Da poco è in libreria il mio romanzo che racconta tutta la vita di Mary Shelley: qui
—
Virginia Woolf nel Golfo dei Poeti.
Se si pensa a chi nel passato ha reso celebre questo spicchio di Liguria che va da Portovenere a Tellaro viene in mente Percy B. Shelley e la sua tragica morte in mare, durante una tempesta o Mary Shelley, l’autrice di uno dei romanzi più importanti di tutti i tempi, il Frankenstein. Oppure D.H. Lawrence ma anche Mario Soldati, che aveva scelto di vivere tra Lerici e Tellaro. In pochi sanno, invece, che a Lerici trascorse qualche giorno una grande signora della penna, Virginia Woolf, una delle scrittrici per eccellenza del Novecento.
Virginia Woolf in Italia
Nel suo viaggio in Italia, Virginia ci informa che sta leggendo Gli indifferenti di Moravia, in lingua originale, e che, per farsi capire dalla gente, mescola il francese con qualche parola di italiano. Percorre, in auto, la costa da Roma a Civitavecchia e approda in Liguria:
L’atmosfera stucchevole di Genova e della Riviera, con i gerani e le buganvillee e quel senso di esser cacciati tra i monti e il mare e costretti in una luce smagliante, lussuosa, senza spazio per ritirarsi, tanto ripidi scendono i monti a collo d’avvoltoio.
La prima notte abbiamo dormito a Lerici, che dà il tocco alla perfezione al golfo, al mare calmo, ai verdi velieri, all’isola e ai lumi notturni, rossi e gialli che scintillano e svaniscono. Ma questo genere di perfezione non mi stimola più a scrivere. È troppo facile.
Virginia Woolf a Lerici, con gli Shelley
Se gli Shelley soggiornarono a San Terenzo insieme a Jane e Edward Williams agli inizi dell’Ottocento, Virginia Woolf trascorre qui alcuni giorni nel maggio del 1933, più di cent’anni dopo, insieme al marito Leonard.
Una donna fragile di nervi quanto salda dal punto di vista intellettuale, vive questo soggiorno come un vero pellegrinaggio. Dal suo albergo, l’Hotel Miramare, può vedere Casa Magni, dove soggiornarono gli Shelley. La tragica morte per annegamento di P. B. Shelley perseguita la sua mente:
Certamente Shelley scelse meglio di Max Beerbohm (che ebbe casa a Rapallo). Scelse un porto, una baia, una casa con una terrazza che dava sul mare, dove Mary riposava.
Barche a vela inclinate arrivavano questa mattina, una ventosa piccola città, di case alte, mediterranee, pitturate dei colori rosa e gialli, piena di spruzzi di onde. Direi che le abitudini e le persone sono più o meno gli stessi di allora
E la solitaria casa (degli Shelley) situata sulla spiaggia è in balia del mare. Penso che Shelley facesse i bagni e passeggiasse e si sedesse sulla sabbia, mentre Mary e la signora Williams prendevano il caffè sulla terrazza. (…)
L’estrema tranquillità descritta in queste parole, si rompe quando Virginia descrive Mary in attesa del ritorno del marito. Virginia Woolf cerca di entrare in contatto emotivo con gli Shelley. Il contrasto tra la bellezza del paesaggio, – il mare di fronte agli occhi – e la tragica morte di P.B. Shelley crea in lei delle visioni che, forse, l’hanno tormentata per tutto il suo soggiorno e anche dopo:
Mrs Shelley e Mrs Williams camminavano avanti e indietro sul balcone della casa accanto (Casa Magni), aspettando, mentre il corpo di Shelley veniva rigirato dalle onde, brillanti come perle: è il miglior luogo di morte che io abbia mai visto.
Ecco una lettera che Virginia Woolf scrive il 18 maggio del 1933. La scrittrice è nel balcone dell’albergo, con la luce del sole che l’acceca. Di fronte a lei, il mare calmo e poche onde che si infrangono con dolcezza sulla battigia. Casa Magni è per lei come una calamita, un condensato di voci e di emozioni. Quel mare a pochi metri, simbolo di morte e di eternità, ha inghiottito P.B.Shelley, mentre Mary era in avvolta da un turbine di ansia.
