Virginia Woolf nel Golfo dei Poeti. Se si pensa a chi nel passato ha reso celebre questo spicchio di Liguria che va da Portovenere a Tellaro viene in mente Percy B. Shelley e la sua tragica morte in mare, durante una tempesta o Mary Shelley, l’autrice di uno dei romanzi più importanti di tutti i tempi, il Frankenstein. Oppure Lord Byron, D.H. Lawrence ma anche Mario Soldati, che aveva scelto di vivere tra Lerici e Tellaro.

Virginia Woolf a Lerici

In pochi sanno, invece, che a Lerici trascorse qualche giorno una grande signora della penna, Virginia Woolf, una delle scrittrici per eccellenza del Novecento. Se gli Shelley soggiornarono a San Terenzo agli inizi dell’Ottocento, Virginia Woolf vi trascorre alcuni giorni nel maggio del 1933, insieme al marito Leonard.

Venerdì 12, la coppia è a Pisa e Virginia, una donna fragile di nervi quanto salda dal punto di vista intellettuale, non può non pensare agli Shelley, inglesi come lei, che trascorsero tra Viareggio e Lerici alcuni mesi, più di cent’anni prima.

La tragica morte di P. B. Shelley perseguita la mente della scrittrice, che nel suo diario annota:

Certamente Shelley scelse meglio di Max Beerbohm (che ebbe casa a Rapallo). Scelse un porto, una baia, una casa con una terrazza che dava sul mare, dove Mary riposava.

Barche a vela inclinate arrivavano questa mattina – una ventosa piccola città, di case alte, mediterranee, pitturate dei colori rosa e gialli, non credo mai cambiati, piena di spruzzi di onde, molto aperta al mare e la solitaria casa posta proprio di fronte alla traversia del mare. Penso che Shelley facesse i bagni di mare e passeggiasse e si sedesse sulla sabbia; e Mary e i signori Williams prendessero il caffè sulla terrazza. (…) Qual la parola per dire la pienezza del mare?

Virginia Woolf e Max Beerbohm: un battibecco

Partiamo da questa lettera per parlare di Virginia e del suo rapporto con l’arte e la vita. Innanzitutto, qual era la relazione tra Max Beerbohm e Virginia Woolf? Perché la scrittrice paragona Shelley a Beerbohm, affermando che il poeta romantico ebbe più gusto per aver scelto Lerici, invece di Rapallo? Forse non era tanto Rapallo a non piacerle, ma Mr. Beerbohm (1872-1956) in persona, saggista, romanziere e caricaturista. Pubblicò diverse opere, tra cui The Happy Hypocrite (1897) e il romanzo Zuleika Dobson (1911) e Exiles of the Srnw ami Other Poems (1918).

Leonard Woolf, in La mia vita con Virginia, scrive che Beerbohm aveva dichiarato in pubblico che non riusciva a capire perché Woolf si fosse messa a scrivere un diario.

“Non ho mai capito”, diceva, “perché la gente scriva dei diari. Non ne ho mai avuto il minimo desiderio – bisogna essere talmente pieni di sé”. Leonard, il marito di Virginia, commenta: “È significativo che Max ritenesse che il suo non voler far qualcosa fosse una buona ragione o una scusa, per non capire perché gli altri volessero farlo e lo facessero. Max non criticava Virginia solo perché teneva un diario – testimonianza, tra l’altro, molto importante per tanti studiosi della scrittrice, ma in più disse: “È deplorevole prendersela per le critiche ostili come ha fatto Virginia Woolf“.

La scrittrice inglese era soggetta a crisi nervose. Quando finiva un romanzo era spossata. Così commenta sempre Leonard: “Virginia aveva una sensibilità fuori dalla norma, sia fisica che psicologica, ed era questo a spingerla da un lato a creare i suoi romanzi, dall’altro a soffrire quando non piacevano alla signora Jones o a Max Beerbohm”.
Nel diario di Virginia Woolf, non a caso, infatti si trovano commenti di questo genere:

Penso, mentre corriamo in macchina, come mi detestano, come ridono di me, ma sono abbastanza fiera della mia decisione di saltare con coraggio l’ostacolo. Devo scrivere ancora!

Il signor Max Beerbohm forse era anche un po’ invidioso del successo di Virginia. Potrà consolarci il fatto che, nelle enciclopedie e su wikipedia, la sua biografia occupa molto meno spazio di quello della scrittrice. E poi il polemista fece arrabbiare più di un intellettuale, tra i tanti Oscar Wilde, con cui ho avuto a che fare nella stesura del mio libro su sua Constance Lloyd.

