Questo racconto “Vico della Croce Bianca” è stato pubblicato nel 1999 nell’antologia di racconti ”Storie Fusionali”, curata da Antonio Veneziani, per la casa editrice Il segnale. Tra gli altri autori: Adele Cambria, Renzo Paris, Francesca Mazzucato, Riccardo Reim, Nicola Lagioia.
Le foto sono state scattate a febbraio 2018, piazza Don Gallo nel 1999 non c’era ancora, ma l’incrocio dei tetti sì!
Vico della Croce Bianca
Elda sorride senza convinzione. Si guarda nello specchietto laterale. Si aggiusta con le mani i capelli tinti, messi insieme dal parrucchiere per l’occasione. Fissa i lineamenti spigolosi del suo viso. Qualche ritocco, a volte, copre le pieghe più ostinate del volto. La macchina corre giù dai tornanti incollati ai precipizi. La rada vegetazione è aggrappata alle rocce scoscese. Spicchi di mare si aprono allo sguardo e, dopo una curva inforcata a cento chilometri l’ora, a Elda pare di volare sopra la città aggrovigliata al porto con le navi pronte a partire. L’ex della sposa?
Ma, Dio buono, doveva proprio finirci lei nella macchina dell’ex fidanzato della sposa? I pansotti, il coniglio e il limoncello fanno a pugni nel suo grosso stomaco. Conati di vomito le assalgono il corpo appesantito. Suo figlio avrebbe dovuto impedire a quella maledetta di invitare gli uomini con i quali si è divertita. Glielo aveva detto più di cento volte che Sara è maleducata, aggressiva, non sa cucinare, sboccata, litigiosa, poco di buono. “Mamma mi piace perché ti assomiglia”, le aveva risposto. Ora la macchina scorre ancor più veloce sul bordo dei tornanti. Nessun elemento familiare in quel paesaggio ostile, tutto rocce e dirupi. E gli altri invitati dove sono? Quest’uomo è proprio malandato! Non si può andare ad un matrimonio senza almeno la cravatta, con i jeans e le toppe sui gomiti. Un po’ di rispetto!
“E lei quando si sposa?”, chiede Elda ansiosa.
“Non lo so”
È qui perché è innamorato di quella sgualdrina di mia nuora, se la porta ancora a letto. Ne sono certa. Povero figlio mio. Ma perché sorride? Non può umiliare Alberto che gli ha rubato la donna e allora se la prende con me. Potevano almeno presentarmelo quei due disgraziati!
“Come si chiama?”
“Federico. E lei?”
“Sono la madre dello sposo”
“Ah, già”
Questa vecchia cicciona ingombrante dovevano proprio rifilarla a me? Adesso accelero ancora così si spaventa. Fa tanto la gran signora e suo figlio si è fatto quindici anni di carcere. Non mi può vedere. Adesso le metto una mano sulla coscia strabordante e gliela tocco. Scommetto che ci sta. Poi la rifiuto. Glielo faccio sognare un po’. Non vedrà cazzi da anni!
“Sì, ma come si chiama bella signora? Avrà pure lei un nome, no?”
“Elda. Pensavo che mio figlio gliel’ avesse già detto”
“No. Io suo figlio non ho il piacere di conoscerlo. L’ho solo visto oggi al matrimonio”
“Va sempre così veloce?”
“Sì, spesso molto di più. Ma con una bella signora in macchina, sa com’è, non vorrei spaventarla”
Elda si guarda intorno agitata. Non c’è traccia degli altri invitati. Dove sono gli sposi? Guarda di nuovo il suo viso stampato sullo specchietto, incorniciato dal boschetto di ulivi che corre via. Scruta le rughe sulla fronte e si sente come questi ulivi contorti e stanchi, abbandonati da anni, ulivi che non servono più, così come le terrazze in pietra che si sfaldano. Ma lo saprà Alberto che questo qui stava con sua moglie? Che è stato invitato al suo matrimonio?
“È da molto che non vede Sara?”
“No, non è da molto”
Non è possibile! si frequentano ancora! Mi sembra di essere in un brutto sogno. Già questo matrimonio non mi piaceva, adesso figuriamoci.
Un gatto sdraiato in mezzo alla strada scappa via quando sente il rombare del motore. Per evitarlo, Federico sbanda e sfiora il parapetto. Elda sembra non accorgersi di niente.
“Da quant’è che non vedeva Sara?”
“Da ieri”
“Da ieri quando?”
