Oggi pubblico un brano dell’ultimo romanzo inedito dello scrittore ligure Marino Magliani. Si intitola Mareotis e racconta una storia di disertori, a cavallo tra Settecento e Ottocento. Perché scappano dall’Egitto, abbandonando l’esercito di Napoleone? Per colpa dell’hascisc che cominciano a consumare regolarmente. E dove vanno a finire alcuni di loro? In Liguria ovviamente, se è Marino Magliani a scriverne. Di seguito un brano intenso ambientato sulle colline scoscese dell’estremo ponente ligure, dove gli ulivi un tempo dominavano il paesaggio.

E dove in questi giorni non si può neanche andare a fare trekking. Ma leggete e vi sembrerà di essere lì

Ventesimo giorno di diserzione

Oggi sì, la novità è l’aurora degli ulivi, ancora senza mare. Ondate azzurro cespugliose come a sostituire un mare in discesa, contraltare solido che scende e da qualche parte, non lontanissimo, si scioglie e si alza, pieno di striature, diamanti, sentieri, crepe, spume, vascelli.
E del resto, anche senza mare, che ci fosse qualcosa nell’aria – quel segno sconosciuto, ad aspettarli dietro la notte, un ventaglio di costoni dal diverso vapore, dal respiro diverso –, un po’ si annunciava. O forse ne ha parlato talmente tanto, Lemoine, di ulivi e conseguenze cromatico liquide, che è venuto naturale, prima o poi inventare un mare agli ulivi.


E allora, adesso che l’hanno sentito davvero, viene il dubbio che non sia la prima volta che gira nell’aria questo tepore. Non è un tepore africano, quello sulle rive del Maryut. Lemoine dice che solo in Liguria arrivano così luce e tepori, in quel pezzo unico, di arco tra Genova e Marsiglia.
Poi, fin da quella sera stessa si tornano ad allontanare da quella che era la costa, o la vicinanza a essa, e tornano ad attraversare ghiaioni, come se alla fine si girasse sempre attorno alla stessa valle, dalle rupi agli ulivi, dalle rupi nude alla bestia porosa e azzurra, gigantesca e ordinata onda di muschio, che uno, non fosse che scappa, si fermerebbe a respirare, confuso, dimenticando la meta, e allontanandola, come si allontana la resa dei conti.

Qua e là si alzano polveri, voli di farfalle e altri insetti, e l’aria si popola di brusii.
«Eravamo scesi molto» osserva Lemoine. E forse è per questo che sono tornati a salire, scendere esageratamente non va bene.
L’odore, da quello solito di corteccia e di bosco, si fa grasso di aromi, così come cambia il colore della terra. Gli ulivi, una volta che sai dove sono, riescono a trasformare di colpo persino la stagione, l’erba è dura, gagliarda, nasce fin contro le ceppaie. È l’estate ligure.

L’alba esce da una rupe porosa e rossa come l’argilla. Man mano morde gli ulivi come se li bruciasse. Gli insetti della notte hanno lasciato il posto alle farfalle, e nella gabbia azzurra volano alcune poiane. Lentamente, prima di asciugarsi, scintillano i diamanti della rugiada, la luce ne consuma una patina.
Urruti è uscito per l’ispezione, scarta la mulattiera, salta le fasce, forse giù c’è un torrente. Sbuca da dietro le scogliere, un attimo solo e non lo rivedono più.
Seduto all’ombra, la schiena contro un tronco scavato come i suoi polmoni, Lemoine perseguita Dumont con le sue inutilità. Dice che in Grecia, anticamente, c’era la pena di morte per chi abbatteva un ulivo. Introdotti dai crociati al ritorno dalla Terra Santa, e piantati dai frati benedettini di Taggia, sono gli ulivi i veri invasori della terra ligure.
«Sai dov’è Taggia? A termidoro nella piazza fanno il ballo della morte… »


E quando Urruti torna, mangiano gli asparagi selvatici che ha raccolto. Bisogna cercarli vicino all’arbusto che punge, dice a bocca piena. Sono una delizia. Una parte la custodisce nel tascapane, Dumont protesta. Poi ormai, si sa, comanda Urruti, e su questa stranezza dei ruoli invertiti a Dumont capita di riderci sopra. Mai più l’avrebbe immaginato, che diamine. E anche se dopo Marengo ciò che potrebbe segnalarli in lontananza, come bordature luccicanti e cordelline, è stato eliminato, i gradi sull’uniforme non li cancella nemmeno la più ignobile delle diserzioni.


Fa notare a Urruti quanto sia alla fine solo una questione di colori, anzi, di qualità di stoffe. Ride anche Lemoine, ridono entrambi, tranne Urruti. Emerge così il suo carattere di basco permaloso e testardo, che quando ribatte d’essere stanco di occuparsi di ogni aspetto igienico dell’impresa (ragione per cui, fa osservare, a strisciare sulle scaglie di mezza Liguria, la divisa non ci guadagna), Dumont si vede costretto a tacere. Lui scherzerebbe anche su questo, sulla questione scagliosa di mezza Liguria e lo strisciare sul terreno incerto che risveglia certi appetiti, per non immalinconire sempre tutto quanto, ma poi sa che non ne vale la pena, che Urruti non sopporterebbe e lo minaccerebbe, e allora preferisce tacere.

La fonte rivelerà che questa terra su cui strisciare, oltre che provocare erezioni, tradisce, ti materializza all’improvviso e da quel momento ti ha scoperto la valle intera. È come se te lo sentissi addosso, che ti stanno tenendo d’occhio, ed è tardi…
Anche la notte, certe notti limpide di luna, mentre camminano in fila in cresta, la fonte ricorderà quella paura continua che hanno di non passare inosservati. Di non sembrare tre camminatori qualsiasi, di essere cosa sono: tre soldati… Tre disertori. Non ci giocava la divisa – poi di notte… –, ma in qualche modo qualcosa di legato al paesaggio stesso: qualcosa che non dipendeva da loro, ma come se a tradirne l’identità – di soldati e stranieri – fosse la terra.
Quando i primi giorni Lemoine parlava di queste cose, Dumont si annoiava, ora ammette e gli dà ragione.

Poco fa, mentre seguiva gli spostamenti di Urruti, ha ragionato sul fatto che almeno, da qui in avanti, forse, potranno contare sulla copertura degli ulivi, anche se secondo Lemoine certi posti sono ben più frequentati dei ghiaioni e per questo dovranno stare molto più attenti.
L’urgenza, più che dedicarsi alla raccolta degli asparagi, sarebbe quella di trovare abiti civili.

Nelle foto, Marino Magliani a Taggia durante la magica notte dei furgari

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