Ministra è una parola che sembra essere entrata nel linguaggio dei media, anche se ci sono sempre il solito o la solita che dicono che suona male. Invece maestra suona benissimo! Certo è un mestiere molto meno importante, che gli uomini fanno poco volentieri.

Quando sono andata in Argentina nel 2014, sono rimasta immensamente stupita dal fatto che Cristina Fernández de Kirchner venisse chiamata da tutti i media, senza colpo ferire, la presidenta e non la presidente (o tanto meno il presidente). Wikipedia in italiano così la descrive: è una politica e avvocato argentina. Wikipedia in spagnolo: una política, empresaria y abogada argentina.

Operaia va bene, ministra no

Noi siamo ancora qui ad arrovellarci se chiamare le donne, con questa carica, la presidente o il presidente, mentre gli argentini con naturalezza, senza pensarci neanche un attimo, la chiamavano proprio così, la presidenta. Sembra un po’ stonato anche a me, che pur credo fermamente, da quando ho cominciato a fare il mestiere di giornalista, che se esistono la maestra, l’operaia e la parrucchiera, possano ben esistere anche la ministra, l’avvocata e l’assessora.

Perché si arriccia il naso solo quando la signora in questione fa un mestiere importante? Se fino a qualche decennio fa non esistevano donne che governavano una nazione, e ora ci sono, perché non deve cambiare il linguaggio? Eppure, gli argentini non sono un popolo machista? Forse sì, ma meno di noi.

Laura Boldrini una zucca vuota?

Da noi invece è sempre pioggia di polemiche. Vi ricordate, nel 2015, quando Laura Boldrini scrisse che era sempre più necessario «un adeguamento del linguaggio parlamentare al ruolo istituzionale, sociale e professionale assunto dalle donne nel pieno rispetto delle identità di genere». Quindi ministra, deputata, la presidente e via dicendo. Le saltarono al collo in tanti, e Sgarbi la definì “zucca vuota”

Sono decenni che scavo e scavo

È dai tempi dell’università che vado studiando, anche se non con costanza, questo tema, da quando Annagrazia Papone, morta da meno di un mese (ahimé) mi fece tenere un seminario per la cattedra di Storia della Filosofia Moderna e Contemporanea, su questo argomento. Partì tutto dal fatto che nei paesi più evoluti esistevano cattedre e corsi di laurea in women’s study. Proprio in quegli anni lessi il libro di Alma SabatiniIl sessismo nella lingua italiana, Roma, Presidenza del Consiglio dei Ministri, 1987.

La lingua cambia e nessuno la può più fermare

Le parole sono pietre, se non sei nominata non esisti, chi più di noi giornalisti vive questa cosa tutti i giorni sulla propria pelle? Anche l’Accademia della Crusca lo ha capito: il neutro maschile fa dei danni alle donne, per essere vissute per quello che sono devono poter usufruire della loro desinenza femminile.
Non sono comunque d’accordo di imporre un uso del linguaggio a chi non ne vuole sapere o a chi non ci si sente dentro. L’uso della lingua non si può decidere dall’alto, non funziona. Sta al popolo dei parlanti scegliere come usarlo. 15 anni di anni fa – quando lavoravo ancora al Secolo XIXera proibito scrivere dalla nostra inviata in quasi tutti i giornali italiani. Ora mi pare che nessuno si scandalizzi. Ecco, la lingua cambia e nessuno la può più fermare, prende le sue svolte, poi percorre lunghi rettilinei, va un po’ in discesa e un po’ in salita. Però la lingua che un paese parla testimonia la sua cultura e la sua evoluzione antropologica.

Direttore o direttora?

Quando dirigevo una testata giornalistica, spesso mi chiedevano se preferivo essere chiamata direttore o direttora. Io preferivo direttora. Però poi lasciavo scegliere all’interlocutore. E mi divertivo a vedere come si comportavano. Mi è capitato con un mio ex-caporedattore in pensione. «Preferisci che scriva direttrice o direttore?», mi ha chiesto. Ho risposto: «direttrice no, ti prego, semmai direttora». Lui ha ribattuto, «no, no, allora metto direttore». Ho detto: «vabbè, fai come vuoi». Poi ci deve aver pensato su perché ha fatto scrivere direttora.

Marta, la sindaco di Genova

Per esempio, non mi ha mai trovato d’accordo la scelta di Marta Vincenzi, che ha preferito essere chiamata la sindaco di Genova, ma cosa vuol dire? La sindaca è italianissimo. Tra gli esempi del libro della Sabatini mi ricordo anche un ritaglio di giornale, con questo titolo ridicolo. «Il sindaco di Ferrara è incinta». Ma insomma cosa ci vuole a scrivere la sindaca è incinta?

Come scrivere una newsletter

Quando dirigevo mentelocale.it, imposi alcune regole, frutto dell’aver vissuto a lungo a Londra. Come ormai si fa in tutta Europa, sulla testata non appariva mai la parola uomini per indicare il genere umano, semmai persone o esseri umani o semplicemente umani.
Spedivamo 5 newsletter alla settimana dedicate a eventi, sagre, cinema e viaggi e avevamo di fronte a noi decine di migliaia di persone più o meno equamente suddivise tra uomini e donne. Ci rivolgevamo direttamente a ogni iscritto: Ciao Paolo, Ciao Ilaria, Ciao Stefania, Ciao Giorgio. Avremmo potuto forse trascurare il loro genere? Cercavamo di districarci tra i paletti disseminati qua e là dalla lingua italiana, ricorrendo a parole e frasi che erano di genere neutro in tutto e per tutto (non semplicemente maschili con la funzione di neutro): espressioni come Sei mai stato a un concerto dei Rolling Stones? diventavano Hai mai provato l’ebbrezza di vedere i Rolling Stones dal vivo?
Preferivamo scrivere ai nostri 160mila iscritti: Sei felice che è arrivata l’estate? Mai avremmo scritto: Sei contento che è arrivata l’estate? E questo nostro modo di costruire le newsletter lo ha inventato un uomo, Giulio Nepi, oggi giornalista e social media manager a Liguria digitale.

Cosa sarà mai mettere quella benedetta a?

La prima volta che ho pensato alla necessità di usare la desinenza al femminile per i mestieri è proprio quando vivevo a Londra, parlando di lawers, teachers, ma anche di babysitters, essendo neutro in inglese, entrambi i sessi si sentono coinvolti nel linguaggio. Noi abbiamo il maschile e il femminile, e allora se una è donna e fa un mestiere che prima le donne non facevano, che cosa sarà mai mettere quella benedetta a! Suona male? Senti quanto è cacofonico ministra – me lo sono sentito ripetere mille volte – e allora maestra, non sono due parole quasi uguali?
Ripeto, non sono d’accordo nel trattare questo argomento ideologicamente, ma sono sicura che le cose stanno cambiando. Ci sono ancora tante resistenze e anche tante donne che mai rinuncerebbero a essere chiamate avvocato, come se il femminile svilisse la loro professione.

Fra una ventina d’anni si sorriderà di fronte a questi discorsi, li si vedrà vecchi e superati. E nessuno oserà più chiamare la presidente della camera signor presidente, come ha fatto Sandro Biasotti, ex governatore della Liguria, quando era in parlamento, rivolgendosi alla Boldrini che si è incazzata, ribadendo che lei è la signora presidente.
Biasotti, non me ne voglia, ma fra un po’ di tempo – l’Italia è lenta in tutto – non lo dirà più neanche lei.

Versione riveduta e corretta di un editoriale uscito su mentelocale nel 2015

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