Libereso, un folletto libertario nel giardino di Mario Calvino, questo è il titolo del mio intervento alla bella manifestazione ‘Forza della Natura’ dedicata a Libereso a Santa Tecla. La mostra e gli eventi, a cura di Claudio Porchia e della famiglia Guglielmi, hanno visto ben 17.000 presenze.

Il giardino di Libereso, un regno incantato

Quando andavi a trovare Libereso nella villetta a due piani dove abitava con la sua famiglia e quella di suo fratello Germinal, tiravi un sospiro di sollievo: entravi in un giardino incantato e il mondo intorno spariva.
Viveva a Sanremo, in via Dante Alighieri. Tutto intorno un mondo ostile, fatto di brutti palazzi,

un sovrapporsi geometrico di parallelepipedi e poliedri, spigoli e lati di case, di qua e di là, tetti, finestre, muri ciechi per servitù contigue con solo i finestrini smerigliati dei gabinetti uno sopra l’altro

per dirla con Italo Calvino. Sì, siamo proprio in uno degli epicentri della “speculazione edilizia“, dove il cemento ha rincorso e sopraffatto la collina, gli ulivi, le specie vegetali, i fiori, le piante da frutto. Sembra di essere nella periferia anonima di una grande città, invece siamo nella cittadina più importante della Riviera dei Fiori.

Mi sentivo come Alice nel Paese delle Meraviglie

Ma il regno dei Guglielmi – non sono miei parenti – che si è fatto spazio tra questi casermoni di cemento è magico. Appena varcato il cancelletto di ferro battuto, ci si trova in un’altra dimensione, un po’ come succede ad Alice nel Paese delle Meraviglie, quando entra nello specchio. Gli odori e i colori dei garofani, anemoni, capperi, rose, geranei, piante tropicali, salici, stordiscono il fortunato visitatore.
Chi non conosceva Libereso, magari un postino appena assunto, non si sarebbe mai aspettato questo piccolo paradiso, una tana verde, nascosto dietro ad un cancello scricchiolante e tanto meno di incontrare un personaggio letterario.

Infatti, Libereso Guglielmi, botanico di fama internazionale o semplice giardiniere come preferiva definirsi lui, è protagonista di un racconto di Italo Calvino, Un pomeriggio, Adamo, uscito nella raccolta Ultimo viene il Corvo, pubblicato da Einaudi nel 1949. Un racconto che, tra l’altro, dà il titolo alla traduzione inglese dei primi racconti di Calvino.

Libereso e il racconto di Italo Calvino

Libereso da adolescente aveva lavorato come giardiniere a Villa Meridiana a Sanremo, nell’Istituto Sperimentale dell’agronomo Mario Calvino, padre di Italo e suo grande maestro. Italo, invece di aiutare papà Mario nella sua professione di agronomo, trascorreva il suo tempo libero osservando le persone che lo circondavano.

Poi prendeva appunti e ci ricamava sopra delle storie. Libereso, infatti, ricordava bene il giorno in cui Floriano, il fratello di Italo, gli fece leggere un manoscritto di nascosto. Si rese subito conto di essere stato spiato dal futuro scrittore mentre cercava di fare amicizia con la cameriera tuttofare Maria-Nunziata, appena assunta in casa Calvino. Un evento ghiotto per uno scrittore alle prime armi.

Maria-Nunziata: ti regalo un rospo e una biscia

Siamo negli anni Trenta: Italo è un ragazzo schivo e solitario, sta spesso da solo nella sua stanza, osserva Sanremo dall’alto oppure tutto quello che succede in giardino. Un tipo come Libereso è già un personaggio, sembra uscito fuori da un racconto, non c’è molto da inventare. Vegetariano e di famiglia anarchica, scorrazza tutto il giorno tra le piante a torso nudo, con ogni sorta di filo d’erba tra i lunghi capelli. Sta imparando cose preziose che gli serviranno nella vita.
Maria-Nunziata è timida anche se è lei ad attaccare bottone per prima, ha paura di essere sgridata dalla severa Eva Calvino, ma Libereso non le dà tregua. Quando non c’è Mario, non riesce a parlare quasi con nessuno. Eva lo sgrida sempre, Italo e Floriano, suo fratello, si fanno i fatti loro, studiano o perdono tempo in giro.

