Ripropongo questo reportage aggiornato su Cartagena, uscito sull’inserto TuttoLibri de La stampa, a luglio del 2000. Nel frattempo la Colombia, a causa della pandemia, è tornata a vivere un periodo difficile. Era bella però la sensazione che noi occidentali avevamo allora: sentivamo il mondo a portata d’aereo. Non è più così.

Buona estate!

Sembra di entrare nella macchina del tempo quando si attraversa la Puerta del Reloj – dell’orologio – e si entra nella città vecchia di Cartagena de Las Indias in Colombia. I nuovi quartieri di Bocagrande e El Laguito diventano solo un brutto ricordo: da qui non si vedono quei brutti grattacieli che sembrano una bocca sdentata. Così come laggiù non si percepisce che, al centro della città, sfilano i sontuosi palazzi coloniali costruiti con l’oro strappato ai nativi.

I pirati all’assalto di Cartagena

Due mondi separati dalla Porta dell’Orologio che batte il tempo incurante.
Cartagena de Las Indias è forse la città più bella della Colombia, mitica per la sua lunga storia. Dal porto sono partiti per secoli i galeoni zeppi di oro che attraversavano l’Atlantico per giungere in Spagna, cercando di non incrociare i pirati, a cui quella mercanzia prelibata faceva gola. Sir Francis Drake ha solcato quei mari così come il pirata Henry Morgan. È colpa loro se Cartagena è così bella: grazie a quell’assedio continuo gli spagnoli hanno deciso di circondarla di mura e di fortificazioni. Fondata nel 1533 per diventare una delle porte d’accesso del regno di Spagna al Sud America, si affaccia sul Mar dei Caraibi.

Il centro storico di Cartagena

I 36 gradi di media si fanno sentire e, nelle prime ore del pomeriggio, i passanti si trascinano a fatica. Se non fosse per i marciapiedi sconnessi verrebbe da camminare con il naso all’insù per non perdere neanche uno di quei balconi fioriti, colorati di verde, blu, azzurro e rosso.

Non è il caso di tenere sottobraccio ingombranti mappe e guide, è bello perdersi in queste strade strette da edifici con le facciate variopinte. È una delle poche città colombiane dove si incontrano tanti turisti stranieri: guerriglia, paramilitari e narcotrafficanti hanno tenuto per decenni la gente alla larga da questo Paese così bello, che potrebbe arricchirsi solo con il turismo, lasciando perdere oro, smeraldi, petrolio e cocaina.

Il ritrovo ideale, il luogo dell’anima di Cartagena, è Plaza Santo Domingo. Tavole apparecchiate anche sulle terrazze in legno blu dove si può mangiare e spiare dall’alto il via vai della piazza.

Plaza Santo Domingo

Al centro, intorno al grande albero di mango, stanno seduti i venditori ambulanti, pronti a correre dietro ai turisti, per vendere magliette, souvenir, acqua e gelati. E per condurli nei negozi dove si acquistano gli smeraldi, qui più costosi che a Bogotà. «Ala orden», dicono in continuazione in ricordo di un passato coloniale fatto di paura e soggezione. Non poteva mancare, in un angolo della piazza, una statua di Fernando Botero, l’artista di Medellin che ha venduto le sue opere ai ricchi del mondo, tra cui quella strana coppia di obesi: Adamo ed Eva.

La casa delle vacanze di Gabriel García Márquez

In calle del Curato, nel quartiere San Diego, Gabriel Garcia Màrquez (1927-2014) si era fatto costruire la case delle vacanze. Lo scrittore che ha creato l’universo di Macondo viveva in Messico, ma quando sentiva la nostalgia del suo Paese, arrivava a Cartagena, passeggiava per strada acclamato dalla gente e accompagnato dalla scorta. Trascorreva ore nella sua villa, sorvegliata tutto l’anno da tre guardie che si alternavano fuori dal portone. Il personale era sempre in attesa dell’arrivo di Gabriel.

Mompos, la città teatro di Cronaca di una morte annunciata, è a duecento chilometri dalla costa, ma se si entra nella cattedrale di Cartagena si respira la stessa atmosfera del romanzo. Sembra quasi di riconoscere – tra quei visi assorti nella preghiera – i fratelli Vicario in attesa di massacrare a coltellate Santiago Nasar per rispettare un codice d’onore antico, per restituirlo – quell’onore – alla sorella.

Si sente l’odore di Colombia che Marquez ha saputo restituire, la sua anima profonda, così cattolica e così violenta. È come se dai muri candidi delle navate stesse per sgorgare sangue rosso.

Colombia, una terra violenta

Così è a Cartagena così è in tutta la Colombia, i bambini di Medellin, assoldati dalla delinquenza comune, si fanno il segno della croce davanti alla Vergine, prima di ammazzare chi devono.

È così anche al Convento della Popa di Cartagena. Si staglia sulla città, a 150 metri sul livello del mare, in cima a una collina assediata dai quartieri poveri. Luogo di venerazione, omaggiato anche da Wojtyla, custodisce una statua della vergine, testimone di infiniti pellegrinaggi.

In giro per la strade di Cartagena

Le isole del Rosario

In giornata, con una barca che sfida ogni regola di sicurezza, si possono raggiungere le isole del Rosario, saltando come sulle giostre. Allontanandosi dalla città ecco riapparire la penisola di Bocagrande: una Manhattan sgangherata che quasi commuove. L’arcipelago è composto da 27 isole.

Si può visitare l’acquario, fare immersioni nuotando in mezzo ai pesci tropicali o prendere il sole, spalmandosi prima una crema a protezione totale. Su una delle isole private sorge la villa che si era fatto costruire Pablo Escobar (1949-1993), il famoso narcotrafficante morto ammazzato, protagonista della serie Narcos (2015.20179): è il colombiano più conosciuto nel mondo insieme a Màrquez, è stato un mito per molti colombiani ridotti in completa povertà.

Cimitero di Medellin: il titolo di dottore non si nega a nessuno


Prima di rientrare a Cartagegna si passa da Bocachica sull’isola di Tierrabomba: il villaggio è circondato dalla spazzatura. Qui si vive solo di pesca e non più di contrabbando come un tempo. Prima di attraccare si è assaliti dai bambini che chiedono monete, remando sulle canoe o nuotando nell’acqua. Squaletti, li chiamano gli stessi abitanti dell’isola.
Un imperioso castello domina la costa, così come un’altra fortificazione vigila sulla riva opposta. Ai tempi dei pirati, una lunga catena veniva tirata in caso di tentativo d’assedio per far inciampare le navi. E la baia di Cartagena diventava sempre più inespugnabile.

Mi guarda, lo fotografo

La leggenda vuole che gli schiavi neri – quelli che lavoravano poco – venissero buttati nel fossato del castello dagli efferati coloni spagnoli: un fossato nelle cui acque nuotavano feroci squali.

«Queste mura sono state fatte con il sangue degli schiavi», raccontano gli abitanti. Chi va a Cartagena viene intrappolato da quelle strade e non riesce più a uscirne. Chi sceglie di starci pochi giorni, ci rimane almeno una settimana. È il ritmo dei Caraibi che ti porti con te anche quando torni e che prorompe inaspettato mentre sei sul lavoro, tra le mura dell’ufficio.

Questo mio reportage è uscito su La stampa (Inserto TuttolibriTempolibero), il 22 luglio 2000.

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