Ho scritto queste riflessioni su Italo Calvino sul catalogo della mostra Dal fondo dell’opaco io scrivo, Italo Calvino da Sanremo a New York, che ho curato per New York University, nel 1999.

Quelle Lezione americane che Italo Calvino doveva tenere negli Stati Uniti – le Charles Eliot Norton Poetry Lectures – non è riuscito a farle: è morto prima di partire, all’improvviso, nel 1985. Proprio lui che era stato sedotto dall’America e da New York, “la più spettacolare visione che sia data di vedere su questa terra” e che, girovagando per le strade del Greenwich Village, si sentiva newyorkese.

Un filo sottile lega New York a Sanremo, due città importanti per l’immaginario dello scrittore. “Sanremo continua a saltar fuori nei miei libri, nei più vari scorci e prospettive, soprattutto vista dall’alto, ed è soprattutto presente in molte delle città invisibili”, così disse Calvino in un’intervista rilasciata alla critica letteraria Maria Corti. New York, invece, “città geometrica, cristallina, senza passato, senza profondità, apparentemente senza segreti”. Alla cittadina ligure è legato il ricordo degli affetti familiari, di un paesaggio unico nel suo genere, alla metropoli americana la sensazione di “un’energia straordinaria che ti senti subito in mano come se ci fossi sempre vissuto”.

Facciamo un balzo indietro: siamo negli anni Trenta. Sembra di vederlo Italo Calvino nella sua casa di Sanremo, un bambino solitario e scontroso, non risponde ai richiami del padre che lo vorrebbe in giardino per insegnargli i nomi delle piante: eccolo appoggiato alla balaustra del terrazzo di villa Meridiana che scruta la Pigna e già vede Pin – il protagonista de Il sentiero dei nidi di ragno – urlare a squarciagola nei vicoli del centro storico; vede i tetti di Piazza Colombo, Piazza Sardi e Piazza Bresca; la striscia del molo e le teste delle alberature dei battelli; il campanile di San Siro; la cupola a Piramide del teatro comunale Principe Amedeo; la torre di ferro dell’antica fabbrica d’ascensori Gazzano; le mansarde della “casa parigina” e il santuario di Madonna della Costa. Quell’occhio di bambino che scruta la sua città affacciata sul mare, attento ad ogni battito d’ali, sta registrando tutto, quasi già sapesse che quell’insistenza, quell’attenzione, gli sarebbero state necessarie per ricomporre, trent’anni dopo, quel paesaggio che da lì a poco sarebbe scomparso.

Calvino visse a Sanremo fino a 22 anni: dopo la Seconda Guerra Mondiale lasciò la Liguria per trasferirsi a Torino, poi a Parigi e a Roma. Quando ritornava a Sanremo, era come spaesato. La vegetazione mediterranea era stata inghiottita da palazzi di ogni dimensione, un’accozzaglia di “parallelepipedi e poliedri, spigoli e lati di case, di qua e di là tetti, finestre, muri ciechi per servitù contigue con solo i finestrini smerigliati dei gabinetti uno sopra l’altro” (La speculazione edilizia).

La sua Sanremo non esisteva più e Calvino l’ha ricreata sulla pagina; quel paesaggio gli era indispensabile per le costruzioni narrative, ma non poteva vivere in quei luoghi. Come il barone rampante, anche Calvino, saltò su un ramo e decise di vivere lassù, perché “da lontano le cose si capiscono meglio”. Si trasferì altrove per sempre.

Il legame tra Italo e la Riviera di inizio secolo è stato intenso e contraddittorio quanto lo era il rapporto con il padre agronomo: La strada di San Giovanni è il racconto dove il conflitto con il padre Mario viene prepotentemente alla luce. Mario Calvino, le mattine d’estate, obbligava i figli ad accompagnarlo nell’orto di proprietà a San Giovanni per portare a casa le ceste di frutta e di verdura. Il giovane Italo, invece, era attratto dalla città “il resto era spazio bianco, senza significati; i segni del futuro mi aspettavo di decifrarli laggiù da quelle vie, da quelle luci notturne che non erano solo le vie e le luci della nostra piccola città appartata, ma la città uno spiraglio di tutte le città possibili”(1). Due strade che divergono, si scontrano, inconciliabili per il giovane Italo, ma che, in seguito, quando è adulto, si uniscono e trovano una loro armonia narrativa. La campagna e la città sono due aspetti spesso presenti nella produzione dello scrittore e, mettendo in mostra queste foto, si è giocato ad indovinare quali potessero essere le suggestioni visive depositate nel labirintico immaginario di Italo Calvino.