Il corteggiamento di Libereso è un po’ particolare: regala alla giovane apprendista prima un rospo, poi una biscia. Un approccio stravagante, un modo originale per fare conoscenza con una ragazza, soprattutto in quel periodo, ma Libereso è sempre stato così, per tutta la vita, proprio come lo ha descritto Italo Calvino settanta anni fa.

Per Libereso non c’era grande differenza tra umani e animali

Regalare una biscia e un rospo per dare il benvenuto a Maria-Nunziata non è una bricconata, né un dispetto, né una burla, Libereso è serio, per lui gli animali sono importanti come gli umani, non ci sono differenze, sono tutti belli, glielo hanno insegnato i genitori e i nonni, che come lui non mangiano carne. Non commettono nessuna violenza sugli altri viventi, sono anarchici pacifisti.
Un gesto che può essere visto come la volontà di mettere paura a Maria-Nunziata o per farle uno scherzo in realtà è per Libereso il desiderio di mostrare delle cose belle e magiche che appartengono al suo regno, al regno dove vive che è quello delle piante e degli alberi. Un regno dove trascorrerà tutta la sua vita. Un regno che non lo annoierà mai, dove succedono tante cose, un mondo vivo e diverso in ogni stagione.

Libereso, l’erede di papà Mario Calvino

Libereso (1925-2016) si sentiva il vero erede di Mario Calvino, il figlio “adottivo” che ha raccolto gli insegnamenti dell’agronomo. La prima volta che ho intervistato Libereso per Radio Rai, credo sia stata la prima intervista per lui, una delle prime per me – correva la fine degli anni Ottanta, ho ancora la registrazione – mi disse questo: «A Floriano e Italo non interessava il lavoro dei genitori e io facevo quello che Mario avrebbe voluto facessero i figli».

Infatti, non c’era filo d’erba di cui Libereso non conoscesse la storia o essere vivente che non lo riempisse di gioia. Si definiva un primitivo, e quando passeggiava in mezzo alla natura, non resisteva alla tentazione di toccare ramoscelli, cespugli, fiori.

Portava alla bocca ogni cosa e la assaggiava: «Così mi ha insegnato Calvino – mi diceva, per Libereso, Calvino era sempre e solo Mario – non c’è pianta in Riviera che non sia commestibile. Eppure, la maggior parte della gente è costretta a mangiare verdure cresciute in fretta e senza mai vedere il sole».

Se si provava a domandargli qualcosa su qualsivoglia pianta, fiore o albero, una cascata impetuosa di parole dissolveva ogni dubbio. Quando parlava del suo maestro Mario gli si illuminano gli occhi: «Se gli avessero dato retta, il paesaggio della Riviera sarebbe ancora uno dei più belli del mondo», affermava sconsolato.

La famiglia Calvino

Italo Calvino nasce a Cuba nel 1923. Il padre Mario, agronomo sanremese, sta portando avanti delle ricerche sulle piante tropicali dell’isola. Torna a Sanremo due anni dopo la nascita di Italo e diventa direttore della Stazione Sperimentale di floricoltura “Orazio Raimondo”. Nel corso degli anni introduce in Riviera piante provenienti da tutto il mondo.
Anche la madre di Italo, Eva Mameli, è una studiosa di botanica, la prima donna italiana laureata in questa disciplina. Il fratello Floriano, di quattro anni più giovane dello scrittore, prosegue la tradizione scientifica familiare diventando geologo. Italo, così descrive ironicamente la sua scelta di diventare scrittore:

Sono figlio di scienziati: mio padre era un agronomo, mia madre una botanica; entrambi professori universitari. Tra i miei familiari solo gli studi scientifici erano in onore; un mio zio materno era un chimico, professore universitario, sposato a una chimica (anzi ho avuto due zii chimici sposati a due zie chimiche); mio fratello è un geologo, professore universitario. Io sono la pecora nera, l’unico letterato della famiglia.

