Questo racconto Gli appestati sepolti nelle fondamenta dell’Albergo dei Poveri è tratto dal mio libro Le incredibili curiosità di Genova (Newton Compton). Si trova su internet o in libreria.

Le incredibili curiosità di Genova: il mio nuovo libro

Gli appestati sepolti nelle fondamenta dell’Albergo dei Poveri

Proviamo a immaginarci una docente e un gruppo di studenti universitari nel cortile dell’Albergo dei Poveri, un maestoso edificio che domina la città dall’alto, ristrutturato mirabilmente, almeno in questa ala, ora sede universitaria. Sono tutti seduti su alcune panche, gli alberi stanno fiorendo, è primavera. A parte il prato al centro mal tenuto, sembra di essere in un college inglese.
Tanto per rovinare la festa, la docente comincia a raccontare una storia truce: «Sotto i nostri piedi, nelle fondamenta, sono sepolte novemila persone». I ragazzi la guardano agghiacciati, qualcuno per difendersi dall’orrore pensa sia matta.

La popolazione falcidiata dalla peste

Ebbene è tutto vero, è successo nel 1656-57: la popolazione genovese, che stava raggiungendo le centomila unità, venne falcidiata dalla peste. Molti aristocratici, beati loro che se lo potevano permettere, scapparono trasferendosi nelle proprietà di campagna, ma per quelli che rimasero la sorte fu dura.

Alcuni invece di fuggire aiutarono i malati, come padre Antero Maria da San Bonaventura, che lasciò una testimonianza scritta di quegli anni terribili. Diede la colpa della diffusione del morbo alle condizioni di vita dei cittadini più poveri, che vivevano in spazi striminziti, addossati gli uni agli altri. La popolazione era cresciuta così tanto che il sacerdote definì Genova un formicaio.

Gli uomini e le donne colti dal morbo vennero riuniti negli stessi stanzoni adibiti velocemente per l’emergenza, così i ricchi rimasti in città venivano ricoverati insieme ai poveri, senza differenze. Non c’è tempo per far distinzioni, di fronte alla morte siamo tutti uguali.

Dove seppellire i morti?

Non si riusciva a bloccare la diffusione della peste in nessun modo, e soprattutto non si sapeva dove mettere i morti. Si fecero diversi tentativi. Per esempio, alla Foce, nel Lazzaretto, i cadaveri vennero inseriti in grandi gabbie poco sotto il livello dell’acqua e si lasciò ai pesci il compito di divorarli morso dopo morso. Oppure alcune imbarcazioni vennero stipate con le salme e in seguito si diede fuoco alle macabre pire, ma le onde ne riportarono indietro qualcuna.

Negli anni Ottanta, il gruppo di speleologi del Centro Studi Sotterranei di Genova ha scoperto che sotto il Parco dell’Acquasola, vicino alla centrale piazza Corvetto, sono sepolti migliaia di scheletri. Circola un video terrificante in rete su «Il Secolo xix», le cui immagini ci portano là sotto. All’improvviso nei cunicoli spuntano cumuli di teschi e ossa gettati alla rinfusa. Ne sono morti troppi perché si avesse tempo di prendersi cura delle salme. Il peggiore dei film horror, anche se è cruda realtà. Non guardatelo se queste cose vi fanno impressione.

Genova era scampata alla peste del 1630 di manzoniana memoria, ma questa volta la mannaia colpì senza pietà. L’epidemia durò ben due anni.

Perché si chiama Albergo dei Poveri?

Ma ora torniamo all’Albergo dei Poveri, oggi in mano all’Università di Genova e all’Asp Emanuele Brignole che raccoglie diversi enti assistenziali dediti alla beneficenza e all’assistenza pubblica. L’idea di costruire questo edificio fu dell’aristocratico e benefattore Emanuele Brignole. Nel 1652, quattro anni prima dell’inizio dell’epidemia, cominciò a seguire i lavori per un ricovero dove ospitare i poveri della città. Chiaramente nel fatidico 1656 venne sospeso tutto e purtroppo le fondamenta appena costruite servirono a ben altro scopo, come si è detto.
Finita la peste, Emanuele Brignole riprese a costruire l’Albergo, ora più che mai necessario dopo quello che era successo. Vennero trasferiti nella nuova costruzione i mendicanti che vivevano ammassati nelle zone degradate alle spalle del porto.

