Questo diario di viaggio è stato pubblicato nel 1995, su una rivista.

Perché tirare fuori dalla polvere del tempo questi vecchi appunti? C’è un tracciato che sento di dover portare alla luce, anche per i miei studenti. Ci sono tante espressioni desuete, nella parte che riguarda gli anni Ottanta, anche parole non politically correct, che allora mai si sarebbe pensato di non dover – giustamente – più usare.

Poi c’è il percorso di una ragazza, che per ben dieci anni – dai 17 ai 27 anni – ha viaggiato senza sosta, accumulando esperienze preziose. E acquistando una discreta forza interiore e un certo equilibrio.

Vorrei ricordare una cosa, anche per i miei coetanei che se ne fossero dimenticati. In quegli anni lontani, ovunque in Europa facevi amicizia in pochi minuti. Era facile fare l’autostop, così come essere ospitati in casa di ragazzi e ragazze appena conosciuti e sedersi tutti insieme a tavola, condividendo il cibo. Il mondo era più aperto e solidale. Si aveva meno paure. Oggi ci si difende un po’ tutti, L’autostop non esiste più e molti che l’hanno fatto quasi si vergognano a ricordarlo.

Oggi però ci sono nuovi straordinari aspetti. I miei e le mie studenti, la maggior parte intorno ai 22-23 anni, aprono dei blog che intitolano Le argonaute o La Torre di Babele. Trattano argomenti che riguardano l’Africa o l’Asia con disinvoltura, qualcuno-a di loro proviene da quei continenti.

Oggi più che mai con la pandemia sentono come il mondo tutto sia casa loro. Allora non era così. Le ragazze italiane che viaggiavano da sole erano rare, non ne ho mai incontrata una. Le mie compagne di strada erano tedesche, olandesi, scandinave, australiane e nordamericane.

C’è tanta ingenuità in questo testo che state per leggere, soprattutto nel primo viaggio a New York. Anche il fatto di vedere il diavolo ovunque in quella nazione così potente.

Con Pi, partimmo in autostop da Sanremo per prendere l’aereo a Lussemburgo. Di nascosto dai miei naturalmente, che mi avevano regalato quel viaggio per la maturità.

Descrivo una casa di un trentenne che ci ha ospitato a Reims. In quegli anni mi saltava sempre agli occhi come al Nord Europa le case fossero più trasandate e sporche. Poi ho capito però che lo spazio collettivo lo rispettavano molto più di noi, che in alcune regioni abbiamo ancora oggi le spiagge e le strade zeppe di spazzatura. Che cosa è meglio? La mia risposta io ce l’ho.

Da Miami abbiamo poi preso un volo per la Giamaica, di cui non parlo nel testo, forse ho perso gli appunti oppure stavo troppo bene per scrivere. Parlo di spinelli, ma io non fumavo non perché fossi contro, ma perché mi faceva precipitare la pressione.

Usavo ancora i punti e virgola. Non me ne vogliano i miei studenti, perché come insegno loro li ho banditi così come i punti esclamativi. Non vanno bene per la scrittura web.

C’è anche della finzione nel testo, anche se nella sostanza sono io. È bello scendere a patti con la ragazza che sei stata.

Buona lettura!


Giulia ha 19 anni

8 agosto 1980, Zurigo, ore 13

Partiti da Sanremo, destinazione aeroporto di Lussemburgo.

Abbiamo appena provocato un incidente facendo autostop. Si è fermata una Cinquecento, che è stata tamponata lievemente da una Ford, poi un furgone, e una corriera di spagnoli. Un incidente internazionale senza nessun ferito.

Sono al commissariato, gli spagnoli urlano come matti perché stanno perdendo tempo. La polizia stradale mi ha sgridato in una lingua incomprensibile. Ho dovuto sborsare ottanta franchi svizzeri di multa. Dopodomani: giornata del grande volo. Il salto nel vuoto, l’America.