Le onde di Virginia Woolf

Ritornando alla pagina di diario dalla quale siamo partiti, Virginia, a Pisa, annota alcune emozioni suscitate in lei da Mary e P. B. Shelley e dal loro soggiorno a San Terenzo-Lerici:

una ventosa piccola città, di case alte, mediterranee, pitturate dei colori rosa e gialli (…) piena di spruzzi di onde (…) Esiste una parola per descrivere la pienezza del mare?

Già, le onde, alle quali la scrittrice dedicò un romanzo complesso come era nel suo stile, un’opera innovativa, forse meno conosciuta di Gita al Faro o Mrs Dalloway, ma altrettanto densa e articolata: il migliore dei suoi libri, secondo alcuni critici. Le onde, “romanzo poetico” venne pubblicato nel 1931, due anni prima del suo soggiorno a Lerici. Non fu facile per lei darlo alle stampe e decise di farlo solo dopo tre anni di sofferta revisione. Scrive sul diario in quel periodo:

Comincio a vedere che cosa avevo in mente; e voglio cominciare a eliminare tutto quello che non conta, e a ripulire, precisare, in modo che risulti ciò che è riuscito. Un’onda dopo l’altra. Senza spazio.

Finalmente, un giorno, decide che l’opera è terminata:

Nei pochi momenti che restano, devo registrare, Dio sia lodato, la fine de “Le onde” (…) dopo aver corso affannosamente per le ultime dieci pagine con tali momenti di intensità e intossicazione che sembravo inciampare nella mia stessa voce… Comunque è finito.

In questo capolavoro Virginia riesce a distaccarsi completamente dal romanzo tradizionale e a portare al massimo compimento quella rivoluzione narrativa iniziata con le opere precedenti. Un romanzo che penetra nel pensiero dei personaggi, dal più complesso a quello che si rivolge ai piccoli atti della vita quotidiana, dando vita allo stream of consciousness. La trama ormai non esiste più, donne e uomini sono entità psichiche: è il trionfo del linguaggio interiore o flusso di coscienza.

Il lettore percepisce solo situazioni mediate dalla sensibilità dei personaggi. Qui ritornano i temi cari alla scrittrice: l‘esplorazione della psiche umana dove il mare e le sue profondità hanno una forte valenza simbolica.

Le onde che si infrangono sulla spiaggia accompagnano la narrazione e scandiscono le stagioni della vita. Il loro movimento incessante si contrappone al mutare delle cose e racchiude l’eternità. Il loro fluire continuo è una metafora del pensiero, che non riposa mai.

Virginia Woolf e gli Shelley

Infine, questa pagina di diario scritta a Pisa è tutta dedicata agli Shelley. Virginia quasi vede Mary riposare, seduta nella terrazza di casa Magni, oppure prendere il caffè insieme ai signori Williams. O gli Shelley fare il bagno e passeggiare e sedersi sulla riva.

Queste visioni, forse, l’hanno tormentata per tutto il suo soggiorno a Lerici, all’hotel Miramare, poi diventato hotel Elisabetta per attirare i turisti inglesi. Quest’albergo, non è sicuramente stato scelto a caso dalla scrittrice: situato a San Terenzo, è proprio a due passi da casa Magni. Virginia, in quei giorni avrà cercato di mettersi in contatto emotivo con gli Shelley, che avevano trascorso alcuni mesi proprio in quell’angolo di mondo. Il contrasto tra la bellezza del paesaggio, – il mare di fronte agli occhi – e la tragica morte di P.B. Shelley devono averla accompagnata per tutto il soggiorno e anche dopo.

Ecco una lettera che Virginia scrive il 18 maggio del 1933. La scrittrice è a Lerici, nel balcone dell’albergo, con la luce del sole che l’acceca. Di fronte a lei, il mare calmo e poche onde che si infrangono con dolcezza sulla battigia e, poco più in là, Casa Magni.
Quella villa, per Woolf, deve essere stata un condensato di voci e di emozioni. Quel mare, invece, è simbolo di morte e di eternità, quel mare a pochi metri, quelle acque che hanno inghiottito P.B.Shelley, mentre Mary era in sua attesa.

