Giacomo Revelli, La lingua della terra, una storia che parte da lontano e approda nel Ponente Ligure. È ambientato in valle Argentina, la valle dell’oliva Taggiasca, piccola e dolce, che spremuta ci regala un extravergine, tra i più apprezzati sulle tavole dei buongustai.


Bedè, un estratto di liguritudine, scontroso e solitario, ha un appezzamento sopra Taggia. È e si sente un contadino, mai o poi mai farebbe un altro mestiere. Quel pezzo di terra era di suo padre e prima dei suoi nonni e prima ancora dei suoi avi e per lui abbandonarlo sarebbe un sacrilegio.

È difficile star dietro alla campagna a settant’anni, se i figli studiano

I figli studiano e Bedè non riesce mai a farli salire in campagna per farsi dare una mano. Anche se tutte le mattine minaccia di svegliarli all’alba, ormai se n’è fatto una ragione. Però comincia ad avere i suoi anni, ben settanta, e stare dietro all’uliveto, aggiustare i muretti a secco, innaffiare, tenere anche l’orto e le galline, non è certo facile.

Una mattina, aprendo il casone, trova un intruso che dorme alla bell’e meglio sul pavimento, sembra un fagotto di stracci con due occhi scintillanti che lo fissano. Non sa cosa fare, non lo vuole mandar via ma neanche tenere, preferisce lasciare che le cose accadano.

Passano i giorni e tra i due nasce un’intesa, la lingua dei contadini è la stessa in tutto il mondo e, con l’aiuto del ragazzo africano, Bedè riesce finalmente a mettere a posto le fasce come aveva sempre desiderato, anche se in paese si comincia a mormorare.

Questi gli ingredienti principali dell’ultimo romanzo di Giacomo Revelli, La lingua della terra (arkadia, 200 pg, 16 euro), un’altra prova di ottimo livello dell’autore taggiasco.

Spassoso il rapporto tra Bedè e i suoi due figli maschi

Spassoso è il comportamento di Bedè in casa, quello che combina per nascondere alla famiglia la presenza in campagna del nuovo arrivato, mentre il primogenito iscritto a ingegneria affoga il cervello nelle formule matematiche e il figlio più piccolo vive il primo amore estivo con una milanese conosciuta alla spiaggia. Un via vai continuo di improperi in dialetto, ben inseriti nella narrazione.

Italo Calvino docet

Ci ricorda tante cose questo romanzo, tante sono le citazioni di autori liguri venuti prima di Giacomo Revelli. Salta subito in mente il triangolo tra padre e figli maschi di Italo Calvino in ben due racconti, La strada di san Giovanni, oppure I figli poltroni. Entrambi autobiografici, il primo in maniera esplicita: Mario Calvino, infatti, obbligava i figli, tutte le mattine d’estate, ad andare con lui fino all’orto di San Giovanni, una mulattiera tutta in salita, per tornare a casa con le ceste piene di frutta e di verdura.
Un racconto scritto negli anni Sessanta, ma che ancora riesce a toccare delle corde emotive, per come è attuale e per come è ben descritta la relazione tra padre e figlio maschio. Anche Marco Balzano, nel suo romanzo L’ultimo arrivato, ha preso a piene mani tante suggestioni da La strada di san Giovanni.

Bedè, come succede spesso, è in lite con la sorella per l’eredità, lei vuole le fasce più in alto, perché si mormora che l’imprenditore milanese Caisotti avrebbe intenzione di costruirci delle villette a schiera.

Con questo piccolo inserto narrativo, Giacomo Revelli non solo denuncia la continua volontà di rosicchiare gli uliveti per dare in pasto i terreni ai costruttori, ma rende un altro omaggio a Italo Calvino: ne La speculazione edilizia, un racconto autobiografico, l’imprenditore che distrugge gran parte del parco della villa dove vive la famiglia del protagonista per costruirci un orribile palazzo, si chiama anche lui Caisotti.

Il romanzo di Giacomo Revelli fa riflettere ma anche divertire

Con questo romanzo, lo scrittore riflette sui temi che più gli stanno a cuore, l’abbandono delle campagne e la devastazione del territorio, in maniera diversa però da Marino Magliani e Francesco Biamonti, entrambi scrittori contadini del ponente ligure come lui.

La narrazione dello scrittore di Taggia, infatti, fa spesso scoppiare in una risata liberatoria, soprattutto quando analizza i comportamenti autoreferenziali di Bedè. E poi per l’uso sapiente del dialetto, che è la lingua che i figli parlano con la madre e il padre.
Su tutto incombe il cambiamento dei tempi, e lo scrittore pare darci un prezioso suggerimento: se i giovani non vogliono coltivare le campagne, perché hanno scelto di fare altro nella vita, non varrebbe la pena di affidarle temporaneamente ai tanti africani, esperti di coltivazioni, per rimetterle in sesto?
A dire il vero qualcuno ha già provato a mettere in piedi un progetto simile, vedi Riace, ma sembra che l’Italia non sia ancora pronta. Allora continuiamo con le villette e i capannoni, tanto le risorse della terra sono inesauribili.

La foto d’apertura l’ho scattata in una mitica giornata in cui sono andata a raccogliere le olive nella campagna di Giacomo Revelli, insieme alla sua famiglia. A proposito anche lui ha un fratello. E il padre e la madre assomigliano un po’ a Bedè e a sua moglie.

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