Tutti quelli che ci hanno caricato ieri parlano di Bologna. Quella bomba ha fracassato le menti, frantumato i cervelli.

ore 21, Reims, notte

Alla fine, ci ha caricato una coppia dolcissima con un mazzo di fiori sul sedile posteriore. Ci hanno raccontato delle rivolte universitarie svizzere, estirpandoci da Zurigo dove credevamo di dover mettere le radici. Più viaggio, più mi accorgo che siamo in tanti noi che ci proviamo.

L’ultima persona che ci ha dato un passaggio ci ha poi invitato a dormire a casa sua. Ora siamo tra queste quattro mura circondati da una baraonda di oggetti. Un contrasto netto con il monotono ordine svizzero. Sonno, fame e gli occhi zeppi di verde. Pietro (di seguito Pi) legge Charlie-Hebdo. Negli anni Ottanta scoppierà qualcosa di grande, mi ha detto. Per il momento, scoppiano solo bombe nelle stazioni.

Reims, 9 agosto 1980, mattina

Pi dorme. Dovevamo svegliarci alle 10, e sono già le 11. Questa stanza sembra piena di pidocchi. Qualcuno sta suonando il pianoforte. La luce entra dall’abbaino e inonda la stanza. Vorrei farmi una bella doccia. Pi dorme.

Tra un bacio e l’altro, una pacca e l’altra, Pi si è svegliato. Sono al piano di sotto. Tappeto blu, tappezzeria a scacchi, camino strapieno di rumenta, una chitarra che galleggia sul divano lilla.

Il padrone di casa si nasconde dietro al giornale perché Pi è in bagno e si intimidisce a stare da solo con me. Il disco gira e mi pare di capire “Puten la tua, pover la mua”.

Lussemburgo, 9 agosto, sera

Sfrecciati via da Reims in un baleno, arrivati a Metz in un attimo, tre ore per fare gli ultimi tredici chilometri. Pi non è ancora lui: lo sarà mai? Non ha importanza.
Fuori stanno sfrecciando centinaia di macchine. Stasera ci ospitano due italiani. Questa casa è grande davvero. Pi sta scrivendo, i due napoletani sono in cucina e io penso a Sandro (di seguito Esse). Forse mi manca il suo sorriso? i suoi lunghi capelli neri? La mia mente scorre le immagini dei nostri momenti. Ma non rincorre nessuno, né lui, né le mie amiche chiatte: sta rincorrendo New York, The Worst city in the world. Domani alle 14.30: via, si parte.
Chissà dove incontreremo il nostro terzo compagno di viaggio che ha preso il treno, il professur. All’imbarco, credo.

10 agosto, New York, 1.30 di notte. 7.30 – mattino – nella vecchia Europa

Stamattina sveglia, salutiamo i napoletani e via veloci. Il solito scambio di indirizzi tanto non ci rivedremo mai più. Perché scrivo queste cose?
Interno di albergo newyorchese. Una piccola stanza del Linox Hotel. Una giornata interminabile. Francesco (di seguito Effe) e Pi sono incollati al televisore. Effe sta flippando per l’odore che gli ricorda l’India, è po’ fobico.

New York, la leggi, la vedi al cinema, ma quando ci sei è tutto diverso. Luci, puzza, solitudine, puttane, pusher, Rustamen, primo spinello d’erba americana comprato in una traversa di Broadway.

Polizia everywhere, taxi sgangherati come in Marocco, negozi, pubblicità, rumori, complessi che suonano agli angoli delle strade, saxofonisti, cantanti; Pi, Effe e io.

Grattacieli che alterano la percezione delle misure. Broadway è tutta un’insegna, le luci pubblicitarie ti fanno scoppiare il cervello. Tutto questo per sole otto ore di aereo. Lo specchio che ho di fronte riflette il quadro di Manhattan appeso sopra la mia testa. Che sballo: di notte in taxi sul ponte di Brooklyn con questi grattacieli illuminati: New York esisti veramente.

