I regali di Natale non mi hanno mai appassionato, forse solo da bambina, o forse neanche allora. Mi intristisce entrare nei negozi, zeppi di persone che vagano ansiose, imbambolate davanti agli scaffali pieni di prodotti.
Però quest’anno mi è venuto in mente di consigliarvi tre libri, se volete regalare un po’ di cibo per la mente. Si è concluso a Genova il 9 dicembre Incipit Festival, da me organizzato insieme a una banda di trentenni. È andato molto bene ed è proprio di tre scrittori, che ho presentato in quei giorni, che vorrei consigliarvi i libri: Arpaia, Balzano e De Silva.

Marco Balzano, Resto Qui (Einaudi)

Ce l’avete presente quell’immagine di Curon, il paese altoatesino sommerso dall’acqua, con il campanile che svetta fuori dal lago? Ebbene Marco cerca di raccontare quel paesaggio e l’umanità che lo popolava, prima che fosse sommerso dalla diga.
La vita di Trina è dura, riesce a diplomarsi, ora è maestra, ma i fascisti non vogliono si insegni tedesco nelle scuole. Arriva la guerra e lei si nasconde sulle montagne con il marito, ma la ferocia la raggiunge anche lassù in quelle lande sperdute.
Torna a Curon nell’aprile del ‘45, ritrova la sua casa, finalmente c’è la pace, ma non certo per Trina e la sua famiglia. La costruzione della diga inonda case e strade, seppellisce alberi e campi, un paesaggio ricco e prezioso scompare per sempre.

La strada di San Giovanni di Italo Calvino

Uno dei testi letterari a cui sono più legata è La strada di San Giovanni di Italo Calvino, un testo molto caro a Balzano anche se per motivi diversi dai miei. In questo racconto lo scrittore sanremese descrive il conflitto con il padre agronomo, il cui mondo a Italo adolescente non interessava. Il giovane scrittore era affascinato dalle luci della città, non dalla campagna, dalle ragazzine sui pedalò non dall’orto di San Giovanni, dove il padre lo costringeva ad andare all’alba, nelle calde giornate estive.
Credo che La Strada di San Giovanni abbia anche alcune cose in comune con Resto qui di Balzano.
Curon viene sommerso dall’acqua. Il paesaggio è stato devastato, ma anche Sanremo – la città dove è cresciuto Calvino – è scomparsa sotto i colpi della scure.

All’inizio del Novecento era la più bella cittadina del Ponente Ligure, circondata da oliveti e piante di limone, ma nel Dopoguerra in alcune zone si trasforma in una periferia di Milano, con una densità di palazzi allarmante.
Calvino a quarant’anni, quando scrive La Strada di San Giovanni, si rende conto che il mondo di suo padre è stato inghiottito dal cemento. E lascia intendere che la scrittura però può salvare quel mondo ormai scomparso:

Cos’è la natura? Erbe, piante, luoghi verdi, animali. Ci vivevo in mezzo e volevo essere altrove. Di fronte alla natura restavo indifferente, riservato, a tratti ostile. E non sapevo che stavo anch’io cercando un rapporto, forse più fortunato di quello di mio padre, un rapporto che sarebbe stata la letteratura a darmi, restituendo significato a tutto, e d’un tratto ogni cosa sarebbe diventata vera e tangibile e possedibile e perfetta, ogni cosa di quel mondo ormai perduto.

Non vorrei azzardare un paragone sulla statura di Calvino e quella di Balzano, ma devo dire che la lettura del romanzo di Marco mi ha portato a vedere, sentire, percepire quel paesaggio dell’Alto Adige, perduto per sempre. Un’operazione che la scrittura fa meglio di qualunque altro mezzo, anche della fotografia.

Bruno Arpaia, Qualcosa, là fuori (Guanda)

Un romanzo commovente ed estenuante. Un gruppo di persone parte da una Napoli desolata, desertificata, invivibile, per raggiungere la Scandinavia. Il surriscaldamento del pianeta ha reso l’Italia un deserto abbacinante. I componenti del gruppo hanno pagato una congrua cifra, per arrivare lassù in quelle terre dove ancora si può sopravvivere.
Le guide sono armate fino ai denti e gli agguati di altri più disperati di loro sono all’ordine del giorno. Il protagonista Livio arranca con il peso degli anni, insieme agli altri, e stringe i denti per arrivare camminando fino alla meta.
La parte che più mi ha commosso è quando arrivano al confine con la Svizzera. Devono pagare un pedaggio e attraversarla passando per un corridoio circondato dal filo spinato. Gli svizzeri si sono ritirati sulle cime dei monti dove c’è ancora qualche riserva di acqua e non vogliono dividere con nessuno quella preziosa fonte di vita.

A mano a mano che si attraversa la Germania, si comincia a incontrare qualche sparuto albero o pozza d’acqua, fino ad arrivare ai confini con la Scandinavia, frontiere blindate con l’esercito e la polizia che presidia i confini.
Un lungo viaggio quello di Arpaia, che ci suggerisce quello che può succedere se non mettiamo fine all’innalzamento delle temperature. Lo scrittore ci avverte: quello che sta succedendo agli africani oggi, potrà succedere a noi italiani domani.

Diego De Silva, Superficie (Einaudi)

Un libro che si legge tutto d’un fiato, che raccoglie luoghi comuni, frasi fatte, che rimbalzano dai social ai programmi televisivi fino a incistarsi nella testa delle persone, che le ripetono senza neanche pensarci. Tirare fuori una frase originale, un pensiero critico che porti con sé una riflessione è un lusso, che in pochi hanno voglia di permettersi. In quest’epoca dell’impermanenza, dove le cose scompaiono nel dimenticatoio in un batter d’occhio, è vero tutto e il contrario di tutto.
Il libro di De Silva mi ricorda un po’ la letteratura sperimentale degli anni Sessanta, oppure di inizio Novecento, una sorta di flusso di coscienza collettivo che non sembra portare da nessuna parte. Spesso fa ridere e sorridere, ma in questa esplosione del linguaggio ci siamo tutti noi, che ci piaccia o no. Noi che navighiamo a vista in Superficie, appunto.

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