Ma non si pensi che i genovesi fossero mossi solo da bontà, generosità e solidarietà. Prima di tutto, togliendo i poveri dal centro – come è stato fatto a New York negli anni Novanta – si ridusse il fastidio creato dalla circolazione di mendicanti; poi, almeno nel primo periodo, l’Albergo dei Poveri accettò come ospiti solo persone abili al lavoro.

Più sontuoso di palazzo Ducale

La struttura si basava sull’autosufficienza e, nei suoi ampi locali, vennero sistemati telai e altri strumenti utili all’industria tessile e i poveri felici, come li definisce ingenuamente il drammaturgo francese Jules Janin nel 1838, erano obbligati sia a vivere sia a lavorare in quegli immensi spazi: «Dopo Palazzo Ducale, dimora della passata potenza di Genova, bisogna visitare l’Albergo dei Poveri ancor più sontuoso. Tre grandi architetti lo hanno costruito con un lusso incredibile», scrive Janin. «Nell’Albergo dei Poveri tutto è silenzio, freschezza, bellezza, riposo. Sulla cappella, piena di opere d’arte si aprono i dormitori di poveri felici poiché sono i padroni della ricchezza intorno a loro».

L’ala centrale dell’Albergo dei Poveri

La parte più monumentale, che in alcune occasioni viene aperta al pubblico per cerimonie o visite guidate, si trova nel corpo centrale dell’Albergo, con le grandi statue dei donatori, l’antica biblioteca e gli immensi corridoi dove venivano smistati le donne e gli uomini, nonché una serie di dipinti restaurati dalla Sovrintendenza. Qui è stata edificata la Chiesa dell’Immacolata Concezione a una navata, che ospita sull’altare maggiore una statua della Madonna, opera dello scultore Pierre Puget.

La sede universitaria

L’ala universitaria è stata rimessa a nuovo a partire dal 1998 dall’architetto Enrico Davide Bona. Pochi genovesi sono al corrente della sua esistenza. Se si fanno due passi negli immensi corridoi e si sbircia nell’aula magna durante l’anno accademico, nessuno dovrebbe dire niente. Molto bella la struttura della biblioteca, costruita sul modello di una nave, per dialogare con il magnifico panorama della città e del suo porto che si vede dalle enormi finestre. L’Albergo dei Poveri è una struttura talmente imponente che sembra di perdersi, però poi la strada per uscire dal labirinto la si ritrova sempre.

I tartari lanciano cadaveri appestati dentro le mura di Caffa

Sono stati proprio i genovesi a portare la prima ondata di peste nera in Europa. La Repubblica di Genova, tra il 1266 e il 1475, aveva diverse colonie nella penisola di Crimea sul mar Nero, tra le quali Caffa. Nel 1345, l’Orda d’Oro, l’esercito tartaro comandato dal Khan Gan Bek, usò una tecnica micidiale per assediare la cittadina, catapultando i cadaveri appestati all’interno delle mura. La peste infatti si era già diffusa in Asia e aveva colpito i soldati tartari. Caffa resistette mirabilmente all’attacco del nemico, ma non al terribile morbo.

I genovesi diffondono il morbo in tutta Europa

A questo punto si sarebbero dovuti fermare i traffici in partenza dal porto, ma troppe imbarcazioni stipate di merci stavano aspettando di partire per procurare profitti alle famiglie genovesi. E allora si salpa, si raggiunge Messina e si sparge la peste nera. Grazie a questa scelta dissennata, l’epidemia si diffonde arrivando fino alla Scandinavia e de- cimando la popolazione europea. Un episodio che potrebbe servire da monito a chi non vuole perdere i propri privilegi e non si preoccupa dell’innalzamento delle temperature. La storia ci avverte, l’importante è non ripetere gli errori.

L’Albergo dei Poveri, un’eccellenza genovese. Visitatelo!

La foto è stata presa dal sito dell’Albergo dei Poveri

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