrando in galleria si vedeva una pozzanghera di fango profonda tre metri da dove usciva una bolla. In un angolo, dei rospi di silicone. Sono partita da un’idea: cos’è che ci attrae degli altri? Una forza, a volte pericolosa, che tutti possediamo».

Chiara Dynys

È legata all’arte astratta e frammenta i suoi oggetti nello spazio. Per una sua recente mostra a Ginevra, ha costruito degli aquiloni bianchi, riciclando la stoffa di abiti da sposa già indossati: non potevano prendere il volo, perché attraverso i veli passava il vento. È facile la vita dell’artista? «Non proprio», ribatte Chiara. «I miei avrebbero voluto che facessi un lavoro più rassicurante. Così mi sono iscritta a economia e commercio». Viveva a Mantova e partiva spesso per Milano, dove presentava il lavoro alle gallerie. Ne è passato di tempo, prima che qualcuno le dicesse sì. «Ero molto determinata. Facevo questi viaggi senza nessuna speranza» conclude Chiara.

Margherita Manzelli

Dipinge delle figure di donna inquietanti e sensuali, spesso sedute sul letto, che indossano solo una maglietta senza maniche. Però, poi, si lascia andare all’elemento teatrale, la parte forse più ambigua e intrigante del suo lavoro. In una mostra allo Studio Guenzani di Milano, intitolata Calmo fiume nero, ha appeso i suoi lavori a dei fili di nylon. Tramite una costruzione che le ha portato via un mese di patimenti, questi fili si riunivano tutti in un’altra stanza e terminavano in un punto solo. E lei era lì, attaccata a quei suoi fili, a quelle sue opere, con i denti.

Tutto il corpo era in tensione. «Era una condizione paradossale. Mi sentivo allucinata. Ero aggrappata al mio lavoro. Mi divertiva muovere i fili con le mani, per stupire i visitatori che non si accorgevano della mia presenza». Quello di Margherita è un modo forte e deciso per dire «ci sono, ho fatto la mia scelta e la porto avanti. Mi do completamente in pasto agli altri, ma dirigo io le regole del gioco».

Betty Bee

Neppure Betty scherza. Il suo corpo, prepotentemente mediterraneo, travestito in mille modi, oppure completamente nudo, l’oggetto fondamentale della sua ricerca. In alcune immagini ci appare abbandonata sul letto, eterea e sensuale in un ritratto domestico, ma circondata da topi; in altre con un pene finto in mano. Spesso la si può incontrare a Napoli vestita da femminello. Sembra un vero transessuale, ne vive le forme, i modi di fare. Modula la voce in maniera tale che nessuno si accorga che è una donna.

«Le immagini che creo sembrano immediate, di facile comprensione, ma in realtà mirano a confondere. È un gioco divertente» dice Betty. Anche lei si è imposta velocemente. Non se lo immaginava certo, da piccola, quando è scappata da casa, trovando rifugio e calore fra i transessuali napoletani, che l’hanno adottata. Poi ha fatto l’assistente sociale, la cameriera, la modella.

Grazia Toderi

Ad Aperto 93, durante la Biennale di Venezia, ha messo in mostra un video che riprendeva un vaso di fiori con un nontiscordardime, sotto la pressione di un getto d’acqua. «Mi interessa sottolineare il diritto alla sopravvivenza delle cose fragili», dice. Il suo sogno era diventare pianista, ma in pubblico si agitava troppo. Dopo l’esame al conservatorio, ha venduto il pianoforte e ha scelto di iscriversi al liceo artistico e poi all’accademia. Ha partecipato, nel ’95, ad una delle più belle collettive di donne: Inizio di partita, curata da Francesca Pasini. Come si lavora con le altre artiste? «Si crea un grande entusiasmo, i progetti si compenetrano armonicamente”», conclude Grazia.

Liliana Moro

Documenta, a Kassel, è una delle manifestazioni artistiche più prestigiose, e la selezione è spietata. Liliana Moro c’è arrivata. Ha esposto delle bambole gonfiabili. Avrebbe voluto posizionarle per le scale: le loro mani, i loro seni, avrebbero dovuto “toccare” i visitatori. Non glielo hanno permesso i pompieri: erano pericolose, quelle bambole, si potevano incendiare con un fiammifero, con un mozzicone. E l’hanno obbligata a chiuderle dietro un vetro. Perché delle bambole gonfiabili? «Ho voluto affermare la mia libertà di scegliere un oggetto di questo genere. Mi hanno criticata, soprattutto gli uomini. Ma chi, se non una donna, ha il diritto di esporle?», ribatte Lilli. Non ha riferimenti, lei sola si sente la misura del suo personale mondo.

Le voci del cibo

Federica Thiene e Stefania Mantovani

Le voci del cibo Artway of Thinking è il nome che hanno scelto due artiste venete che lavorano insieme: Federica Thiene e Stefania Mantovani. Non sono l’unica coppia nel mondo dell’arte. Ne esistono altre, ma miste: Vedova-Mazzei (con Stella Scala), Premiata Ditta (con Anna Stuart) e Cuoghi e Corsello (con Monica Cuoghi). Stefania e Federica sono di ritorno da Atlanta: devono ancora disfare le valige. Sono state tutta l’estate all’estero, ma le si poteva incontrare su Internet. Durante le Olimpiadi, hanno imbandito delle ottime cene. Cibo principale: conversazioni con invitati di tutto il mondo. Tema: arte e cultura. Si sono fatte consegnare un piatto vuoto del servizio di casa di alcune personalità italiane, che è stato, poi, restituito “colmo delle conversazioni avvenute”. E così queste “voci da Atlanta” sono entrate nelle case di Stefano Benni, Syusy Blady, Patrizio Roversi, Massimo Cacciari, Serena Dandini, Enrico Ghezzi e Michele Serra.

Stefania e Federica non dipingono, né scolpiscono; non fanno video, né performance. I loro lavori non sono opere d’arte ma progetti. Che cosa ricordate, con più gioia, di Atlanta? «Massimo Frigatti, lo chef: questa esperienza» dicono, «ha cambiato il suo modo di considerare l’arte, il cibo e il rapporto con le persone. Noi due ci siamo commosse, perché è proprio questo ciò che volevamo e vogliamo ottenere».

E oltre a loro, Bruna Esposito, Marina Arlotta, Nada Cingolani, Sara Ciracì e tante altre più giovani: quasi un esercito di artiste, armate di una visione originale, di un’espressività a prima vista complessa, ma in realtà immediata. Che colpisce e coinvolge.

LAURA GUGLIELMI

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