Ho scritto questa inchiesta sul calo delle nascite nel 1997 fa su D di Repubblica. Allora si parlava ben poco del fatto che fosse un primato del tutto italiano, oggi lo sanno un po’ tutti. Però leggendo vi stupirete come me, perché in 23 anni quasi nulla è cambiato, sono sempre meno i bebè nel nostro Paese, anche se il mondo nel suo complesso ha stravolto i suoi connotati con la globalizzazione e la digitalizzazione.

Un ricordo affettuoso alle donne che ho intervistato per questo servizio, l’antropologa Iole Baldaro Verde, la femminista Lidia Menapace, la sociologa Maria Teresa Torti, nonché la ginecologa Sandra Morano.

Buona lettura

 

Il calo della nascite

Sono molto lontani gli anni Sessanta e Settanta: non siamo più così abituati alle carrozzine per le strade, ai bambini nei ristoranti, al cinema, sui treni. Poche le mamme che girano con il pancione o che affollano i reparti maternità negli ospedali. Le coppie con figli sono diminuite, mentre sono aumentati i conviventi e i single o i nuclei formati da un figlio con un solo genitore.

In Italia non si fanno più figli

Più della metà degli uomini e delle donne sposate o conviventi – il 52 per cento, per ora – hanno scelto di non fare il grande passo. Secondo Antonio Golini, uno tra i maggiori demografi italiani, “il numero medio dei figli per donna avrebbe raggiunto nel nostro paese il valore di 1,2. È il più basso del mondo e con buona probabilità il più basso mai registrato nella storia dell’umanità per una popolazione di grande dimensione”.

La popolazione sta invecchiando a ritmi sempre più veloci e, se si continua così, nel 2039 la metà degli italiani avrà più di 50 anni.

Le italiane non possono contare su servizi adeguati

Che sta succedendo? Perché non vogliamo più riprodurci? Le ragioni sono tante, ogni donna, ogni coppia ha problemi diversi, ma non è un caso che le cicogne abbiano deciso di snobbare soprattutto l’Italia.

“Le donne, oggi, non vedono più nella maternità lo scopo prioritario della loro esistenza. Hanno molti interessi, hanno scoperto le loro potenzialità, il loro valore, la loro ricchezza”, dice Alessandra Merozzi, della Fiom.

“In Italia, però, il calo demografico è più accentuato perché alla modernizzazione non hanno fatto seguito uno sviluppo della qualità della vita e un’organizzazione sociale adeguata. Le strutture di sostegno alla maternità e i servizi sociali sono carenti”.

“Inoltre, il carico di lavoro delle italiane rispetto a quello degli uomini è del 28 per cento in più. L’Italia viene dopo le aree rurali delle Filippine, del Nepal, del Guatemala e del Bangladesh. Solo le keniote stanno peggio. Non c’è paese dove le donne lavorino meno degli uomini, ma almeno ci sono nazioni, come la Finlandia, dove la percentuale si abbassa al 5″.

Le italiane lavorano di più e fanno meno bimbi

Le donne italiane sono quindi le meno prolifiche e le più laboriose, quindi non è certo un caso che le nascite da noi siano un evento. Si lavora già così tanto: non c’è tempo da dedicare ai bambini. Un quadro desolante? Tutto il giorno a correre per fare la spesa, cucinare, riordinare la casa, andare e tornare dal lavoro in città caotiche, poco organizzate, con trasporti pubblici lenti e carenti.

Le donne non si fidano della nostra società

Lidia Menapace, femminista dell’Udi, responsabile di un gruppo di lavoro sulla “scienza della vita quotidiana”, si lamenta del governo, preoccupato soprattutto dell’occupazione maschile: “Grandi opere viarie, autostrade e ferrovie daranno lavoro a ben poche donne”. Per lei c’è anche una motivazione più inquietante che spiega il calo delle nascite: “Le donne, nel profondo, hanno un giudizio fortemente negativo sulla società italiana, al punto che la sua possibile estinzione soft, non violenta, non viene considerata drammatica. Il mio, lo so, è un giudizio pesantissimo”.

Calo delle nascite: destinati all’estinzione?

“Le donne non capiscono perché dovrebbero far figli. In più le giovani generazioni sono stanche del doppio ruolo di mogli e lavoratrici. Quello delle loro madri – una vita spesa tra lavoro in casa e fuori casa – non è un modello invidiabile”. Destinati all’estinzione? Pare che neanche gli immigrati possano far nulla per bloccare il decremento delle nascite. Quando si stabiliscono da noi, tendono a prendere le stesse abitudini e fanno meno figli.