“Ieri sera”
“Ma ce l’ha la fidanzata?”
“Ce l’avevo”
“Sara?”
“Dopo di lei ne ho avuta un’altra”
“Stava bene con lei?”
“Abbastanza”
“E perché vi siete lasciati?”
“Perché ho dei vizi”
“Quali?”
“Mi piacciono le signore anziane”
Elda apre il finestrino e mette la testa fuori. Sono finalmente in città. La periferia aggredisce la vista con i suoi condomini rosicchiati e cadenti ancor più delle vecchie case del centro storico. Sente il sudore del suo corpo, l’interno delle cosce, le ascelle, il collo, la fronte. Tutta la ciccia che gronda. Si sente sola. Vorrebbe urlare.
“Anziane e con tanta carne”
Sono riuscito a zittirla. Non è il caso di parlare con me vero? Brutta vecchiaccia schifosa. Hai paura? Ti mollo qui a Borgo Ratti e te la fai a piedi fino a casa, cicciona!
“Dove stiamo andando? Io abito in centro”, dice Elda con un filo di voce.
“Ti faccio una sorpresa, bella signora”
Elda pensa alla casa, al conto in banca, alla pensione. Che fatica ha fatto per tirare avanti senza marito. La vuole derubare. Ecco, sì, le vuole portare via tutte le cose che ha. Proprio adesso che è riuscita a comprarsi due case, e ha 400 milioni in obbligazioni. Anche se vive ancora nella città vecchia.
Disgraziato! Se la intende con le donne di una certa età. Si attacca ai loro soldi. Ma io non ci casco. Per chi mi ha presa? È uno di quelli come quell’americano del film – come si dice? – gigolò! E’ d’accordo con Sara per derubare Alberto. Quella maledetta non ha voluto la separazione dei beni. Adesso mi è tutto chiaro. Ma non mi fregheranno. No!
Il matrimonio di Alberto, adesso, è un lontano ricordo anche se sono passati solo tre mesi, lontano come il giorno di vent’anni fa quando l’hanno arrestato. Elda non ha molto da fare ora. Prima aveva sempre da lavorare e gli uomini, morto il suo, erano diventati un vago ricordo di abbracci dal sapore di noia, fastidio e sudore. Aveva pulito scale e abitazioni per anni da Albaro a Castelletto. Aveva scodellato minestrine per piccoli bebè con madri indaffarate e poco attente. E poi era riuscita a prendere in gestione quell’alberghetto in Riviera, ma non serviva più a nessuno quel benessere, nemmeno a suo figlio, che se l’erano portato via.
Una mattina alle cinque erano arrivati in divisa, minacciosi e armati fino ai denti perché cercavano il suo unico figlio maschio. Vico della Croce Bianca era pieno di polizia, una trappola con gli uomini in borghese che bloccavano le vie di fuga, presidiando i due incroci. La casa era stata perquisita da cima a fondo, un fracasso incontrollabile che aveva svegliato tutti gli inquilini del palazzo. Di suo figlio neanche l’ombra. Era già in clandestinità da sette mesi.
Seduta su una sedia aveva seguito con gli occhi stanchi i poliziotti grattare dentro la sua esistenza, spiare nei suoi cassetti, immergere le mani nello sciacquone del bagno. Poi, i vicini Caselli erano entrati in casa, le avevano preparato il caffè e le avevano messo in ordine le cose, mentre lei aveva la testa fra le mani e sentiva i loro movimenti come se arrivassero da molto lontano. Anche la rumorosa studentessa che viveva in mansarda era scesa a portarle la sua solidarietà. Poi, Alberto, l’avevano catturato due mesi dopo in un appartamento a Roma, e per quindici anni Elda aveva bussato ai portoni blindati di tutte le carceri d’Italia.
Le prime gocce autunnali scorrono sul vetro delle finestre di alluminio anodizzato e precipitano nel vicolo. Dal suo terrazzino Elda riesce a vedere il panorama della costa, della città e delle montagne, nonostante il grattacielo degli anni Cinquanta, che perfora il cielo svettando oltre i palazzi medievali che gli si ammucchiano intorno. Scruta i rilievi brulli dei monti sotto la pioggia con i forti che cingono le alture, e le centinaia di edifici aggrappati ai declivi.
