Prima di pubblicare questo racconto su Genova ai tempi del G8 occorre fare una premessa. Sono passati vent’anni e ne vale la pena. Molto di voi in quegli anni si stavano accorgendo che esisteva un nuovo mezzo di comunicazione, che l’informazione era possibile trovarla anche sul web.

Ebbene in quegli anni, oltre che scrivere assiduamente sul Secolo XIX, ero alla testa della neonata redazione di mentelocale, dove ho lavorato fino al 2017. Siamo stati uno dei pochi mezzi di informazione digitale a parlare in dettaglio del G8 di Genova. Ho recuperato qualche homepage di quegli anni, un po’ nostalgiche (vedi in fondo all’articolo). Purtroppo rimangono poche tracce, se non nella memoria di chi ci leggeva.

Come cimelio, anche un libro, edito dai Frilli e recensito da Raffaella Grassi sul Secolo XIX, e anche da Donald Datti, su mentelocale. Tra quelle righe, si può ritrovare lo spirito di allora. C’era anche una voce su wikipedia, poi sparita.

Qui anche racconto qualcosa, ma prima o poi vorrei scrivere qualcosa di più sostenuto su quell’esperienza, me lo hanno chiesto in molti. Chissà se ne avrò mai tempo.

Insieme a me in quei tragici momenti del G8 vissuti dalla città di Genova, Donald Datti, Giulio Nepi, Daniela Carucci, Francesco Tomasinelli, Laura Santini e tanti altri. Nei mesi precedenti: Fabrizio Casalino, Matteo Jade, Alberto Rigoni e Roberto Franco avevano fatto un ottimo lavoro prima del summit. Avevamo la redazione a Palazzo Ducale, dove gli otto grandi si sono incontrati, ma scegliemmo di lavorare altrove.

Mi ricordo come fosse oggi la faccia sconvolta di Donald quando è tornato dalla manifestazione e dagli scontri in corso Gastaldi o di Giulio, a poche ore dal linciaggio alla scuola Diaz. Le loro foto, i loro bellissimi articoli.

Dei giorni precedenti al summit ricordo poca gente in giro, tanti poliziotti e qualche giornalista, severi controlli ai varchi. Un tensione che si tagliava con il coltello.

Buona lettura.

G8 Genova – Mercoledì 18 luglio 2001

“Mai vista così poca gente neanche quando rientro alle sei di mattina”, questo il commento che mi accoglie appena uscita da casa. È un uomo che sta camminando per via delle Vigne insieme a un amico.

“Cosa devo fare per andare in Salita Pollaiuoli?”, rimbrotta un anziano in piazza dei Greci. Il giro del mondo, verrebbe da rispondergli.

G8 Genova, la zona gialla e la zona rossa, 16.30 di un pomeriggio un po’ speciale. Entro dal tabaccaio in vico alla Chiesa delle Vigne: “È la seconda cliente in un’ora. Mi hanno obbligato a tenere aperto fino a venerdì”.

Sbuco in Piazza Campetto, finalmente senza auto. Peccato non ci siano neanche persone. Entro all’Upim per comprare un taccuino. I commessi del secondo piano stanno riordinando gli scaffali, tengono aperto fino a giovedì. Alla cassa due persone. Fuori comincia a piovere. Cielo pumbleo in una città sinistra.

È aperto il supermercato e anche il negozio per gli animali: “È la ventesima persona della giornata, ho battuto 19 scontrini. Io non chiudo, gli animali devono pur mangiare, no? ”.

Inforco il vicolo per piazza San Matteo: mi attende il primo varco per la zona rossa. Ecco le reti metalliche. Un poliziotto sta parlando con un noto filosofo che abita nei vicoli: “Ha ragione, ma sa, ci hanno fatto vedere quello che è successo per il G7 a Napoli e quindi ci stiamo tutelando”. “È un sopruso alla mia libertà di movimento. Avete creato un grande spettacolo mediatico che nessuno potrà vedere”, insiste il mio conoscente.

