Il Gran Sasso si trova al centro della penisola e sembra sorvegliarla. Fa parte degli Appennini, ma le sue vette sono maestose come quelle delle Alpi, che però sono molto più snob. Gli antichi romani già lo chiamavano l’ombelico d’Italia.

La sua bellezza può sorprendere anche le persone che hanno scalato i monti della Val d’Aosta o delle Dolomiti, oppure le Alpi Bernesi. Lo straordinario Corno Grande, la cima più alta dell’Appennino italiano – aspro e roccioso – è soprannominato il Tetto d’Abruzzo.

Per raggiungerlo bisogna essere camminatori esperti: una volta arrivati lassù si rimane sbalorditi dalla vista che raggiunge l’Adriatico e le belle coste dalmate.

Il Corno Grande in realtà è composto da quattro cime, quella orientale (2903 m), la centrale (2893 m), il Torrione Cambi (2875 m) e la più alta, quella occidentale (2912 m). Poi c’è il Corno Piccolo (2655 m). Circondato dalle quattro vette, in un avvallamento si trova il Ghiacciaio del Calderone, il più meridionale d’Europa, che purtroppo sta lentamente scomparendo per colpa dell’innalzamento delle temperature. Molti ambientalisti infatti stanno dando vita a campagne di sensibilizzazione.

Campo Imperatore

La cosa che più mi ha stupito, mentre mi avvicinavo in auto alle vette del Corno Grande, del tutto simili a quelle delle Dolomiti, è l’immensa conca di Campo Imperatore lunga ben 20 chilometri, l’altopiano più alto degli Appennini. Lo sguardo si perde su questa distesa verde dove si affacciano le cime scabre, rocciose e aguzze: è situato a 1800 metri, nel cuore del Parco Nazionale Gran Sasso e Monti della Laga.

Ci siamo imbattuti in una mandria di mucche (foto d’apertura) che si abbeverava in uno dei laghetti, con le zampe immerse nell’acqua per prendere un po’ di refrigerio durante l’estate. Faceva tanto far west.

Su questo straordinario altopiano, sembra di essere in Tibet, come ha scritto l’orientalista Fosco Maraini, papà della scrittrice Dacia: infatti è un paesaggio del tutto unico in Italia. Il chiasso assordante delle città quassù è solo un lontano ricordo.

Cosa c’è a Campo Imperatore

Campo Imperatore termina su un rilievo alto più di 2100 metri che lo domina dall’alto.

Qui si trovano

  • la stazione meteorologica, riconosciuta dall’Organizzazione Meteorologica Mondiale;
  • l’Osservatorio astronomico, dotato di un telescopio di oltre un metro di diametro
  • il giardino botanico
  • l’arrivo della nuova e della vecchia funivia
  • l’ostello più alto d’Europa
  • un ristorante e un piccolo museo
  • una chiesetta dedicata alla Madonna della Neve
  • un edificio razionalista che cade a pezzi, un tempo albergo

Mussolini prigioniero sul Gran Sasso

Ci siamo soffermati a guardare al di là delle vetrate dell’albergo. Impossibile non notarlo subito: fatiscente e di color rosso scuro, domina la piana.

Con la fantasia si può intravedere al di là dei vetri sporchi Mussolini infuriato che va avanti e indietro per quelle sale, come un leone in gabbia. Una targa lo ricorda: In questo albergo fu tenuto prigioniero Benito Mussolini dal 28 agosto al 12 settembre del 1943.

Infatti, il Duce venne qui imprigionato dopo l’armistizio dell’Italia con gli Alleati. Venne poi liberato dall’esercito tedesco nella celebre Operazione Quercia. Molti in Italia pensavano la guerra fosse finita e invece stavano per cominciare i due anni più tormentati.