Il legame di Italo Calvino con Sanremo

Il legame tra Italo Calvino e la Riviera di inizio secolo, come ho scritto più volte, è intenso e contraddittorio quanto lo era il rapporto con il padre agronomo: La strada di San Giovanni è il racconto dove il conflitto con il padre Mario viene prepotentemente alla luce.

Mario Calvino, le mattine d’estate, obbligava i figli ad accompagnarlo nell’orto di proprietà a San Giovanni per portare a casa le ceste di frutta e di verdura. Il giovane Italo, invece, era attratto dalla città, il resto era spazio bianco, senza significati; i segni del futuro – scrive – mi aspettavo di decifrarli laggiù da quelle vie, da quelle luci notturne che non erano solo le vie e le luci della nostra piccola città appartata, ma la città, uno spiraglio di tutte le città possibili”.

Due strade che divergono, si scontrano, inconciliabili per il giovane Italo, ma che, in seguito, quando è adulto, si uniscono e trovano una loro armonia narrativa.

Sanremo si è salvata attraverso la scrittura

Se Italo Calvino trasferendosi prima a Torino, poi a Parigi e Roma, e diventando scrittore, è riuscito a rendere immortale Sanremo, le sue piante e i suoi boschi, a fermare sulla pagina quel paesaggio prima che scomparisse, la capacità di Libereso di trovare soluzioni perché quel territorio potesse essere salvaguardato è stata sottovalutata per tanti anni a Sanremo, tanto che è andato a vivere in Inghilterra dove ha avuto riconoscimenti prestigiosi.

Come se nella sua città natale non fossero in grado di comprendere il valore di una persona come lui: erano tutti in altre faccende affaccendati. Infatti, gli scandali che hanno portato al sacco della città si avvicendavano uno dopo l’altro.

Sanremo è anche la mia città

Sono cresciuta a Sanremo anch’io, Calvino mi ha insegnato ad amare il mio paesaggio originario che non ho mai conosciuto, quello dei miei nonni, dove prosperavano gli aranceti, e i torrenti correvano verso il mare sormontati da ponti a schiena d’asino.

Un paesaggio che ho conosciuto attraverso le parole di Calvino, e le foto d’epoca che mio padre raccoglieva con passione per ricostruire quel mondo scomparso. Erano quasi coetanei Calvino e mio padre, entrambi nati negli Anni Venti, erano lacerati da una ferita profonda. Come lo è stato Libereso.

Si sono visti sottrarre a poco a poco la loro città, il verde, la campagna, e ognuno ha reagito a modo suo: Calvino rendendo immortale quel paesaggio grazie alla letteratura, Libereso cercando di scovare erbe antiche tra un condominio e l’altro, tra una fascia abbandonata e una casa abusiva.

Il Barone Rampante

Ormai quella Sanremo esiste solo sulla pagina scritta, nel bosco di parole del Barone Rampante. Calvino era ben cosciente di questo trauma, ecco cosa scrive nell’introduzione al suo romanzo più noto, parlando di se stesso in terza persona:

Tutto questo paesaggio geografico e ideale appartiene al passato: sappiamo che la Riviera in questo dopoguerra è diventata irriconoscibile per il modo caotico in cui si è riempita di caseggiati urbani. Partendo da un mondo che non esiste più, Italo Calvino regredisce a un mondo mai esistito ma che contenga i nuclei di ciò che è stato e di ciò che avrebbe potuto essere, le allegorie del passato e del presente, le interrogazioni sulla propria esperienza.

Per loro, nati negli anni Venti, la speculazione era un nuovo fenomeno, molti di noi invece ci hanno fatto l’abitudine. E il cemento è sempre lì, pronto a divorare tutto quello che incontra.

Perché Italo ha venduto villa Meridiana?

Libereso era un po’ arrabbiato con Italo Calvino per una cosa molto importante, non gli ha mai perdonato di aver venduto Villa Meridiana, che è poi stata suddivisa in monolocali per turisti. Su questo aveva ragione, ma Italo in questa città così cambiata non si sentiva più a casa sua.