11 agosto. 1.30 di notte, sette e trenta di pomeriggio nella vecchia Europa

New York è asfissiante. Persone e strade, solo dei numeri. Sono migliaia i folli che si trascinano ai piedi di queste montagne di cemento armato. In troppi non vorrebbero essere nati. Sono seduta sullo zaino in attesa del Greyhound per Miami. Pi scrive, Effe si sta sbattendo a destra e a sinistra.

Centinaia di persone schizzano in tutte le direzioni. Stravaccato di fronte a me un mulatto trasandato sulla cinquantina lecca da mezzora un mozzicone di sigaretta. Alla mia destra, un vecchio con gli abiti luridi guarda stupito la mia ostinazione a scrivere e mastica nervosamente un sigaro appena acceso. Sembra non abbia fatto altro per tutta la vita.

Alla mia sinistra, l’entrata alla sala corse: centinaia di persone di tutte le razze si accaniscono ai tavoli. È appena passato affianco a me un individuo, che mi ha sputato sul piede e si è allontanato incurante.

Barboni accovacciati agli angoli delle strade si mimetizzano tra i sacchetti dei rifiuti. I racconti di Bukowski qui sembrano favole per bambini.

Qualche passante sembra chiedersi se troverà mai un eden da qualche parte. Sto fumando una sigaretta dietro l’altra.

12 agosto, Florida; going to Miami

Pi è seduto vicino a me; Effe è sul sedile davanti. Siamo circondati da farmer americani e da donne negre. Schizzati via da N.Y. ieri, stiamo viaggiando sul Greyhound di Kerouac (20 anni dopo!)
New Jersey, Columbia, Virginia, Jacksonville. Spero che il pullman, un vero bestione da rodeo, si fermi. Ho voglia di sgranchirmi le gambe.

Greyhound, ore 13

Stiamo sfrecciando sull’autostrada priva di curve. La vegetazione si sta trasformando. Prima qualche timida palma cercava di farsi largo a gomitate tra i pini. Ora le palme sono dappertutto. La Florida, sogno americano anche per gli americani, ci accoglie con delle nuvolacce, che minacciano chissà quali tempeste. Pi sbadiglia di continuo e Effe dorme.

200 miles to Miami. Ore 15, Fort Pierce

NY è alle nostre spalle di centinaia di miglia e la folta vegetazione tropicale sembra essere di buon auspicio.

Ore 19 Miami, in partenza per Fort Lauderdale

Pi polemizza di continuo; non ce la faccio più. È noioso.

13 agosto, Fort Lauderdale

Florida. Gran bella giornata oggi! Non solo perché abbiamo visto Emme (Marco) ma anche perché era un casino bello viaggiare su una macchina affittata senza patente, con il rock sparato a mille, seguendo con lo sguardo l’intrico delle autostrade ruggenti a dieci corsie. Sembra di essere in un film. La televisione è presente ovunque, addirittura in ogni camera d’albergo. Da qui si capiscono un sacco di cose sull’European way of life! Ogni tanto penso a Esse, ma non mi manca.

Giulia ha 25 anni

Limerick, Irlanda, 27/7/1986

È scuro fuori. Piove. Qua l’estate non esiste. Strano paese all’estremo limite. In giro da sola, Dublino alle spalle. Mi sento come quest’isola avvolta da un secolare torpore, da cui non riesce a liberarsi. Vincoli atavici ancora presenti. Clifton, Ballina, Sligo, Donegal da Killybegs a Gleoncolumbkille, Derry, Portrush, Giant’s Causeway.

7/8/86


Mi sento ancorata come queste rocce alla montagna, come questa gente alla sua terra. È piena di tombe l’Irlanda. Terra oppressa dove mi sento libera di sentirmi legata. Everything can be loughable at in holiday! Poor American boy, where are you now? I could have given you my address, but I didn’t. I was scared of something, wasn’t I?