Sono qui seduta, presso una finestra, presso un balcone, nella baia dove Shelley annegò, credo 113 anni fa, in una giornata calda come questa. La potrei descrivere. Ma come fare a parlare di queste colline, delle piccole case rosa, gialle, bianche, e un mare, davvero, bruno porpora, che non fa onde, come il mare che già ho descritto (ne “Le onde”), ma che sussurra con un fremito continuo come un campo di grano.

Questa lettera è indirizzata all’amica Ethel Smyth (1858-1944), compositrice e scrittrice. Aveva studiato musica a Lipsia e, in seguito, aveva cercato, con perseveranza, di far conoscere le sue composizioni.
Ma a suscitare l’interesse di Virginia fu probabilmente la veemenza con cui Ethel lottò per i diritti delle donne, in particolar modo per il diritto di voto.

Virginia Woolf e la condizione delle donne

Infatti Virginia Woolf, nel corso della sua vita, scrisse delle lucide analisi sulla condizione femminile e sulle donne scrittrici. Basta ricordare Una stanza tutta per sé e Le tre ghinee, due opere illuminanti. L’opera d’arte, secondo il pensiero di Virginia, è androgina, non ha sesso. E le donne sarebbero state in grado di creare veramente solo quando la loro condizione si fosse evoluta. Proprio nell’anno in cui soggiorna a Lerici, il 1933, l’Università di Manchester le offre una laurea ad honorem.
Ma lei rifiuta quel riconoscimento. Perché? È un gesto sprezzante che farà parlare il mondo della cultura inglese: Virginia non era stata ammessa all’università a tempo debito, quando aveva l’età per iscriversi, solo perché donna. Però, nonostante non avesse potuto respirare le atmosfere del college, era diventata scrittrice affermata.

Solo per questo le davano quell’ambito riconoscimento, una laurea, che lei avrebbe voluto ottenere molti anni prima. Forse, è andata meglio così: chissà se l’università e i suoi rigidi rituali non avrebbero frenato la creatività della scrittrice.

Ethel Smyth fu molto colpita da Una stanza tutta per sé e volle conoscere la sua autrice a tutti i costi. Ci riuscì nel 1930, tre anni prima di questa lettera.
Da allora, nonostante fosse sorda, Virginia la scelse come una delle sue interlocutrici più importanti. Ethel pubblicò numerosi volumi di ricordi, tra cui As Time Went On dedicato proprio all’amica. Il 19 maggio Leonard e Virginia Woolf sono a Piacenza. La scrittrice scrive nel diario:

Abbiamo guidato tutto il giorno da Lerici oltrepassando gli Appennini. Lerici è calda e azzurra e noi avevamo una camera con balcone…

Woolf insiste ancora con l’immagine del terrazzo affacciato sul mare, dove vogliamo ricordarla durante il suo soggiorno a Lerici.
Sempre nel suo viaggio in Italia, Virginia ci informa che sta leggendo Gli indifferenti di Moravia, in lingua originale, e che, per farsi capire dalla gente, mescola il francese con qualche parola di italiano. Percorre, in auto, la costa da Roma a Civitavecchia fino

L’atmosfera stucchevole di Genova e della Riviera, con i gerani e le buganvillee e quel senso di esser cacciati tra i monti e il mare e costretti in una luce smagliante, lussuosa, senza spazio per ritirarsi, tanto ripidi scendono i monti a collo d’avvoltoio.

La prima notte abbiamo dormito a Lerici, che dà il tocco alla perfezione al golfo, al mare calmo, ai verdi velieri, all’isola e ai lumi notturni, rossi e gialli che scintillano e svaniscono. Ma questo genere di perfezione non mi stimola più a scrivere. È troppo facile.

L’incanto di Lerici quindi aiuta la scrittrice a pensare, ma non a scrivere. Bellissima la descrizione che fa della Liguria e delle sue rocce a picco sul mare. Purtroppo Virginia avrà ancora pochi anni da vivere. Nel 1941 la sua sofferenza psichica si aggrava. Non riesce a sopravvivere alla devastazione causata dal secondo conflitto mondiale. Senza dire niente a nessuno, il 28 marzo, si getta nei gorghi del fiume Ous e annega come Shelley. Forse a Lerici, su quel balcone, la scrittrice vedeva già l’immagine di se stessa inghiottita dalle acque. A 59 anni muore una delle più grandi scrittrici del Novecento e nasce un mito, che accompagnerà intere generazioni di donne.

Versione rivisitata e corretta di un mio saggio pubblicato nel 1999, nella rivista “La donna nella poesia e nella narrativa nel Golfo dei Poeti. Mary Shelley, altre e altre ancora”.

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