Avrebbe potuto magari regalarla al Comune perché ne facesse un centro di studi botanici, o qualunque altra cosa, ma non è successo. Comunque forse aveva ragione Libereso, spiace molto anche a me. Mi perdoni Italo.

Io da parte mia sono arrabbiata con tutti quegli speculatori che hanno rubato una città così bella e preziosa alla mia generazione e vorrei, anche solo per un attimo, che la macchina del tempo mi trasportasse nella prima metà del Novecento. Un sogno che rimarrà un sogno. Grazie Italo per farmela ritrovare nelle pieghe della tua scrittura, grazie Mario e grazie Libereso per quello che siete riusciti a salvaguardare con il vostro lavoro attento e consapevole.

Il mio saluto a Libereso

Il brano che segue è uscito su mentelocale pochi giorni dopo la sua morte, nel settembre del 2016

Libereso, ti sei volatilizzato insieme ai folletti che ti hanno fatto compagnia tutta la vita. Sei morto da qualche giorno, avevi 91 anni. E contro ogni regola della comunicazione mi sono presa del tempo per scriverti queste cose. Lo so che apprezzeresti, la fretta non ti è mai piaciuta, te la prendevi sempre con calma.

Libereso, amavi tutte le piante e tutti gli animali

Quando eri piccolo, facevi spesso arrabbiare la signora Eva, la mamma di Italo Calvino, perché non sempre le rispondevi immediatamente, quando lavoravi nel suo giardino a villa Meridiana (Sanremo). Ti perdevi tra i fiori, le bisce e gli insetti.

Ti divertivi da morire, correndo a piedi nudi. E volevi regalare ogni cosa che trovavi e che ti piaceva alla cameriera tuttofare Maria-Annunziata, appena arrivata a Sanremo dalla Calabria. Una biscia ad una ragazza, perché no? Tu amavi tutte le piante e tutti gli animali, mai ne hai mangiato uno, come tuo papà e tuo nonno, mai. Una stirpe di anarchici non violenti.

Libereso, eri come Adamo

Questi tuoi maneggi con la giovane cameriera sono poi finiti nel racconto di Italo, Un pomeriggio Adamo, di cui sei l’indiscusso protagonista. Il futuro scrittore ti spiava dalla sua cameretta, osservava tutto quello che combinavi in giardino, prendeva appunti, e tu ti sei trovato su un libro senza saperlo.

Mi hai detto mille volte, anzi lo hai detto al mondo, che negli anni Quaranta sei stato l’allievo preferito di Mario Calvino, agronomo, professore universitario, e padre di Italo. I figli non volevano studiare né agronomia né botanica, non avevano nessuna intenzione di seguire la carriera né materna né paterna.

Italo voleva addirittura diventare uno scrittore. Tempi lontani, ormai siete morti tutti, anche se siete ben presenti nella memoria di tanti.

Libereso, come ricordo il tuo entusiasmo

Libereso, ricordo con affetto la foga con cui parlavi di ogni albero, fiore, cespuglio che cresce nel tuo giardino. E quel magnifico stagno, con le ninfee che galleggiavano gioiose. Un paradiso strozzato tra gli orribili condomini della Speculazione edilizia. Quante volte sono venuta a trovarti, e mi tenevi sempre al corrente delle novità, che per te erano le piante nuove, i nuovi innesti, o qualche scandalo nella nostra città troppo spesso malata.

Ti faceva arrabbiare il malaffare, come a mio padre, un altro Guglielmi, di un anno più giovane di te. La datura che mi hai regalato fiorisce sul terrazzo di mia mamma, però neanche lei si sente troppo bene.

Libereso, c’eri anche tu sulla Strada di san Giovanni

È stato bello quando mi hai aiutato, nel 1995, a preparare la mostra sul paesaggio di Italo Calvino, a Villa Ormond. Mi hai dato del materiale prezioso, testi di Mario Calvino, che ho poi portato in giro per il mondo. Il racconto di Italo, che ho scelto come struttura portante della mia mostra era La Strada di San Giovanni, il percorso che tu, Italo e suo fratello Floriano avete percorso mille volte per aiutare Mario su nella sua campagna.