Guarda l’intervista che mi ha fatto RAI International a New York.

La strada di San Giovanni è un vero testamento emotivo: proprio per questo il racconto è stato scelto come guida ideale per la mostra fotografica Dal fondo dell’opaco io scrivo. La mostra mette in evidenza, attraverso più di cento foto d’epoca, i luoghi narrati da Italo Calvino, quei luoghi che hanno “cessato di esistere”, ma che “continuano a saltar fuori” nelle sue opere. Luoghi negati, nascosti, respinti nell’opaco della storia, sconvolti dalla furia della scure, dal cemento che ha inghiottito tutto, dalla sete di guadagno immediato. Luoghi sempre vivi e presenti, però nella scrittura calviniana.

Percorrere la strada di San Giovanni con il libro di Calvino in mano e cercare di riconoscere i luoghi non è fatica inutile. Quei luoghi ci sono ancora: il beudo intrappolato in mezzo ai palazzi; l’Ospizio Giovanni Marsaglia; il Palais d’Agra nascosto tra gli alberi; la carrozzabile che porta al santuario della Madonna della Costa; le vecchie palazzine di Baragallo soffocate dai nuovi condomini; la centrale elettrica oggi abbandonata; il sentiero di fianco al Torrente San Francesco che, in quel punto, non è stato coperto; il vecchio Ponte Tasciaire asfaltato e con una ringhiera arrugginita; la “macchia di canne fitte e fruscianti”(2) vicino al torrente e la campagna di San Giovanni con i pilastri dell’autostrada conficcati nel terreno.

La mostra cerca di far riemergere l’assetto urbano e alcuni aspetti della campagna così com’erano negli anni dell’infanzia e dell’adolescenza dello scrittore e, anche, alla fine del secolo scorso e nei primi decenni del ‘900, per dare testimonianza, invece, della città che percorreva il padre Mario. Non si è voluto proporre una documentazione storico-filologica, ma portare alla luce soprattutto il paesaggio letterario di Italo Calvino.

La scelta delle immagini ha privilegiato una delle tante possibili ipotesi di paesaggio narrativo, alla ricerca di un legame emotivo con i luoghi che hanno “cessato di esistere”, tentando di ricostruire quel mondo scomparso ma, proprio per questo, più che mai presente nella memoria del testo: un altro il motivo che mi ha portato a scegliere La Strada di San Giovanni, come filo conduttore della mostra. Ho letto questo racconto nel 1989, prima che venisse pubblicato da Mondadori, mentre stavo preparando un ciclo di trasmissioni radiofoniche per la Rai. Non è stato difficile leggervi dentro una parte di storia mia: anche mio padre, di ceppo ligure come Mario Calvino, ha trascorso la sua vita cercando di fermare l’orologio della storia. Burbero e mugugnone, con momenti intensi d’allegria, cercava spesso di catturare la mia attenzione raccontando com’era Sanremo durante la sua infanzia e adolescenza, negli anni Venti e Trenta. Mi sembrava raccontasse delle favole.

Quelle cose non mi interessavano, la mia attenzione era rivolta altrove, verso il grande mondo. Infatti, da questa cittadina, sono scappata anch’io, attratta dalle metropoli, da Roma e da Londra, dal loro chiasso e dalle loro “luci notturne”. Ma non è da tutti avere uno scrittore così asciutto e nello stesso tempo così intenso che descrive la città dove sei nato-a.

I suoi testi li trovavo ovunque, in ogni libreria straniera. E ogni volta che leggevo e rileggevo Calvino, meditavo sugli spazi della Riviera, sulle sue luci, sui tipi umani che la popolavano ai tempi di mio padre. Ne sentivo nostalgia e allo stesso tempo cominciavo a capire l’accanimento di mio padre, il suo desiderio di salvare le piccole porzioni di paesaggio e la cultura locale sopravvissute allo stravolgimento degli ultimi cinquant’anni. La sensibilità percettiva di Italo Calvino sta anche nel suo essere stato così contemporaneo, nell’aver espresso umori e stati d’animo forse ancora più vicini alla mia generazione che alla sua.

1) Italo Calvino, La strada di San Giovanni, Mondadori, 1990, pag.16..

2) Ibidem, pag. 31.

 

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