Rifugio Duca degli Abbruzzi

Chi non se la sente di arrampicarsi fin sul Corno Grande, da Campo Imperatore in 40 minuti può raggiungere il Rifugio Duca degli Abbruzzi a quota 2388. Appartiene al C.A.I. (Club Alpino Italiano) di Roma, ed è situato sul Monte Portella, a ridosso del Corno Grande. Si può pernottare ma è molto spartano, da veri amanti della montagna.

Il traforo del Gran Sasso

Il Gran Sasso non si estende solo verso l’alto, ma anche verso le viscere della terra, nel 1984 venne inaugurato il traforo: più di 10 km dell’autostrada A24 che da Roma porta al mar Adriatico, passando per L’Aquila e Teramo. È il terzo d’Italia per lunghezza e il primo se si prende in considerazione che parte di quelli del monte Bianco e del Frejus sono stati costruiti in Francia. Il tunnel ha due corsie per ogni senso di marcia.

Ci vollero 25 anni per portarlo a termine e non fu una passeggiata: i tecnici involontariamente bucarono un serbatoio sotterraneo e un getto di acqua e fango allagò la città di Assergi e il corso di diverse sorgenti venne compromesso.

La falda, a causa dell’incidente, si abbassò di diverse centinaia di metri. La costruzione del traforo costò, negli anni 70, 2mila miliardi di lire e la perdita di 11 vite umane. Percorrendolo è come se si percepisse tutto questo travaglio, ma anche la maestosità di quello che è stato fatto.

L’istituto Nazionale di Fisica Nucleare, nel cuore del Gran Sasso

Una cosa che in pochi sanno è che viene utilizzato anche come ingresso ai laboratori sotterranei dell’Istituto Nazionale di Fisica Nucleare, voluto dal fisico Antonino Zichici. La sua costruzione venne facilitata degli scavi in corso per il traforo. I lavori iniziarono nel 1982 e si conclusero nel 1985. Il centro di ricerca divenne operativo nel 1987.

Si trova proprio nella pancia del Gran Sasso, a dividerlo dal cielo 1400 metri di roccia viva, una struttura davvero unica. Non è un caso sia stato costruito in quel punto: qui regna il silenzio cosmico, una condizione fondamentale per poter studiare la fisica delle particelle. Mentre si percorre il lungo e maestoso tunnel, ad un tratto sulla destra appare la svolta per entrare nell’antro della scienza.

Una cosa che stupisce i più, soprattutto gli italiani che si sentono sempre il fanalino di coda dell’Europa: è il centro di ricerca sotterraneo più importante del mondo.

Il Parco Nazionale

Il Parco nazionale Gran Sasso e Monti della Laga è stato inaugurato nel 1991 ed è la terza riserva naturale protetta più grande d’Italia: situato soprattutto in Abruzzo, alcune parti sono situate nel Lazio e nelle Marche.

Il terremoto di Amatrice

Di fronte alla struggente bellezza di questi luoghi non si può non ricordare una terribile data: il 24 agosto 2016. Sono tante nel 2016 e nel 2017 le scosse che hanno devastato paesi come Amatrice, in Lazio, patria degli spaghetti all’Amatriciana, città dalle cento chiese e dalle 68 frazioni, uno dei comuni più importanti del Parco.

Oggi non è rimasto quasi nulla del centro storico di questo paese montano, attraversato da tante persone in viaggio per le vette maggiori del massiccio. Il moncone di una torre incerottata rende il paesaggio ancora più spettrale. Sembra uno dei Sette Palazzi Celesti di Anselm Kiefer, conservati in una struggente installazione permanente al museo di arte contemporanea HangarBicocca di Milano. Questa zona è interdetta alle persone e la si può solo attraversare in auto senza fermarsi e sotto stretto controllo dell’esercito.

Oltrepassato il centro storico, tanti gli edifici fatiscenti, crollati in diversi punti, come l’ex casa di riposo. Ma una nuova speranza simbolica è stata riposta nella nuova piazza del Gusto, della Tradizione e della Solidarietà di Amatrice. Realizzata su progetto dello studio dell’architetto Stefano Boeri, grazie ai fondi raccolti dal quotidiano Corriere della Sera e dal telegiornale di La7, è una piazza polifunzionale, un luogo di ritrovo. Ospita una mensa scolastica e otto ristoranti.