Sono qui seduta, presso una finestra, presso un balcone, nella baia dove Shelley annegò, credo 113 anni fa, in una giornata calda come questa. La potrei descrivere. Ma come fare a parlare di queste colline, delle piccole case rosa, gialle, bianche, e un mare, davvero, bruno porpora, che non fa onde, come il mare che già ho descritto (ne Le onde), ma che sussurra con un fremito continuo come un campo di grano.
Questa lettera è indirizzata all’amica Ethel Smyth (1858-1944), compositrice e scrittrice, ma soprattutto attiva sostenitrice dei diritti delle donne, in particolar modo per il diritto di voto.
Virginia Woolf e la condizione delle donne
Infatti Virginia Woolf, nel corso della sua vita, scrisse delle lucide analisi sulla condizione femminile e sulle donne scrittrici. Basta ricordare Una stanza tutta per sé e Le tre ghinee, due opere illuminanti. L’opera d’arte, secondo il pensiero di Virginia, è androgina, non ha sesso. E le donne sarebbero state in grado di creare veramente solo quando la loro condizione si fosse evoluta. Proprio nell’anno in cui soggiorna a Lerici, il 1933, l’Università di Manchester le offre una laurea ad honorem.
Ma lei rifiuta quel riconoscimento. Perché? È un gesto sprezzante che farà parlare il mondo della cultura inglese: Virginia non era stata ammessa all’università a tempo debito, quando aveva l’età per iscriversi, solo perché donna. Però, nonostante non avesse potuto respirare le atmosfere del college, era diventata scrittrice affermata.
Solo per questo le davano quell’ambito riconoscimento, una laurea, che lei avrebbe voluto ottenere molti anni prima. Forse, è andata meglio così: chissà se l’università e i suoi rigidi rituali non avrebbero frenato la creatività della scrittrice.
Virginia Woolf e Max Beerbohm: un battibecco
In una delle lettere che ho citato Virginia Woolf parla di Max Beerholm. Perché Virginia Woolf paragona Shelley a Beerbohm, affermando che il poeta romantico ebbe più gusto per aver scelto Lerici, invece di Rapallo? Forse non era tanto Rapallo a non piacerle, ma Mr. Beerbohm (1872-1956) in persona, saggista, romanziere e caricaturista.
Leonard Woolf, in La mia vita con Virginia, scrive che Beerbohm aveva dichiarato in pubblico che non riusciva a capire perché Woolf si fosse messa a scrivere un diario.
“Non ho mai capito”, diceva, “perché la gente scriva dei diari. Non ne ho mai avuto il minimo desiderio – bisogna essere talmente pieni di sé”. Leonard, il marito di Virginia, commenta: “È significativo che Max ritenesse che il suo non voler far qualcosa fosse una buona ragione o una scusa, per non capire perché gli altri volessero farlo e lo facessero. Max non criticava Virginia solo perché teneva un diario – testimonianza, tra l’altro, molto importante per tanti studiosi della scrittrice, ma in più disse: “È deplorevole prendersela per le critiche ostili come ha fatto Virginia Woolf“.
Virginia Woolf spaventata dalla critiche
La scrittrice inglese era soggetta a crisi nervose. Quando finiva un romanzo era spossata. Così commenta sempre Leonard: “Virginia aveva una sensibilità fuori dalla norma, sia fisica che psicologica, ed era questo a spingerla, da un lato, a creare i suoi romanzi, dall’altro, a soffrire quando non piacevano alla signora Jones o a Max Beerbohm”.
Nel diario di Virginia Woolf, non a caso, infatti si trovano commenti di questo genere:
Penso, mentre corriamo in macchina, come mi detestano, come ridono di me, ma sono abbastanza fiera della mia decisione di saltare con coraggio l’ostacolo. Devo scrivere ancora!
