Questo racconto è uscito nell’antologia Il forno di Realdo a cura di Loretta Marchi e dell’associazione “Realdo vive”, su iniziativa del rifugista Giampiero De Zanet.
Farei qualunque cosa per l’entroterra ligure, figuriamoci scrivere un racconto militante per un’associazione che si occupa di far amare luoghi come questo. Insieme a me altri 17 scrittori, alcuni professionisti, che narrano il borgo di Realdo posato come un’aquila in cima a una falesia. Lo scopo è far conoscere uno dei più affascinanti paesaggi montani, posto a chiusura dell’alta Valle Argentina, a più di 1000 metri di altezza.

Alla ricerca di un nuovo inizio

Stava nevicando sul Saccarello, stilettate gelide di vento avevano trovato senza difficoltà la loro strada attraverso il legno marcito degli infissi. La notte si era avviata da un pezzo e Alice era rintanata sotto le coperte, che odoravano di muffa. Chissà qual era l’ultima volta che erano state intrise d’acqua, lavate e stese al sole. Forse sua nonna l’aveva lavata a mano giù al torrente, almeno da bambina, di certo la sua bisnonna.
Era l’ultima casa del paese, le finestre davano sugli orti che orlavano il burrone, davanti una maestosa parete di roccia, con qualche pino aggrappato sul dirupo. Stava battendo i denti dal freddo, anche se si era appena chiuso il primo giorno di primavera.
Alice aveva deciso di rifugiarsi in quella casa minacciata dall’insulto degli anni, perché era alla ricerca di un nuovo inizio.
Aveva sempre odiato Realdo, quella casa, non capiva la passione di sua mamma per la montagna, per il trekking, tutte stronzate. Però amava sua nonna, che stava passando gli ultimi anni della sua vita intrappolata in un letto, senza un briciolo di senno, in una casa di riposo. Era nata a Realdo e aveva vissuto in paese fino ai vent’anni.
Eppure, adesso mentre sentiva i piedi gelati e non riusciva a chiudere occhio, chiusa tra quelle mura corrose dai secoli, si sentiva finalmente bene.

I muri parlano e Alice ascolta

Ascoltava le voci del passato. Le sue antenate, che avevano vissuto, sofferto e gioito in quelle stanze, le stavano sussurrando storie. Percepiva la paura, verso la fine del Cinquecento, che aveva preso alla gola tutte le donne del paese, quando si era saputo che a Triora un inquisitore stava interrogando e torturando le paesane che avevano imparato a curare i malati, anche gravi, con le erbe.
Oppure quella strana vicenda della Seconda Guerra Mondiale, quando gli italiani guidati da Mussolini avevano invaso la Francia. Gli abitanti dei paesini vicini al confine erano stati sfollati altrove, ma il governo si era dimenticato di quel nucleo di case arroccato sulla cima di una falesia. Ed erano rimasti tutti a Realdo, ignari di quello che stava succedendo intorno.
Poi, la comunità brigasca, che parla una lingua rara e preziosa. Nel Dopoguerra, era stata divisa tra Francia e Italia, perché gli italiani avevano perso la guerra, una specie di muro di Berlino tra le montagne. E la sua bisnonna da Realdo non poteva più portare le sue capre a pascolare nei terreni che le appartenevano al di là del nuovo confine. Prima nessuno ti fermava se volevi andare a Briga che era il capoluogo, ora la cittadina era irraggiungibile e non si poteva neanche camminare dall’altra parte della frontiera, neppure sulle montagne. Tempi duri. La nonna quando Alice era piccola le aveva fatto vedere un film con Totò e Fernadel che raccontava quella brutta storia. Era triste, però faceva anche ridere.