La Tragedia di Rigopiano

Il sisma del 18 gennaio 2017 sembra essere stato il motivo scatenante della slavina che si è staccata dal Gran Sasso. E che ha distrutto un hotel a Rigopiano, nota località turistica, causando la morte di 29 persone.

Le zone delle Marche colpite dal terremoto

Non ci volevo andare, dopo il Covid preferivo farne a meno, rilassarmi un po’. E invece poi non ce l’ho fatta, è una malattia, ce l’ho nel sangue. Andare a vedere cos’è successo con i miei occhi.

Abbiamo trascorso quasi due settimane nelle Marche da amici che sono stati colpiti dal terremoto in un modo o nell’altro e sentivo la necessità di vedere quello che mi avevano raccontato.

Un pellegrinaggio, nelle Marche, a Umito nei monti della Laga – dove con Cesare abbiamo festeggiato il nostro anniversario – o nella valle del Tronto lo dovevo fare, lo dovremmo fare tutti anche perché si capisca quanto è importante costruire edifici in regola con le normative antisismiche.

Tanti sono i villaggi ai piedi del Monte Sibilla, di cui sono rimasti in piedi pochi muri, pareti con le mattonelle e i rubinetti ancora appesi: è triste spiare in questa intimità distrutta ma ci rende consapevoli.

Da Pretare ad Arquata del Tronto e a Pescara del Tronto, paesini sede dell’epicentro del sisma: ci si rende conto quanto il terremoto abbia sconvolto quelle comunità.

Viaggiando verso Roma ci siamo fermati all’Aquila non solo per vedere la fontana delle 99 cannelle, ma anche per tirare un sospiro di sollievo vedendo molti edifici storici del centro rimessi in piedi dopo il terremoto.

Il lago di Scandarello e di Capotosto

Chi ama la placida tranquillità dei laghi, prima di uscire dal Parco del Gran Sasso, può – come abbiamo fatto noi – fermarsi al lago di Scandarello vicino ad Amatrice o più in là al lago di Campotosto, verso Assergi e Campo Imperatore.

È bello distendersi su un asciugamano in mezzo alla natura, posare lo sguardo lontano sui monti che cingono la distesa d’acqua, lasciandosi finalmente andare, dopo tutte le emozioni vissute in questa terra difficile ma bellissima.

Natalia Ginzburg a Pizzoli

Natalia Ginzburg (1916-1991), la grande scrittrice italiana autrice di Lessico familiare, con il marito Leone e i figli piccoli Carlo, Andrea e Alessandra furono confinati durante il fascismo – dal 1940 al 1943 – a Pizzoli, paese all’interno del Parco del Gran Sasso.

Nella piazza principale di Pizzoli, vicino al Municipio, c’è ancora la casa di Natalia, che ospita ora la biblioteca con centinaia di volumi appartenuti alla scrittrice e al marito.

In quel periodo, così ben descritto nel suo testo Inverno in Abruzzo (in “Le piccole virtù”, Einaudi), Natalia scrisse il suo primo romanzo La strada che va in città, che pubblicò nel 1942 con lo pseudonimo di Alessandra Tornimparte, come il nome di un paese vicino a Pizzoli.

Ecco come racconta quel periodo così doloroso: “Mio marito morì a Roma nelle carceri di Regina Coeli, pochi mesi dopo che avevamo lasciato il paese. (…). Allora io avevo fede in un avvenire facile e lieto, ricco di desideri appagati, di esperienze e di comuni imprese. Ma era quello il tempo migliore della mia vita e solo adesso che m’è sfuggito per sempre, solo adesso lo so.”

Non lasciamoci mai sfuggire niente e se non siete stati sul Gran Sasso, fateci un pensierino.

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