In occasione del mio anniversario di matrimonio, voglio pubblicare il discorso che ha fatto Bruno Morchio, mio testimone di nozze, quando ci siamo sposati. Correva l’anno 2013, era il tre agosto.

Da un po’ sul sito mischio pubblico e privato, può sembrare un comportamento egocentrico o per lo meno poco discreto. Però credo sia importante confrontarsi sulle diverse forme di vita. E vedere nella scrittura anche una missione.

Nel frattempo anche Bruno si è sposato, con Arianna. Li ho uniti in matrimonio a dicembre del 2017, indossando la fascia tricolore. Nella foto siamo tutti e quattro a spasso nell’entroterra.

Con questo post vi auguro buona estate, non troverete post nuovi per un po’ ma sicuramente ce ne sono tanti che non avete ancora letto, vi consiglio di frugare tra le pagine web. Ci rivediamo a settembre con importanti novità. Buona estate a tutti. Ci meritiamo un po’ di pace, è stata e sarà dura. Auguri di cuore a tutti e a tutte.

Il profondo significato di un matrimonio-3 agosto 2013

“Questo matrimonio non s’ha da fare” è una delle frasi più celebri della letteratura italiana.

È anche la filosofia a cui si sono attenuti per 25 anni questi due amici che, così facendo, sono pervenuti alle nozze d’argento senza accorgersene.

Colgo l’occasione del loro matrimonio, al quale sono stato invitato con l’impegnativo ruolo di testimone, per fare due riflessioni su questo evento.

Essendo io classificato da Wikipedia come psicoterapeuta e scrittore di noir non posso che partire da una domanda: qual è la motivazione profonda,  il movente, di questa scelta?

Si tratta di un uomo e una donna che svolgono attività di alto profilo intellettuale, e pertanto siamo tenuti a pensare che questo passo sia il frutto di un’elaborazione alta e, forse, anche sofferta. Senza dubbio, lunga. Insomma, non il classico colpo di testa.

C’è chi si sposa per scappare di casa. Loro si sposano per restarci tutta la vita.

Sono uniti da un legame così tenace che non ha avuto bisogno di sanzioni civili o religiose per reggere all’usura del tempo.

Non hanno figli, e dunque non ci sono collanti esterni ai loro cuori e alle loro menti a tenerli insieme. Credo ci sia un mutuo sulla casa, che è pur sempre un vincolo, ma nessuno di loro lo considera il movente di questo matrimonio.

Vivono in Italia, un paese di legislazione vaticana che non riconosce diritti e doveri reciproci nelle coppie al di fuori del matrimonio. Questo rappresenta, varcata l’età di mezzo, una sirena un po’ sinistra ma anche un suggerimento saggio e prudente per risolversi a far entrare lo Stato nel loro ménage.

Perché loro, che sono appunto intellettuali e artisti, non possono non sapere che se nel matrimonio religioso si va a letto in tre (con l’Onnipotente che sovrintende a quel che va e non va fatto), in quello civile a letto ci si porta lo stato laico, con il suo ingombrante bagaglio di leggi, decreti e commi, incarnato dal tricolore, dal ritratto del Presidente bis e, per quanto allergici possano essere, dall’uniforme della Benemerita. Ecco una delle ragioni per cui le coppie, dopo qualche anno di matrimonio, smettono di fare sesso.

Dunque questi intellettuali anarchici, trasgressivi e rivoluzionari da oggi si porteranno a letto la divisa di un carabiniere. 

Mi domando se Laura abbia messo in conto, lei che gira il mondo, che negli alberghi si sentirà dire: «Buona notte, signora Viel», e se Cesare è pronto a rispondere a domande tipo: «Dove porterà quest’anno in vacanza la sua signora?» 

Tutte cose che, per due come loro, suonano alquanto improbabili.

Qualcuno potrebbe dire che il movente è l’amore. Hanno deciso di mettere la loro unione in mano a un terzo perché si amano a tal punto che potrebbero anche giocarsela al Casinò, tanto si sentono sicuri di vincere.

Qualcun altro che si sposano perché vogliono rinverdire il giardino e ricominciare da capo. In fondo è un po’ aprire una nuova stagione, scoprire una seconda giovinezza. C’è chi a una certa età si fa il lifting, chi si fa un’amante di vent’anni più giovane. Loro si sposano.

Per la verità io sospettavo che questo momento potesse arrivare. È stato quando entrambi, accaniti fumatori, si sono convertiti alla sigaretta elettronica. Ho capito che un equilibrio stava rompendosi e mi sono chiesto cosa ne potesse sortire. Avevo immaginato che Cesare partisse per l’Australia dove impiantare colossali installazioni nel deserto, tra ornitorinchi e canguri. E  che Laura, dopo avere litigato con i Musso, si trasferisse a New York per aprire un web-magazine di grande successo, Localmind, oppure a Berlino, che ama molto, dove potrebbe dare sfogo fino in fondo alla sua passione per la bicicletta.

Per due come loro passare alla sigaretta elettronica ha rappresentato un  giro di boa, una svolta epocale. Non proprio dal cavallo al vapore, ma insomma: dal tabacco al vapore.

E infatti il vapore è probabilmente la chiave che ci aiuta a trovare il movente di questa scelta che ci ha lietamente sorpresi, ma anche leggermente destabilizzati.

Il tabacco è buono ma fa male, come la cioccolata, l’alcol e un’infinità di altre cose. È la metafora di una certa concezione dell’esistenza. Il vapore sembra rientrare nel ciclo perenne della natura: crea le nuvole e la pioggia che rialimenta i grandi bacini del pianeta. Il tabacco è figlio della nicotina, cioè una droga, il vapore dell’acqua. 

Questo matrimonio s’ha da fare, dunque, perché risponde all’impegno di entrambi di mettersi in sintonia con l’ancestrale ritmo della natura. Non per niente hanno deciso di andare in viaggio di nozze in India, la terra del Buddha.

Si sposano perché sono stufi di farsi garanti, ciascuno in prima persona, della difficoltà di vivere, di custodire il bene prezioso di una relazione d’amore, di lottare con il presente per strappare qualcosa al futuro. Sono stufi di faticare. Hanno deciso che ci voleva un terzo al quale affidare un pezzo di responsabilità. Essendo forse atei, forse agnostici o panteisti, non potevano rivolgersi alla chiesa; essendo colti non potevano andare da una chiromante.

Così hanno deciso di rivolgersi a quello che rimaneva, l’entità più inaffidabile che si possa immaginare: lo Stato italiano. 

Che, comunque, è sempre meglio che niente.

Tanti auguri, amici cari.

Bruno

Sul sito ho già raccontato un altro matrimonio, quello tra Carla Peirolero e ed Enrico Campanati

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