Calo delle nascite, la Liguria è in pool position

Così in Liguria, dove l’indice di natalità è il più basso del paese. “Chi definisce la denatalità genovese come manifestazione di una cultura civile laica e avanzata dovrebbe chiedersi come mai nella non meno laica e avanzata Svezia il quoziente di natalità all’inizio degli anni ’90 sia vicino al 15 per mille, valore più che doppio di quello genovese.

Le coppie rinviano la scelta della maternità per necessità e perché un numero crescente di donne non vuole più fare a meno della propria autonomia“, dice Paolo Arvati, sociodemografo, responsabile del servizio statistiche del Comune di Genova. Indica un foglio pieno di numeri: “L’anno con la percentuale più bassa di nascite, dal 1936 a oggi, è il 1986. È un dato chiaro: testimonia che la gente fa scelte ragionate. Il 1986 è stato l’anno di Chernobyl”.

Calo delle nascite e mondo cattolico

E il mondo cattolico? Non è forse un paradosso che in un paese con una forte tradizione cattolica, dove la Chiesa ha avuto una profonda influenza sulla formazione antropologica e culturale degli individui, si mettano al mondo così pochi bambini?

Il teologo Don Antonio Forte parla di coraggio: “Una delle ragioni di fondo è la paura di fronte al domani: l’insicurezza, la disoccupazione, l’inquietudine spingono a non rischiare nei confronti di nuove vite. A questo si aggiungono un certo egoismo della società consumistica e l’edonismo dominante. E poi l’incapacità di rischiare per amore, di aprirsi in un gesto di gratuità, profonda e totale”.

Nella cattolicissima Irlanda nascono ancora molti bambini, e anche nei paesi protestanti del Nordeuropa non c’è un decremento così accentuato come da noi. “La categoria “cristianità” andrebbe continuamente ripensata, la fede non è qualcosa che si trasmette come una vernice esteriore, ma è un rischio, un atto di libertà”, continua Don Forte.

“Anche se l’Italia è un paese a maggioranza cattolica, non è che debba essere fatto per forza in un certo modo. Tutti, credenti e non credenti, sono chiamati a porsi di fronte alla sfida del domani, superando quella logica particolaristica e quell’egoismo di bassa lega che porta al rifiuto degli altri: si pensi a certe logiche secessioniste”.

Incentivi alla maternità nel Nord Europa

Secondo Arvati, nel Nordeuropa si sono avute meno parole e più fatti: “Nei paesi protestanti, dove l’aborto non è stato demonizzato come da noi e il ruolo della famiglia è stato meno enfatizzato, sono stati però forniti incentivi alla maternità“.

La mentalità maschilista della Chiesa

Per la sessuologa Iole Baldaro Verde bisognerebbe chiedersi quanto gli insegnamenti della Chiesa siano stati accettati e quanto, invece, non abbiano rappresentato per molti un vestito che sono stati costretti ad indossare: “Il cristianesimo, all’inizio, ha permesso alle donne pari dignità – si pensi al battesimo – ma gli uomini che in seguito hanno governato la Chiesa hanno cercato di costringere la donna nel famoso ruolo o destino biologico. Una mentalità maschilista che non è più in grado di dare delle risposte”.

Un paradosso che in Italia non si sostenga la maternità

Secondo la ministra cattolica Livia Turco è un vero paradosso che le forze politiche e cattoliche al governo in Italia per decenni abbiano fatto pochissimo per sostenere la maternità e non abbiano portato avanti azioni governative coerenti.

“È successo anche perché la famiglia è stata, soprattutto, un cavallo di battaglia per scontri ideologici. Sono temi che dovrebbero unire tutte le culture e i partiti, non dividerli. Quando ero presidente della Commissione pari opportunità, ho lavorato con donne molto diverse da me, donne del Polo, di Alleanza nazionale. Ho constatato che, ora più che in passato, si può fare molto insieme. Credo sia un bene, una grande occasione”.

I giovani italiani costretti a vivere con i genitori

In Italia si trova lavoro, si va a vivere da soli o da sole o con il proprio partner molto più tardi che negli altri paesi industrializzati, l’età del matrimonio si sta alzando sempre di più. Anche questo condiziona il decremento delle nascite?

La sociologa Maria Teresa Torti, che studia da tempo la condizione giovanile, non ha dubbi: “Il prolungamento della presenza dei giovani nel nucleo familiare d’origine dipende dalla mancanza di politiche, servizi e incentivi.

A 29 anni, la metà dei maschi e un quarto delle giovani donne vivono ancora nella stessa abitazione dei genitori. Questo non ha riscontro in nessun altro paese europeo fuorché la Spagna. In Olanda e in Gran Bretagna, per esempio, i giovani che vogliono andare via dalla famiglia possono godere di alloggi a basso prezzo e di un minimo di salario mentre cercano lavoro.