9/8/86, Belfast

Ho visto l’inferno stasera. Quanta armonia c’è nelle tenebre. Centro di Belfast: elegante come qualsiasi altra cittadina britannica. A parte i cancelli che sbarrano l’entrata alle auto e ai pedoni, con i soldati che sorvegliano attenti. Alla fine di King’s Street l’Europa affonda; svoltato l’angolo c’è l’inferno.
Una barricata di fuoco in fondo alla strada, un brivido mi afferra la schiena. La gente cammina tranquilla, proseguo rassicurata. Uno, due, tre, quattro, cinque, sei, poi sette, otto, nove blindati che sembrano carri armati, sfrecciano ordinati sulla strada. Vorrei scappare, sono sola, ma qualcosa mi attira verso l’inferno.

Mi sto addentrando nel quartiere cattolico/irlandese di Belfast. Raggiungo la lingua di fuoco, la barricata incendiata è sorvegliata da una decina di bambini. Mi chiamano, mi chiedono di dove sono, forse francese? No, italiana. Vuoi fare una foto al nostro fuoco? Dico sì, ma posso? Certo, grazie. Scatto due foto, ritornano i soldati e i bambini scappano.

Per le strade di Belfast

Cammino facendo finta di niente, sono italiana d’altronde. I miei capelli scuri lo testimoniano. I soldati passano, guardano il fuoco e se ne vanno. I ragazzini ritornano, mi avvicino di nuovo impaurita, rispuntano i soldati, capisco che non è aria e me ne vado via definitivamente.

Riprendo a camminare e mi addentro sempre più nell’occhio del ciclone. Le case, gli edifici sono circondati da filo spinato. In fondo alla strada c’è un uomo che gesticola. Mi sembra che stia avvertendo la gente di non proseguire.
Due ragazzi mi vedono fare dietro front e mi rassicurano: è soltanto un ubriaco. Sono suggestionata. Mai visto un quartiere più squallido, condomini lager. Ogni tanto una scritta pro Ira.

C’è gioia nel fracasso di questa gente anche se lo spettro della guerra si presenta dietro ogni angolo. Intravedo un’altra barricata, altri ragazzini che urlano, rompono bottiglie sull’asfalto. Hanno la rivolta nel sangue, introdotta a piccole dosi con il latte materno.
Altri fuochi, altri bambini vocianti, altri blindati: i soldati spuntano dal tettino con un elmetto sulla testa e con i fucili puntati.

Belfast: la vittoria è con loro

Decido di tornare all’ostello, l’ultimo bus è alle 11. Camminando sento della musica: esce fuori da un sottoscala. Esco da Falls Road e approdo di nuovo in King’s Street. Qualcuno sta fischiettando alle mie spalle, mi volto. Sono due soldati armati. Li guardo, mi guardano, giro l’angolo, non mi seguono.

18 agosto 1986. Killibegs, Donegal

Dovrei già essere in Scozia.
Ho più pochi soldi, ma c’è qualcosa che mi trattiene. Il verde che si estende a perdita d’occhio, le scogliere, la facilità con cui si comunica con gli altri viaggiatori. L’Irlanda e i suoi pub. Non ho mai bevuto così tanto. Sono con tre nordirlandesi e un americano davvero intelligente.
Quest’isola mi regala una sorpresa al giorno. Ho quasi dimenticato Pao e la nostra storia durata tre lunghi anni. Quella telefonata non ci voleva.

26 agosto

Sto lasciando l’Irlanda. La costa si sta assottigliando. Il mare è agitato. Il sole filtra tra le nuvole dopo una notte di tempesta: esiste ancora. Mi dispiace lasciare questo popolo che mi ha dato tanto.

Purtroppo non sarò capace di ricordare tutti i volti che hanno attraversato il mio percorso in queste cinque settimane. I volti dei bambini di Bagside, Ballymurphy, Anderstown, Tarfe Lodge e Falls Road. Smetteranno un giorno di lanciare sassi ai soldati britannici, prima o poi i Pillors se ne torneranno a casa loro.

Giulia ha 33 anni


Altopiano di Piné, spostamenti interiori. Nubi oscure si stanno affastellando all’orizzonte, Giulia ormai è una donna.

