La notizia della morte di Amos Oz (28 dicembre 2018),  grande scrittore israeliano, mi ha colpito davvero, era una gran bella persona. L’ho incontrato due volte nella mia vita, la prima a Santa Margherita Ligure il 23 maggio del 2007 , la seconda a Cosenza il 27 settembre dello stesso anno: in Calabria era insieme a Predrag Matvejević, altro personaggio mitico, e a Tahar Ben Jelloun per un convegno sul Mediterraneo.

Anche se girava il mondo ininterrottamente per presentare i suoi libri, e incontrava persone di continuo, quando ti parlava era come se ti avesse conosciuto da sempre. Ci si sente più soli al mondo quando muoiono persone della sua statura. Soprattutto se hai avuto la fortuna di incontrarle.
Oggi pubblico qualche stralcio di questi due articoli che ho fatto su di lui per il Secolo XIX

È una bella persona Amos Oz, un uomo sereno, pacato, sorridente. Nonostante quello che ha passato: nato a Gerusalemme nel 1939, sua madre si è suicidata quando non aveva neppure tredici anni.

Un ribelle da sempre

Amos non andava d’accordo con il padre, un simpatizzante della destra ebraica, tant’è che a soli quindici anni ha scelto di abbandonarlo e di andare a vivere in un kibbutz. Ma non è finita qui la sua ribellione: ha cambiato il suo cognome, da Klausner a Oz che, nella sua lingua, significa forza. L’ho incontrato martedì sera, era ospite di Villa Durazzo, a Santa Margherita Ligure, in occasione del suo viaggio in Italia.

Tra le tante autorità ospiti alla cena, il sindaco di Tel Aviv, Ron Huldai. La famiglia di Ron ha adottato l’adolescente Amos quando tutto solo ha varcato la porta del kibbutz: «In pratica è mio fratello adottivo. Sono anche un personaggio di un suo romanzo», spiega Ron, mentre Amos Oz lo guarda sornione. Oz è uno degli scrittori israeliani più conosciuti al mondo: in Una storia di amore e di tenebra ha raccontato la sua vita e quella della sua famiglia, intersecate alle vicende storiche.

Non dire notte

Mi guarda e mi dice che la bellezza di Santa Margherita, che spunta tra le palme di villa Durazzo, lo stordisce. Cominciamo a parlare del suo ultimo romanzo, Non dire notte. È ambientato in una piccola cittadina in mezzo al deserto e racconta la storia di una coppia di mezza età, del loro rapporto. Scava nella loro intimità, rivelandone lati nascosti, portandone alla luce la sensualità.
Una cittadina che è un microcosmo di Israele, con la sua popolazione multietnica: israeliani, immigrati e beduini arabi. Una grande famiglia dove tutti sanno tutto di tutti, non esistono segreti, e tanti sono i pettegolezzi. «Sognano di traslocare un giorno in una grande città – spiega Oz – Mentre il deserto sullo sfondo fa la parte del protagonista».

In Non dire notte, le relazioni tra israeliani e arabi sono pacifiche, il conflitto è sullo sfondo, giunge come una lontana eco: «Il 90% della popolazione di Israele non vive in zone di guerra – continua Amos Oz – Sono persone comuni, che si comportano in modo normale, odiano pagare le tasse e amano raccontare le barzellette. Oz descrive quella parte di umanità che non desta l’attenzione dei media, che non fa notizia, quel mondo di persone normali che amano, soffrono, si sposano, fanno figli e, un giorno, muoiono.

L’Israele della Cnn è lontano mille miglia, con le bombe, le uniformi e i Territori Occupati. La mia preoccupazione principale è di non essere capace a riprodurre quel mondo: c’è più fiction in un servizio della Cnn che in tutti i miei romanzi».

Fa una pausa, si guarda intorno – il grande tavolo antico, il soffitto, la vegetazione fuori dalla finestra – e continua: «Anche se i romanzi sono ambientati in piccole cittadine, possono raccontare storie universali. La commedia umana è la stessa ovunque».

