Esisteva un tempo un magico folletto di nome Libereso, mangiava solo erbe e verdure, amava ogni pianta e le conosceva tutte, con il loro nome latino. Vi ho già parlato a lungo di lui.

Oggi vi voglio far vedere i suoi acquarelli, spesso li dipingeva quando era in compagnia di altre persone oppure nel suo giardino di via Zeffiro Massa a Sanremo.

I più lo conoscono perché è il protagonista di uno stupefacente racconto di Italo Calvino, Un pomeriggio Adamo, dal quale ho estratto qualche brano qui di seguito. Altri per essere stato allievo a Villa Meridiana di Mario Calvino, l’agronomo sanremese, papà di Italo. Per me è stato un caro amico e una guida.

Scorrete per vedere i suoi simpatici acquerelli. Me li ha inviati Dante Galimberti, presidente del Gruppo Botanico Amici del Verde di Monza, amico di Libereso. Si sono conosciuti durante il restauro di Villa Gernetto.
Libereso ha collaborato al recupero dello strabiliante giardino all’italiana. Si trova a Lesmo, frazione di Gerno, in provincia di Monza e Brianza.

Mi scuso con Dante per averci messo così tanto tempo a pubblicare gli acquarelli, ma il sito – benché sia importante per me e lo aggiorni ogni mercoledì – è un atto di puro volontariato culturale. È la prima volta che lo scrivo, e ne approfitto per ringraziare chi mi segue con continuità. Ogni volta mi stupisco perché siete tantissimi.

Un pomeriggio Adamo di Italo Calvino

Il nuovo giardiniere era un ragazzo coi capelli lunghi, e una crocetta di stoffa in testa per tenerli fermi. Adesso veniva su per il viale con l’innaffiatoio pieno, sporgendo l’altro braccio per bilanciare il carico. Innaffiava le piante di nasturzio, piano piano, come versasse caffelatte: in terra, al piede delle piantine, si dilatava una macchia scura; quando la macchia era grande e molle lui rialzava l’innaffiatoio e passava a un’altra pianta.

Il giardiniere doveva essere un bel mestiere perché si potevano fare tutte le cose con calma. Maria-nunziata lo stava guardando dalla finestra della cucina.

Era un ragazzo già grande, eppure portava ancora i calzoni corti. E quei capelli lunghi che sembrava una ragazza. Smise di risciacquare i piatti e batté sui vetri.

– Ragazzo, – disse.

Il ragazzo-giardiniere alzò la testa, vide Maria-nunziata e sorrise. Anche Maria-nunziata si mise a ridere, per rispondere a lui, e perché non aveva mai visto un ragazzo coi capelli così lunghi e con una crocetta come quella in testa. Allora il ragazzo-giardiniere le fece «vieni-qui» con la mano e
Maria-nunziata continuava a ridere per quel suo modo buffo di fare i gesti, e si mise anche lei a fare gesti per spiegargli che aveva da rigovernare i piatti. Ma il ragazzo- giardiniere le faceva «vieniqui» con una mano e con l’altra indicava i vasi delle dalie. Perché indicava i vasi delle dalie? Maria -nunziata schiuse i vetri e mise la testa fuori.

– Cosa c’è? – disse, e si mise a ridere.

– Di’: vuoi vedere una bella cosa?

– Cos’è?

– Una bella cosa. Vieni a vedere. Presto.

– Dimmi cosa.

– Te la regalo. Ti regalo una bella cosa.

– Ho i piatti da lavare. Poi viene la signora, e non mi trova.

– La vuoi o non la vuoi? Alé, vieni.

– Aspetta lì, – disse Maria-nunziata, e chiuse la finestra. (…)

Italo Calvino nel racconto parla degli acquarelli di Libereso

(…) Alla domenica, – disse Libereso, – vado al bosco con mio fratello e riempiamo due sacchi di pigne. Poi, alla sera, mio padre legge forte dei libri di Eliseo Reclus. Mio padre ha i capelli lunghi fin sulle spalle e la barba fino al petto. E porta i calzoni corti, estate e inverno.

E io faccio dei disegni per la vetrinetta della FAI. E quelli col cilindro sono i finanzieri, quelli col cheppì i generali, e quelli col cappello tondo i preti. Poi ci do i colori all’acquarello. (…)

(La Fai di cui parla Italo Calvino non è la sigla del Fondo Ambiente Italiano, ma della Federazione Anarchica Italiana, a cui tutta la famiglia di Libereso apparteneva)

Gli acquerelli di Libereso

Per chi non sapesse chi era Libereso

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