Proseguo e arrivo al varco, mostro il pass, non basta, mostro il tesserino da giornalista non basta, mostro la carta d’identità e non basta. “C’è scritto 961 e non 1961”, mi dice un giovane poliziotto, “Dica al suo comune che non si deve scrivere così. Lei non ha mica più di mille anni”. “Mi piacerebbe averli”, che altro rispondere? Il mio comune è quello di Genova, quello in cui state operando e di cui siete ospiti mio caro poliziotto. Mi lasciano passare con i miei quarant’anni che adesso mi sembrano pochi in confronto all’eternità.

Eccola piazza De Ferrari, lassù in cima, la piazza del Ducale, il palazzo che ospiterà gli otto grandi. Mi fermano i carabinieri e dico loro che ho appena mostrato i documenti più in basso. Gli basta. Il Bar dell’Accademia è aperto. La fontana nuova di zecca schizza acqua dappertutto. Un elicottero romba sulle nostre teste: si ferma quasi come se si stesse mettendo in posa: una troupe giapponese lo sta riprendendo. Una folta schiera di poliziotti a naso insù.

Imbocco via Venti Settembre, semideserta. Giornalisti e forze dell’ordine, qualche residente. Mi passa affianco Mariolina Sattanino. Non le chiedo niente: è già stata intervistata più volte dai media locali. Ha opinioni su tutto.

Il Caffè Tubino è aperto, anche Cabib con i suoi tappeti orientali e Bruno Magli. A sinistra intravedo il varco di Sofia Lomellini. Smetto di prendere appunti, mi sembra di infastidire la polizia. Tanti blindati posteggiati sotto il Ponte Monumentale. E tantissimi ragazzi in divisa. Dov’è un varco? Laggiù in fondo a via Venti Settembre c’è quello per le auto. Voglio uscire dalla zona rossa, non ne posso più.

Ecco il varco di via Maragliano, fatemi uscire!

Esco, ce l’ho fatta. Ritorno indietro attraverso la galleria Colombo. Tanto non ci sono macchine e l’aria è respirabile. Sbuco in piazza Dante. Stanno ancora saldando le reti metalliche. L’ingresso per porta Soprana è bloccato, non me lo aspettavo. Devo rientrare dal varco. Ci provo. Mi fermano: “Questo ingresso è riservato alle forze dell’ordine”.

Incontro un amico in bicicletta che mi chiede: “Come faccio ad andare dall’altra parte?”. Ha un’aria smarrita. Strano perché è una persona molto informata. Forse è l’aria che tira oggi che ci confonde tutti. “Devi scendere fino a via Brigate Liguria e poi risalire per via Serra”, gli rispondo.

Decido di passare per via Madre di Dio, deserta più che mai, risalgo per le scale, scendo da un vicolo e sono in piazza Sarzano. Un gruppo di signore anziane sta discutendo animatamente: “Lì c’è un passaggio coperto con il cartongesso, chiunque lo può tirare giù e arrivare al Ducale”. “Zitta, barricadera”, gli risponde un’amica. Scoppiano a ridere.

“Per andare verso il Porto Antico cosa devo fare?”, domando. Mi rispondono in cinque, sono tutte informate. Scendo per stradone Sant’Agostino, è aperta la creperie. Arrivo fino dal giornalaio all’angolo di via San Bernardo, hanno finito il Secolo XIX, c’è la Stampa. Risalgo fino al varco di Salita Pollaiuoli e dallo spioncino intravedo il Ducale. Non entro da lì, anche perché non si può: è tutto sbarrato. Scendo per i vicoli della zona gialla. Arriverò al Porto Antico fra breve: ma un altro varco per rientrare nella zona rossa mi attende.

Siamo intrappolati in un labirinto, da dove è difficile uscire, ma anche rientrare. Se ci sei dentro, non vedi l’ora di scapparne fuori. Spero di non incontrare il Minotauro. Intravedo severi guai nei prossimi giorni.

A domani

Alcune homepage del 2001 recuperate dall’oblio grazie a web archive.

Questa homepage è dei primissimi mesi

Vuoi leggere altri miei post? Naviga sul mio blog!

Se vuoi scrivermi qualcosa, contattami pure

Per seguire il mio blog, se vuoi iscriviti al mio gruppo su Facebook

I commenti sono disabilitati