Il signor Max Beerbohm forse era anche un po’ invidioso del successo di Virginia. Potrà consolarci il fatto che, nelle enciclopedie e su wikipedia, la sua biografia occupa molto meno spazio di quello della scrittrice. E poi il polemista fece arrabbiare più di un intellettuale, tra i tanti Oscar Wilde, con cui ho avuto a che fare nella stesura del mio libro su sua moglie, Constance Lloyd.
Le onde di Virginia Woolf
Ritornando alla pagina di diario di cui abbiamo già parlato, Virginia Woolf annota alcune emozioni suscitate in lei dal soggiorno a San Terenzo-Lerici: «una ventosa piccola città, di case alte, mediterranee (…) piena di spruzzi di onde»
Già, le onde, alle quali la scrittrice dedicò un romanzo complesso come era nel suo stile, un’opera innovativa, forse meno conosciuta di Gita al Faro o Mrs Dalloway, ma altrettanto densa e articolata: il migliore dei suoi libri, secondo alcuni critici. Le onde, “romanzo poetico” venne pubblicato nel 1931, due anni prima del suo soggiorno in Liguria. Non fu facile per lei darlo alle stampe e decise di farlo solo dopo tre anni di sofferta revisione. Scrive sul diario in quel periodo:
Comincio a vedere che cosa avevo in mente; e voglio cominciare a eliminare tutto quello che non conta, e a ripulire, precisare, in modo che risulti ciò che è riuscito. Un’onda dopo l’altra. Senza spazio.
Finalmente, un giorno, decide che l’opera è terminata:
Nei pochi momenti che restano, devo registrare, Dio sia lodato, la fine de “Le onde” (…) dopo aver corso affannosamente per le ultime dieci pagine con tali momenti di intensità e intossicazione che sembravo inciampare nella mia stessa voce… Comunque è finito.
In questo capolavoro Virginia riesce a distaccarsi completamente dal romanzo tradizionale e a portare al massimo compimento quella rivoluzione narrativa iniziata con le opere precedenti. Un romanzo che penetra nel pensiero dei personaggi, dal più complesso a quello che si rivolge ai piccoli atti della vita quotidiana, dando vita allo stream of consciousness. La trama ormai non esiste più, donne e uomini sono entità psichiche: è il trionfo del linguaggio interiore o flusso di coscienza.
Il lettore percepisce solo situazioni mediate dalla sensibilità dei personaggi. Qui ritornano i temi cari alla scrittrice: l‘esplorazione della psiche umana dove il mare e le sue profondità hanno una forte valenza simbolica.
Le onde che si infrangono sulla spiaggia accompagnano la narrazione e scandiscono le stagioni della vita. Il loro movimento incessante si contrappone al mutare delle cose e racchiude l’eternità. Il loro fluire continuo è una metafora del pensiero, che non riposa mai.
Virginia Woolf, una morte precoce
Dopo il soggiorno a Lerici, Virginia avrà ancora pochi anni da vivere. Nel 1941 la sua sofferenza psichica si aggrava. Non riesce a sopravvivere alla devastazione causata dal secondo conflitto mondiale. Senza dire niente a nessuno, il 28 marzo, si getta nei gorghi del fiume Ous e annega come Shelley. Forse a Lerici, su quel balcone, la scrittrice vedeva già l’immagine di se stessa inghiottita dalle acque. A 59 anni muore una delle più grandi scrittrici del Novecento e nasce un mito, che accompagnerà intere generazioni di donne.
—
Versione rivisitata e corretta di un mio saggio pubblicato nel 1999, nella rivista “La donna nella poesia e nella narrativa nel Golfo dei Poeti. Mary Shelley, altre e altre ancora”.
—
Vuoi scrivermi un messaggio? Mi trovi qui.
Se vuoi invece sapere quando pubblico un nuovo intervento sul mio sito, iscrivitivi al gruppo facebook Lo spunto di Laura Guglielmi.



Comments are closed.