La presenza lieve delle antenate

La strada per raggiungere Realdo dalla costa, le raccontava sempre sua nonna, era stata fatta negli anni Settanta del Novecento. E poi il ponte di Loreto, così imponente e maestoso, che serviva solo per arrivare alla piccola frazione di Cetta. Ma perché mai l’avranno costruito? Si domandava nonna con un’espressione perplessa: abbiamo bisogno di ben altre cose in questa valle.
E, adesso che era lì, tra quelle coperte, sentiva venir fuori da quelle pietre tutte queste storie, insieme alle confidenze più intime. Ne avevano tante le sue antenate da raccontarle, le liti coi mariti, i figli morti da piccoli, la schiena ricurva dopo aver lavorato in campagna per decenni. Non volevano essere dimenticate. E lei era lì per ricordarle. Tutte.

Mi mancano le mie estati da bambina

Prima di decidere di rifugiarsi lassù a Realdo, nel nido delle aquile, come lo chiamava sua mamma, snobbandolo un po’ e preferendo mete più glamour, Alice era passata a salutare la nonna, che non la riconosceva più, e non si ricordava neanche della sua Realdo.
Ma lei, quello che voleva far sapere alla nonna, lo aveva detto lo stesso. S’era fatta l’idea che fosse come una bambina, non è che i piccoli non capiscano niente, ma interpretano le cose come vogliono. Dai vecchi però ci sentiamo traditi. Non riusciamo a perdonare loro di averci radiato dalla mente.
Nonna, le aveva detto Alice, ho in tasca le chiavi di Realdo, ho deciso di passare qualche mese lassù, da sola, nella tua casa. Alla mamma non l’ho detto. Lo so, nonna, è da quando ho 13 anni che non ci sono più voluta tornare, ma ora mi mancano le mie estati da bambina, sento nostalgia di quelle mura sgangherate. Voglio far rivivere l’orto, così quest’estate mangerò le verdure come quando ero piccina, quelle che coltivavi tu, quelle che innaffiavamo insieme. Ti ricordi nonna?

Il più bell’orto di Realdo

Lei la guardava con gli occhi sbarrati. Non rispondeva, poi tutt’a un tratto le chiese: «Sei Antonietta?». Alice non sapeva se la nonna avesse mai conosciuto una donna con quel nome, ma secondo lei aveva capito bene cosa le stava dicendo su Realdo.
E ora, mentre stava cominciando a scaldarsi sotto le coperte intrise d’umido, Alice era sicura che nonna fosse felice e che neanche lei riuscisse a dormire, perché sicuramente stava pensando tutta eccitata che la sua nipotina preferita quest’estate avrebbe messo in piedi il più bell’orto del paese.

È lì sull’orlo del burrone

È mattina presto, Alice si è appena svegliata nella sua casa di Realdo che odora d’altri tempi, ha spalancato la finestra. Respira a pieni polmoni l’aria pungente. Si sente sulla cima del mondo, in bilico, come un’aquila che sta per ghermire la sua preda. Il buio sta cedendo il passo alla luce. Ha smesso di nevicare e oggi farà bello. Lì di fronte a lei lo strapiombo, con alcune poiane che volano intorno alle rocce. E i pini che si sforzano per non franare a valle. Lì sotto, l’orto della nonna, incolto da anni, sul limite del burrone. È sempre lì, non si è mosso di un passo.

Alice trova la chiave giusta

Esce di casa, scende le scale e si inoltra nel silenzio dei caruggi ancora impregnati dal sapore della notte, sente le voci della gente appena alzata, dei pochi che ancora vivono a Realdo.
Non appena arrivata in paese, Alice si è imbattuta in Giampiero, il gestore del rifugio, un tipo di poche parole: ha bisogno di persone così ora. I ciclisti olandesi che ieri sera sono arrivati con gran fracasso stanno ancora dormendo, le finestre sono sprangate.
Per il momento non ha voglia di vedere nessuno, non almeno per oggi, altrimenti non sarebbe arrivata fin quassù, senza dirlo a nessuno, solo alla nonna, e lasciando il cellulare a casa.
Scende in volata e in un attimo è nell’orto, ha trovato la chiave giusta, anche se piena di ruggine, per aprire il magazzino e ha già gli attrezzi in mano. Si comincia. Non sa da dove partire, ma sa perché sta partendo.

 

Da Realdo a Briga: un trekking che racconta una lunga storia

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