In quel racconto Italo spiega perché non sopportava alzarsi la mattina alle cinque per andare ad aiutare papà Mario, e poi perché aveva disertato il lavoro del padre, però poi sulla soglia dei quarant’anni lo scrittore si rende conto di essere visceralmente attaccato al paesaggio ligure. Fonte di ogni sua ispirazione.

Mario aveva lottato per salvare il territorio, tutto però era stato inutile, mentre la scrittura di Italo lo ha reso immortale per sempre. Tanti romanzi e racconti sono ambientati proprio qui, a Sanremo, nella Liguria di Ponente, e nel suo immediato entroterra, dal Barone Rampante al Sentiero dei Nidi di Ragno, per citarne due. Un paesaggio di carta, che rimane solo sulla pagina, ma per questo ancora vivo.

Libereso, eri un vero ligure

Ti ho incontrato per la prima volta nel 1989, per un’intervista che sarebbe andata in onda in una trasmissione Rai su Italo Calvino. Ti conoscevano in pochi allora. Poi sei stato al Maurizio Costanzo show e la tua straordinaria esperienza di vita è diventata di pubblico dominio. Eri una persona cara, anche se avevi le tue asperità, un ligure vero.

Grazie a Mario Calvino, conoscevi in latino tutti i nomi delle piante. Per questo ti sei guadagnato uno dei più prestigiosi posti di lavoro in uno splendido giardino in Inghilterra. Lì ha conosciuto la tua amata compagna Sheila, con cui hai avuto due figli, Barry e Tania e poi i nipoti, ai quali eri tanto affezionato. Calvino nel suo racconto, parla anche di tua sorella Omnia e di tuo fratello Germinal.

Libereso ti ricordi quel viaggio insieme?

Migliaia di volte mi hanno chiesto se eri mio papà, stesso cognome, tutti e due di Sanremo, personaggi pubblici, con tanti interessi comuni. Tanti mi chiamavano perché ti mettessi in contatto con loro. Quando siamo andati insieme in Veneto, per un convegno, dove eravamo stati invitati entrambi, anche lì ci fu l’equivoco, non so se per colpa degli organizzatori o dell’albergo, ci avevano assegnato una sola stanza.

Che buffo! Fu difficile rimediare, ma poi ce l’abbiamo fatta. Già portavi il bastone e zoppicavi. In treno al ritorno abbiamo incontrato una parente di Floriano, il fratello di Italo, quelle combinazioni che la vita ti regala.

Libreso eri un’icona

Eri un’icona con la tua barba lunga, i tuoi occhi vivaci, la tua logorrea che si era un po’ affievolita negli ultimi anni. L’ultima volta che ti ho visto era per il tuo compleanno, eri circondato dall’amore della famiglia e degli amici. Però eri stanco, tanto stanco.

91 anni un bel traguardo, Italo di due anni più vecchio di te ci ha lasciato nel 1985. Una vita fa. Sembravi anche un po’ deluso negli ultimi tempi perché l’avanzare degli anni non ti permetteva più di girare per il mondo, di andare nelle scuole a insegnare ai bambini com’è bello mettere le mani nella terra e mangiare piante e fiori, sono quasi tutti commestibili, e davi l’esempio. Per i benpensanti magari eri un selvaggio, ma per i giusti solo un saggio.

Libereso, ve ne siate andati via tutti

Appartenevi a quel genere di persone che solo a vederle mettono di buon umore. Il tuo entusiasmo era contagioso. Ormai ve ne siete andati via tutti, Francesco Biamonti, Nico Orengo, Ivan Arnaldi, mi avete dato tutti tante cose, oltre la vostra amicizia. Mi avete fatto capire quanto è importante salvaguardare il nostro delicato territorio. Questo faccio, con il mio lavoro, la mia scrittura.

Mi chiedevano spesso se eri mio padre, e me l’hanno chiesto anche nell’occasione della tua morte, un po’ lo sei anche stato. Ciao folletto.

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