Amos Oz, David Grossman e Abraham B. Yehoshua

Amos Oz è amico di David Grossman, altro grande scrittore israeliano, che ha perso il figlio nell’ultimo conflitto con il Libano (nel 2006) : «Tre giorni prima della morte di Uri, Grossman, Yehoshua ed io abbiamo convocato una conferenza stampa a Tel Aviv: abbiamo chiesto al governo israeliano di fermare la guerra subito. Se ci avessero ascoltato, Uri e tanti altri ragazzi sarebbero ancora vivi. Mi ricordo ancora David parlare nel microfono per spiegare che la guerra era inutile, che si doveva cessare il fuoco», racconta Oz visibilmente commosso.

«Le mie lettrici ideali sono le donne»

Si torna a parlare di scrittura: «Quando costruisco un romanzo penso solo ai personaggi e alla trama. Mi sento come un funambolo in bilico su una corda, non guardo mai in basso. Poi, quando ho scritto l’ultima parola e il libro va in stampa, comincio a pensare alle presentazioni e alle persone che lo leggeranno. Il mio lettore ideale è una donna sulla trentina. Le donne sono più sensibili, intelligenti e aperte. Poi leggono più narrativa degli uomini». Non è una caso che i suoi scrittori italiani preferiti siano Elsa Morante e Natalia Ginzburg.

Il mio primo racconto

La scrittura era una sua ossessione anche da giovane. Ricorda quando, a vent’anni, era riuscito a strappare un appuntamento con il direttore di una rivista letteraria: «Mi sono presentato in divisa. Sono arrivato in anticipo, ho camminato sul marciapiede di fronte al palazzo per tre o quattro ore, pregando. Poi ho aspettato un mese per la risposta, ero agitatissimo. Una gioia imparagonabile quando mi hanno detto che l’avrebbero pubblicato».

Non è ben visto nella sua cittadina

Amos Oz non ha peli sulla lingua, ha sempre detto quello che pensava sul conflitto arabo-israeliano, sulla politica del suo Paese. Non sono pochi i suoi nemici, i suoi figli a scuola venivamo chiamati i figli del traditore. Alcuni suoi vicini di casa ad Arad non Io salutano: «La verità può essere soffocante, ma le bugie puzzano».

Spesso i taxisti lo riconoscono, perché lo vedono alla televisione, e gliene dicono di tutti i colori: «Non mi dispiace per niente, amo vivere in un’atmosfera di confronto. Non vorrei mai che tutti fossero d’accordo con me: se succedesse probabilmente non sarei più d’accordo con me stesso».

Amos Oz insieme allo scrittore arabo Tahar Ben Jelloun

Per la prima volta a Cosenza lo scrittore marocchino Tahar Ben Jelloun e l’israeliano Amos Oz si sono confrontati in un faccia a faccia, durante un convegno sul ruolo del Mediterraneo.

«Siamo due scrittori mediterranei ed entrambi apparteniamo alla cultura del vino e dell’olio. Quando leggo Ben Jelloun, sento che abbiamo tanti punti in comune», ribatte Oz. A suo avviso il conflitto arabo israeliano si risolverà quando tutti i palestinesi avranno una terra e un posto di lavoro: «L’unica soluzione è creare due Stati. Se la casa si divide in due, bisognerà stare più stretti, ma ci si deve adattare. Ora Israele è come un Paese costruito sulle pendici del Vesuvio».
L’Europa, secondo Oz, dovrebbe smetterla di avere atteggiamenti moraleggianti e spingere per la creazione della futura Palestina: «Fino a che tante persone continueranno a soffrire nei campi profughi, non ci sarà mai pace».

«Prima si credeva che il terrorismo islamico trovasse aderenti solo tra i disperati delle periferie – spiega Tahar Ben Jelloun – ora non è più così, anche molti professionisti fanno questa scelta radicale».

Secondo lo scrittore marocchino, la letteratura rappresenta un legame forte tra i diversi popoli. Si sente molto legato all’israeliano Oz: «Come scrittori, dobbiamo prima di tutto esprimere il nostro forte desiderio di pace, ben sapendo che i militari non ascoltano i poeti».

interviste e articolo usciti il 24 maggio e il 28 settembre 2007 sul Secolo XIX

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