Baselga di Piné e i suoi due laghi

Burrasche la stanno aspettando, ma anche mari sconosciuti, di un azzurro intenso. Non c’è neanche un soffio di vento. Che sia questa quiete lo scopo?
Questa calma improvvisa, questo esserci. Il corpo risponde perfettamente, una macchina ben oliata, la mente le sorride. Ha deciso qual è la sua strada, per ora.

È quest’attimo di profonda gioia che le indica il percorso: deve prendere la bicicletta, pedalare fino al lago, inoltrarsi nel bosco, respirare, inalare odore di pini. Guardare il lago, le papere, le anitre e i cigni.
Proseguire oltre la centralina che dà luce al paese e pedalare in salita. Raggiungere il secondo lago, percorrerne il perimetro, arrivare fino al grande albergo e continuare in salita, una salita ripida e scoscesa, fino al bivio. Ritornare indietro fino al grande albergo, scendere dalla bicicletta, spogliarsi, tuffarsi in acqua. Nuotare, abbandonarsi, lasciarsi andare. Raggiungere l’altra sponda e porgere il corpo nudo al sole. Regalarglielo quel corpo indolenzito. (Pausa)

Immergersi in acqua di nuovo, ripercorrere lo stesso tratto a nuoto, abbracciare la boa, uscire dall’acqua, asciugarsi, prendere la bicicletta e imboccare la strada asfaltata e giù, di corsa, veloce, in discesa.

Genova, giugno 1995


Giulia ha 34 anni. Ha trascorso mesi allacciata a un’emozione, ha rincorso desideri, si è sfamata di sensazioni, odori, umori.
L’ho spiata mentre cercava di rintracciare, dietro ogni curva, il primo movimento, la svolta ulteriore. Quale?
La banalità, la soluzione più semplice, il passo più facile erano sempre in agguato, la guardavano con occhi dolci, invitanti, occhi senza pupille.

Lei, invece, si incamminava verso carrarecce tortuose, impercorribili, con la polvere che l’accecava a duecento all’ora su una vecchia Cinquecento Fiat. Sudava dal caldo, tremava dal freddo, la caviglia dolente sull’acceleratore, lo stomaco attorcigliato ai tornanti, gli occhi bendati pronta a spiccare voli, a capitombolare nei crepacci, a sprofondare nei torrenti in secca.

Il vuoto è ancora lì, minaccioso, come uno scheletro, non potrà essere rimpolpato. Le fa ancora paura.
È lì, guarda sornione, aspetta che lei rinunci.
È lì, ad attenderla dopo la prossima curva.
A divertirsi ancora con lei.
A ferirla senza che se ne accorga.
A baciarla e toccarla, mentre Giulia si illude che finalmente, almeno per una volta, ce l’ha fatta. Forse riuscirà a navigare libera nel vuoto, a percepire quel poco di pieno che le sarà concesso, a guardare il mostro negli occhi, a bucarli quegli occhi senza pupille.

C’è riuscita, qualche volta, ha fermato il motore, è scesa dalla Cinquecento, ha messo una mano sulla visiera del cappello per coprirsi dal sole e ha guardato là sotto. C’erano i Bi e i Gi, le Effe e gli Esse, i Ci e le Vi, i Federichi e le Barbare, gli Antoni e le Franche.
Là sotto c’era lei, affaticata, ansimante, arruffata. Si è spiata di nascosto, ed è scoppiata a ridere. La terra ha tremato, il torrente è cresciuto portandosi via rami secchi e sacchetti di plastica, il vento le ha rubato la sciarpa e il cappello.

Ma non si è potuta fermare, mai potrà. La fermata è una e definitiva. Ma nelle piccole soste l’esasperata ricerca di piccole pause – in quel momento impercettibile in cui il vuoto si riempie, quando il faro ti brucia la sua luce in faccia e l’alluvione fa dimenticare la sete – sentirsi respirare è l’unico scampo, perché guardando quelle orbite vuote, ora sì non fanno più paura.

Questi appunti sono usciti sulla rivista Marea, numero 3, giugno 1995.

La foto a New York è stata scattata nel 1999, quasi vent’anni dopo i fatti qui narrati. Si vedono ancora le Torri Gemelle

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