In Italia più dei due terzi dei disoccupati sono al di sotto dei 29 anni. Nel nostro paese ci si è occupati molto di più della cassa integrazione, dei prepensionamenti, dell’occupazione adulta che non di investire nel lavoro dei giovani.

La crisi sociale ed economica ha preferito delegare alla famiglia, in forma privatistica e spontanea, tutta la gestione delle contraddizioni sociali anziché avviare una campagna di promozione perché i giovani potessero essere indipendenti”.

Calo delle nascite e mancanza di servizi sociali

A quanto pare, non è che le donne italiane abbiano solo voglia di divertirsi, o che siano egoiste e non abbiano il coraggio di mettere al mondo i figli. Se il contesto sociale fosse più adeguato, si potrebbe anche essere brillanti sul lavoro e madri soddisfatte.

Da noi manca, in effetti, una politica in grado di promuovere il lavoro giovanile, scarseggiano i servizi, gli asili nido e, probabilmente, è venuta meno una cultura solidale nei confronti dei giovani genitori.

Livia Turco rigira il coltello nella piaga: “Calo delle nascite? Secondo le statistiche, se le donne italiane potessero davvero scegliere, non metterebbero al mondo solo un figlio, ma almeno due. Nelle medie e piccole imprese, ti impongono di rinunciare alla maternità o di posticiparla.

Per quanto riguarda le politiche sociali, siamo il paese europeo dove si spende meno per i bambini e le famiglie“. Livia Turco si è spesso occupata della qualità della vita e degli orari nelle città: ora che è ministra degli affari sociali, riuscirà a mettere in moto un’inversione di tendenza? Proprio adesso che non si fa altro che parlare di tagli alla spesa pubblica? “Per combattere il calo delle nascite stiamo cercando di favorire il part-time e di fare in modo che anche i padri siano incentivati a prendere permessi sul lavoro“, spiega. “Inoltre, vogliamo promuovere corsi di formazione per le donne che riprendono a lavorare dopo la maternità, perché non siano svantaggiate nei confronti della carriera”.

I dati, le statistiche, i calcoli, il disagio sociale, la disoccupazione non spiegano, da soli, le ragioni profonde che spingono le donne a procreare di meno. “Ci sono anche motivazioni psicologiche: è mutato il concetto di famiglia e di sacrificio.

Le donne italiane non dividono il fardello con i loro compagni

Un tempo si riteneva un dovere avere dei figli e sacrificarsi per loro, oggi si pensa che i genitori abbiano il diritto di avere spazi di gioia, di allegria, di divertimento”, afferma Iole Baldaro Verde, madre di quattro figli. “Quando si è giovani, un bambino si accoglie con maggiore incoscienza. Non si è ancora abituati ad una vita libera. Più avanti si va, più si è concentrati su se stessi e sui propri bisogni, sulle proprie abitudini”.

Qualche responsabilità ce l’hanno anche i maschi italiani: “Sono pochi gli uomini che veramente dividono le cure domestiche con la moglie, anche se lavora. E l’identità maschile sta subendo una forte crisi dovuta, anche, allo stress da lavoro o da disoccupazione.

È aumentata la sterilità tra gli uomini e non tutti sono disposti a ricorrere alla fecondazione artificiale che, tra l’altro, costa parecchio”.

Il primo figlio sempre più tardi

Sandra Morano, ginecologa e ricercatrice universitaria, da anni sta indagando, con un’équipe di medici e psicologi, sull’infertilità e sulle motivazioni che spingono le donne ad avere il primo figlio sempre più tardi: “Non può essere solo la difficoltà di conciliare il lavoro con la maternità. Dai colloqui con donne che si sottopongono all’amniocentesi, in maggior parte sopra i trentacinque anni, abbiamo registrato perplessità nei confronti della procreazione. Abbiamo scoperto che l’infertilità è dovuta più a motivazioni di tipo psicologico che non organico.

Il rischio viene tollerato meno: siamo più coscienti delle nostre nonne perché sappiamo di più. Uomini e donne stanno affrontando una mutazione biologica e affettiva complessa.

La donna sta acquisendo maggiore consapevolezza nei confronti della procreazione. Se ne sta appropriando in un modo più suo. E i tempi di maturazione sono lunghi. Inoltre, la maternità non è più l’unica espressione. Ho visto delle donne dedicare tutte se stesse al lavoro, a una creazione che ti prende in maniera totalizzante. La donna, oggi, con più naturalezza, può confrontarsi con vari tipi di maternage. Stiamo cominciando tutte ad avere una voce e stiamo elaborando una cultura diversa. E questo influenza profondamente le nostre scelte”.

Inchiesta uscita il 27 febbraio 1997 su D di Repubblica. La foto in apertura era inserita in quel servizio: credits H. Getty/L.Ronchi

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