Sono passati venti lunghi anni dal G8 di Genova, un evento tragico che ha cambiato per sempre una città e tagliato le gambe a una generazione. In quei giorni ero a capo della neonata redazione di mentelocale. Mentre i colleghi erano in giro per raccontare quello che succedeva, per meglio coordinarli scelsi di lavorare dall’ufficio stampa del Porto Antico, invece che in redazione a palazzo Ducale. E qui ne racconto.

Se vuoi, leggi anche una narrazione sul labirinto della zona rossa vista dall’interno.

G8 di Genova, primo giorno di summit

Zona Rossa sbarrata anche per i giornalisti, ma poi da via Adua si passa. Gli otto grandi si incontrano. Mentre Genova è assediata

G8 di Genova – Venerdì 20 luglio 2001
Ore 14
È appena atterrato Bush. Scontri in tutta la città.

Da casa mia, nel centro storico, alle Vigne, cerco di raggiungere i Magazzini del Cotone, luogo d’incontro della stampa di tutto il mondo.

Dal varco di Piazza Bianchi non si passa: sbarrato per tutti, giornalisti compresi. Un tedesco insiste. La sua collega è di là in zona rossa e stanno cercando di darsi un appuntamento telefonico.

“Non si può ora, i manifestanti ci stanno attaccando in tutta la città e, per ordini superiori, non possiamo far passare nessuno”, spiega il poliziotto, “Provate dal varco di Fossatello“. Niente da fare neanche lì. E allora su per via Pré per raggiungere via Adua. Nei vicoli deserti di nuovo la troupe giapponese. Hanno tutti un’espressione stupita.

Il giornalista tedesco ha un look troppo elegante per l’occasione e infatti prima di arrivare in via Adua si becca un fuck off da un ragazzo inglese. Indossa calzoncini rossi con una falce e martello gialla. Un dimostrante solitario.

Schieramento di polizia da far paura, ma alla fine, dopo il controllo del pass e delle borse, lasciano passare. Il bus navetta porta fino a piazza Cavour: una volta tanto non si deve timbrare il biglietto.

Lungo via Gramsci pattuglie di polizia e blindati fermi all’imboccatura di tutti i vicoli. In assetto da guerra. Per entrare al Porto Antico, ulteriori controlli, il pass, i documenti, la borsa. La piazza sul mare, con il suo vestito nuovo, le palme che toccano il cielo e le panchine appena sfornate, è vuota. Come la sfera di Renzo Piano, pronta per la festa.

Prima di arrivare ai Magazzini del Cotone, un altro controllo: borsa sotto al metal detector. È appena arrivata una delegazione. Saranno una quarantina e trascinano le valigie. Tutti in fila che oggi non si scherza.

La strada che costeggia i Magazzini del Cotone è più popolata. Un po’ di gente dentro al bunker. La passeggiata serale dei cittadini genovesi è una cittadella assediata.

In cima ai Magazzini, di fronte ai container del porto, le televisioni di mezzo mondo. Un giornalista giapponese – di nuovo – si sta aggiustando la cravatta prima di andare in onda, una tedesca si dà gli ultimi colpi di spazzola. Sullo sfondo la nave European Vision che ospiterà i Grandi, meno il Presidente degli Stati Uniti.

Si svolta l’angolo è c’è il quartiere della Rai: una planimetria indica le postazioni. Uno spazio imponente. Di fronte all’ingresso della Sala Stampa, Enrico Mentana sta scherzando con un amico: “Ho visto dei pulmini scaricare un sacco di facce note. Per il G8 tutti vogliono fare gli inviati: è considerato prestigioso. E poi per fare che? Per parlare solo di scontri. Siamo tutti qui e del summit si parlerà molto poco”.

Ore 15,20

Alla televisione, in sala stampa, lo schermo restituisce le immagini dei grandi che si stanno incontrando nella sala del maggior Consiglio. Un luogo così familiare per i genovesi, che ora sembra appartenere a un altro mondo.

Arriva Prodi in ritardo, tanto lui è il G9. Ha avuto dei problemi con l’aereo. Ci sono quasi tutti e chiacchierano tra di loro. Berlusconi cerca di sorridere, ma è visibilmente preoccupato. Abbozza un sorriso ma poi si incupisce. Per lui è un banco di prova non da poco, e c’è Genova assediata. L’obiettivo di alcuni manifestanti è entare nella zona rossa a tutti i costi.

I giornalisti, nelle loro postazioni, seguono tutti Primo Canale che ha telecamere appostate in diverse zone della città: un successone per l’emittente ligure. Tutti a seguire gli scontri in diretta. Qualche hostess impaurita: “Speriamo che non arrivino fino a qui, se no vuol dire che sarà una vera guerra”. In realtà, in sala stampa, è tutto tranquillo: è tornato il sole e il porto luccica di supernavi da crociera.

Un gruppo di giornalisti, arrivato da Roma in aereo, è bloccato ai margini della zona rossa. Non hanno il pass, lo devono ritirare al Teatro della Corte, vicino a Brignole, proprio dove c’è la guerriglia. Dopo un po’ riescono a entrare. Per l’accredito stampa non è stato certo scelto il posto più facile da raggiungere.

Mentre scrivo, si ferma di nuovo la troupe giapponese. Mi fanno vedere la foto del loro premier e mi chiedono se lo conosco e cosa ne penso. Rispondo in inglese. Poi fanno un’altra domanda e li assecondo. Mi chiedono il nome e scoprono che sono italiana. Ci rimangono male. Chiedo perché. Pensavano fossi canadese.

Guardo il tavolo su cui sto scrivendo e vedo un adesivo con la bandiera del Canadà. Tanto per ora posso rispondere a tutte le interviste impossibili: i varchi per la zona gialla sono tutti bloccati e non si può uscire.

Ore 19,30

Allarme bomba in sala stampa, vicino al quartier generale dei miei amici giapponesi. La situazione ora non è più così tranquilla: fanno uscire tutti i giornalisti. Arriva la polizia, tensione. Alle otto, dopo una radiografia, si scopre che è una semplice borsa piena di carta. È da poco arrivata la notizia di un ragazzo spagnolo che è stato massacrato: c’è chi da la colpa alla polizia, chi ai manifestanti. Una giornata che non finisce più.

A domani


Per chi volesse seguire gli eventi sul G8 di Genova vent’anni dopo, qui le info. Sempre dal Fatto Quotidiano ho preso la foto in apertura.

Leggete il libro di Giovanni Mari, appena uscito, Genova, vent’anni dopo. Il G8 del 2001, storia di un fallimento

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