Vede il porto, con i moli che sembrano staccarsi dalla terraferma e partire. Invece rimangono sempre lì, impoveriti e nudi. Sono lontani i tempi in cui navi da tutto il mondo trovavano nel porto vecchio un rifugio sicuro. Non guarda la città, il grattacielo della Telecom e nemmeno il Matitone, ma fissa il mare. È di un blu diverso da quello del mappamondo di Alberto che è ancora di là nella cameretta, sulla scrivania. Anche Alberto è diverso o forse è lei ad essere cambiata. Suona il telefono.
“Mamma, Sara è incinta”, Alberto sta quasi balbettando.
“Già?”
“Non è che ci puoi dare l’appartamento di vico Rondinella? Sai con il bambino…”
“Possibile che mi telefoni solo per chiedere qualcosa e mai per sentire come sto?”
“Mamma, ti prego…”
“Perché non hai fatto la separazione dei beni come ti ho detto mille volte?”
“Sai, Sara è testarda…”
“Chi non lo è? Te l’avrei anche intestato quel benedetto appartamento, ma così non mi fido”
“Mamma cerca di capirmi”
“Ho sempre cercato di capirti”
Elda riattacca. Un chiodo rovente le sta traforando il cervello. Non sta pensando ad Alberto, non più, ma a Federico, ai suoi riccioli spettinati e un po’ sporchi. È diventato un tormento, la notte suda, si rigira nel letto a due piazze, comprato a rate quando il marito era ancora vivo. Le ore si succedono incupite dagli incubi, sogni di ansimi, desiderio che brucia e impaurisce. Non le era mai capitato, neanche quando era più giovane, di precipitare in questo vortice di incubi a occhi aperti. Elda pensa a Federico, vuole Federico, solo Federico. Nient’altro. Ad Alberto non pensa quasi più. Ormai è un uomo. Ha quasi cinquant’anni, che impari a sbrigarsela da solo, che s’impicchi!
E Federico arriva, suona il campanello, e si affaccia dalla porta con i capelli sempre più ricci, ispidi e sporchi.
“Ciao bella, mi puoi tenere in casa che sono braccato?”
È già dentro. Elda non le ha risposto di sì, e lui non ha aspettato nessun cenno di assenso.
“Tanto ci sai fare con gli avanzi di galera, no?”
Elda lo fissa con il terrore negli occhi, mentre lui l’afferra, la stringe e la bacia. Il cuore non batte più. Elda sente la testa che gira. Un vortice nero le sfiora le cosce e l’ attrae verso il basso.
“Allora? Mi tieni qui a dormire?”
Elda fa un gesto, un cenno con la testa e rimane dritta, dura, impalata sulle sue grosse gambe.
“Ti ringrazio, di cuore. Non te ne pentirai”, dice Federico, fissandola fin dentro le pupille.
La mattina, Elda è soffocata dal lenzuolo, dalle coperte, dall’odore di sesso e sperma. Con lo sguardo tocca tutti i mobili e i soprammobili raccattati in una vita di fiere di paese e mercatini a buon prezzo. Niente è al suo posto. Nemmeno Federico, che è scomparso senza lasciare traccia. Tutti i cassetti del comò sono aperti, la scatola dei gioielli spalancata sul ripiano, la biancheria sparsa sul pavimento.
Non si alza, non va a vedere se la collana d’oro regalata dalla suocera è ancora lì, oppure l’anello di fidanzamento, o il braccialetto comprato dal marito quando è nato Alberto. Non verranno i Caselli a mettere ordine questa mattina, nessuno le preparerà il caffè. La vecchia vicina è morta da sette anni e il marito si è chiuso in un cupo silenzio. La studentessa della mansarda si è laureata da vent’anni e se n’è andata portandosi via i dischi, la chitarra e i suoi rumorosi amici. Ogni tanto le scrive una cartolina dall’Australia o dall’America.
Le voci salgono ripide e acute da vico della Croce Bianca. Sono i marocchini che litigano con i neri. Il paesaggio umano è cambiato da allora. La gente parla meno e si lancia sguardi aggressivi. Elda rimane a letto. Non è preoccupata. Sa che ogni cosa ha il suo prezzo, e per quello che ha provato con Federico nessun prezzo è troppo alto. Scoppia in una risata assordante. Sono i marocchini adesso ad ascoltare con il naso all’insù la sua risata che precipita giù nel vicolo come un pezzo d’intonaco. Il sole sbircia dentro la finestra aperta. Elda si accuccia come una gatta mentre le striature di luce colorano la sua pelle senza più rughe.
—
Se vuoi, contattami o -per seguire i miei articoli o racconti- iscriviti al mio gruppo su Facebook




