Ho incontrato lo scrittore noir americano Joe Lansdale due volte, la prima per presentarlo alla libreria Feltrinelli di Genova, la seconda sul Lago d’Orta.
Mi ha stupito molto il suo modo di comportarsi, sembra un vero cowboy texano, ma in realtà è un uomo dolce e molto caro, innamorato della moglie sempre presente nei suoi tour all’estero.
Ho scelto questa intervista uscita sul Secolo XIX nel 2006, perché Joe Lansdale parla del difficile momento che stavano passando allora gli Stati Uniti. Siamo di nuovo in un passaggio delicato, credo che oggi direbbe le stesse parole.
Buona lettura
Lo stile Joe Lansdale
È proprio un texano Joe Lansdale, sembra il tranquillo proprietario di un ranch, invece ha un inferno che gli si agita dentro. E che lui tira fuori nei romanzi. Si è inventato una cifra tutta sua, miscelando sapientemente diversi generi – noir, fantascienza, horror e western – e dando vita a quello che lui stesso definisce lo stile Landsale.
Ha mandato in libreria una valanga di libri, un elenco infinito. «Ho visto che siete tutti eleganti, perciò mi sono dato una ripulita anch’io», dice poco prima della cerimonia del Premio Piemonte Grinzane Noir, che ha concluso due giorni di dibattiti sul Lago d’Orta con alcuni tra i giallisti più interessanti.
Joe Lansdale, abile costruttore di storie pulp
Le ha già tutte in testa prima di incominciare a scrivere? «Assolutamente no. Non so mai come va a finire. Sviluppo la trama mentre scrivo. E mi sorprendo anch’io, proprio come si sorprende il lettore».
Lo scrittore operaio
Ha fatto tanti mestieri, il contadino, il buttafuori, il bidello: «Mi considero uno scrittore operaio. Ho avuto una vita difficile, ho fatto lavori pesanti. La mia cifra stilistica risente di tutto questo. Ci metto tutto me stesso in quello che scrivo. Quando ho cominciato non pensavo certo potesse diventare il mio mestiere».
Il Texas di Joe Lansdale
Per Joe Lansdale il Texas è uno stato mentale, fa da sfondo a tanti suoi romanzi: «Tutti pensano che sia un posto brullo e piatto, con qualche cactus qua e là. Non è così. Io abito in collina, circondato dal bosco.
È un territorio vastissimo, con tanti paesaggi diversi. L’ambiente ha un forte impatto sulle persone. Da sempre attira gente di tutti i tipi e di provenienze diverse. In passato è stato una calamita per tanti criminali, ha molti luoghi dove nascondersi.
Nel nostro immaginario apparteniamo tutti a una grande stirpe. I texani sono persone dure, e vige la legge del più forte. Gente rude, ma anche onesta, come i miei genitori. I texani sanno però essere molto poetici, a eccezione di Bush».
Non è questa la mia America
Lansdale non è certo innamorato di Bush. Si infuoca parlando della politica statunitense: «Ultimamente covo tanta rabbia dentro per quello che il mio Paese sta facendo in Iraq. Non riesco a capire come non abbiano compreso che era un altro Vietnam. Sono molto preoccupato. Negli ultimi cinque anni ci siamo gettati in una bruttissima situazione. Non è più l’America nella quale sono cresciuto. Non mi ci riconosco. Spero che riusciamo a venirne fuori. In fondo Bush è stato eletto solo con 1% di voti in più. E la gente che voterebbe contro di lui sta aumentando. Le cose cambieranno, ne sono certo».
La mia famiglia e i miei romanzi
Lansdale vive a Nacogdoches, dove è nato nel 1951, insieme alla moglie Karen e ai figli Keith e Kasey: «Anche mia moglie è una scrittrice però non sente la stessa urgenza di dedicarsi a tempo pieno alla scrittura. Le devo molto per essermi stata vicino per questi trent’anni».
Joe Lansdale ha scritto una mole enorme di pagine, come fa a essere così prolifico? «Mi presento al lavoro tutti i giorni!». Se dovesse scegliere, a quale tra i suoi romanzi è più affezionato? «Cambio idea in continuazione, ma in questo momento direi che è In fondo alla palude perché parla di diverse cose che mi interessano. Contiene molti ingredienti dello stile Lansdale. Tratta anche del mio passato e dei miei genitori».
Lei ha descritto molti omicidi. Perche si uccide? «Per rabbia. Anche quando lo si fa per soldi». Siamo tutti assassini potenziali? «Certo».
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Questa intervista è uscita sul Secolo XIX il 14 ottobre del 2006
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La foto è in creative commons
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