Giorni intimi per colpa della pandemia. Dopo una vita trascorsa fuori dalla porta di casa. Reclusa tra le mura domestiche, più di mia madre, come non è mai successo alle mie nonne e bisnonne, neanche durante la guerra.

Non varco il portone del palazzo da più di un mese. Ligia ai dettami del governo, come non sono mai stata. La ragazza ribelle, la giovane intellettuale, la militante che ero mi dà la forza per vivere con consapevolezza questa vita sotto sequestro.

La pandemia ci ha cambiato la vita, ma siamo vivi

L’ultimo viaggio a febbraio all’isola d’Elba

Non riesco a raccontarvi i miei viaggi o le mie scoperte in città e nell’entroterra, e nemmeno a scrivere reportage, come sono solita fare, ma invece posso riassumere qualche piccola tappa del grande viaggio dentro me stessa che sto facendo in questi giorni.

Là fuori c’è la bufera, per alcuni l’inferno, la paura e la morte. A volte mi sento inutile, vorrei lottare insieme a chi sta cercando di sconfiggere questo nostro comune nemico invisibile, ma poi il lavoro mi assorbe, gli studenti mi appassionano, le presentazioni on line del mio libro mi coinvolgono.

Per un po’ dimentico quelle immagini che tutti i giorni ci mostrano spazi sterminati zeppi di letti in fila dove le persone lottano per sopravvivere e in tanti non ce la fanno.

Dedico all’informazione televisiva mezz’ora al giorno, non mi piace il linguaggio aggressivo di molti giornalisti, l’incalzare ansiogeno di alcuni conduttori, immagini della pandemia sbattute lì che all’improvviso ti entrano negli occhi per tormentarti la notte.

Lo voglio dire, nei momenti in cui non penso a quello che succede là fuori, sto bene. Non è che poi la vita che facevamo prima fosse un gran lusso. Una vita di corsa, senza respiro. Un vortice di cose inutili.

A noi manca il mondo, ma al mondo noi non manchiamo

Che cosa ci manca di più? Fare una passeggiata, vedere gli amici, stare con i parenti? Una volta che questo terribile momento di attesa finirà, dovremo ricominciare consapevoli di quanto siano importanti le piccole cose che fino a un mese fa ci sembravano banali, tram tram quotidiano.

I boschi e gli animali se la stanno passando molto bene ai tempi della pandemia senza di noi. Abbiamo tutti visto le immagini dei canali di Venezia limpidi con i pesci che sguazzano o le strade di città con le anatre che scorrazzano. Noi non ci siamo e loro stanno vivendo un momento incantato.

Le anatre in giro per la città

Dobbiamo rifletterci su, perché l’aria era irrespirabile anche per noi, perché la qualità della nostra vita sempre di fretta era ai minimi termini, perché se non capiamo queste cose per la nostra specie non ci sarà un futuro.

Un momento di pausa per guardare indietro e per guardarsi dentro

In questi giorni di reclusione sto facendo i conti con me stessa e il mio passato, le mie radici e il mio girovagare per il mondo dall’età di 17 anni. Poi, riordino gli archivi di documentazione raccolta nella mia vita professionale. Oggi ho costruito un marchingegno per registrare sul cellulare due interviste VHS a Nico Orengo e Gina Lagorio. Ero proprio alle prime armi.

Allo stesso tempo, sto aprendo gli scatoloni che ho portato da casa di mia mamma che è morta lo scorso luglio. Le foto e i documenti che mio padre Gino, storico locale, aveva raccolto in tutta una vita sono ora tornati alla luce.

Posto le immagini su Facebook nei gruppi di Sanremo e dei comuni limitrofi e tanta gente commenta. Un vero patrimonio immateriale, di cui non so cosa fare. Per ora va bene così: ecco l’ultimo commento di Marina Laigueglia su una foto di una festa durante un battesimo a Badalucco: “Le famiglie più benestanti lanciavano dai balconi e dalle finestre anche banconote da 5mila o 10mila lire e allora lì si scatenavano le spinte a chi afferrava più soldi al volo.

Un battesimo a Badalucco negli anni Cinquanta

Gli ombrelli rovesciati e i faidà (grembiuli capienti) erano armi potenti in mano alle donne, che un bel po’ di tempo prima dell’orario del battesimo si recavano sul posto per piazzarsi nelle posizioni più strategiche rispetto al posto di lancio.” Insomma, un’allegra compagnia entra a far parte di queste giornate, voci dal passato che raccontano anche il mio presente.

Cosa faccio durante i giorni della pandemia

Nel terrazzo condominiale

Due o tre volte a settimana vado a camminare nel terrazzo condominiale per una o due ore, telefonando agli amici. Non sopportavo più questa modalità di comunicazione prima. Ora sento il bisogno delle loro voci, ne sono affamata. E sono contenta della batosta che si stanno prendendo le compagnie telefoniche che in quasi tutti i contratti hanno inserito un numero illimitato di telefonate. Ora se ne stanno pentendo.

Come tutti, mangiando sempre a casa, stiamo più attenti all’alimentazione. E ci si diverte. Non bevo vino dal 2 marzo, ho approfittato di questa vita agli arresti domiciliari per disintossicarmi e ho anche perso più di due chili.

È paradossale non uscire in queste giornate dove la natura si sta risvegliando, l’albero di caco è fiorito, le mie piante ora che le curo hanno una vita nuova, l’orchidea è stupenda.

«Non veniamo al mondo per lavorare o per accumulare ricchezza, ma per vivere. E di vita ne abbiamo solo una», queste le parole di Pepe Mujica, ex presidente dell’Uruguay dal 2009 al 2015, incarcerato per vent’anni durante la dittatura in una cella di un metro quadrato.

Pepe Mujica, un piccolo grande pensatore

El Pepe

Ascoltiamolo: «In prigione ho pensato che le cose hanno un inizio e una fine. Come la vita. Il resto è solo di passaggio. La vita è questo, un minuto e se ne va. Abbiamo a disposizione l’eternità per non essere, e solo un minuto per essere. Per questo, ciò che più mi offende oggi è la poca importanza che diamo al fatto di essere vivi».

Andrà tutto bene, ma solo se cambiamo rotta.

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