Ho scritto questo racconto nel 1996, poi pubblicato nel 2005 nell’antologia a cura di Francesca Mazzucato, “Tua, con tutto il corpo”, LietoColle editore.

È arrivata di nuovo l’estate, calda e afosa. Me ne sto qui china sulla scrivania, regalo della mia scorbutica vicina, un’impiegata dell’Asl che concepisce piani diabolici per provocare le signore del vicolo, con le quali ostenta una superba alterità. Amante di medici sposati, puttana vera, come mi dicono le amiche che battono fuori dal portone, se la tira pure da gran donna.

China su questo scarto di scrivania sottratto alla voracità degli spazzini, sto preparando le domande e cominciando l’articolo sull’ultima personale del pittore che devo intervistare stasera. L’aria entra discreta attraverso le fessure della finestra che non mi risparmiano geli invernali e sudori estivi, il sole buca la finestrella scrostata, mentre la vecchia Olivetti, attrezzo inutilizzabile, mi fa patire, soffrire, bestemmiare.

Il filo della scrittura si interrompe ogni volta che un pensiero diverso sopraggiunge. I muri grondano fatica e la macchina da scrivere arcaica non mi lascia inseguire le rotte della mente. Mi manca il mio stupendo Macintosh, che mi sorrideva con il suo righello zeppo di comandi, con il suo cestino che aspettava gettassi via il superfluo. Con lui tutto era diverso: quando dovevo aggiungere qualcosa, lo facevo senza sforzi, tagliavo e incollavo, selezionavo e sostituivo, inserivo e salvavo. Insinuavo tra i risvolti del linguaggio nuove digressioni, arricchivo la materia prima di pure astrazioni, spostavo virgole e punti esclamativi. Ma il mio Macintosh portatile se lo sono rubati la settimana scorsa alla stazione. Sono le otto, è ora di cena, devo uscire, il pittore mi aspetta. Chissà se sarà come nelle foto sulle riviste, dove sorride sempre.

Ristorante trendy, cucina alla moda. Eccomi seduta in un angolo appartato, abbiamo appena finito l’intervista e stiamo chiacchierando in gran confidenza, addentando ravioli e tagliatelle, gustando vino di prima qualità. Mi sta dicendo che sono brava, il pittore, che sono intelligente. Sono anche bella, mi dice, avrò fortuna nella vita. Ha una donna della mia età che gli succhia la linfa vitale. Gli ci vorrebbe una come me, insiste tossicchiando. La sua Annalisa è piena di energia, vuole essere masturbata tre volte al giorno. “Anche quando ho il pennello in mano, capisci?”, mi fissa negli occhi con un’aria afflitta. Le lampade sui tavoli gettano un cono d’ombra, così non si vedono i miei sguardi increduli e paraculi. Fuori dalla finestra un gatto mi sorride, sembra strizzarmi l’occhio complice.

Ora il pittore sta parlando di libri, di arte, spettegola sugli scrittori, farnetica sull’amore, teorizza sul sesso.

“Se ti porto in un posto strano, molto strano, non ti scandalizzi?”

“No, sono nata per curiosare”.

“Mi prometti che non lo racconterai a nessuno?”

“Te lo prometto”

Usciamo in vico Alabardieri. Lui inciampa nel pavimento dissestato, sta quasi per cadere, ma si appoggia a un’auto in sosta e riprende a tossire. Sbuchiamo nella piazza della cattedrale e il ritaglio di cielo, che nel vicolo era incastonato tra i cornicioni dei palazzi, ora si trasforma in un quadrato sbilenco. Lì in mezzo spiamo le nuvole orlate di bianco. La pioggia ha lasciato il posto a una luna tutta piena.

Il pittore Marco Grigoli, occhi penetranti furbi intelligenti, suona il campanello. Sono al suo fianco, incuriosita, diffidente, combattiva. Sono ammesse solo coppie, recita un cartello giallonero. Apre la porta un bell’uomo, un corpo ben curato, gambe muscolose e attributi che sprizzano dai calzoncini aderenti. Ci scruta, ci rimira invadente e ci introduce in un locale troppo arredato. Una coppia nell’angolo mangia aragoste, l’altra filetto al pepe verde. Il sorriso di una donna tutta curve ci accoglie. Se ne sta seduta dietro al bancone con le tette che straripano dallo scollo.

Accettano solo coppie? E i single, poverini? Mi sento a disagio mentre ordino un gin tonic, il cervello si sta bruciando nei conti: metà delle persone qui dentro sono maschi, l’altra metà compresa me sono femmine. Perfezione numerica asfissiante. Sorseggio il gin tonic mentre penso ai transessuali che farebbero saltare tutti i calcoli, ma il pittore reclama la mia attenzione, mi afferra una coscia e cerca di baciarmi, proprio mentre mi stavo chiedendo se sono davvero una femmina anch’io. Mi accartoccio sul divano come se avessi preso una scossa.

“Lo so. Sono vecchio. Le donne non mi vogliono più”, sussurra con la voce roca.

Gli dico che non è vero, che non è vecchio. È che non avevo mai baciato uno che ha l’età di papà. Non mi sembra di averlo convinto. Cerco di rimediare: “Hai un bel viso. Molto intenso. Due occhi scuri che mi ricordano l’Oriente”

Una coppia salta sulla pista da ballo, la musica si fa più martellante. Sui divanetti si stanno lasciando andare a leccate hard, due donne ballano, si baciano e si spogliano. La musica è sempre più incalzante. Una coppia, lei mutandine tutte seta e pizzo, lui pene eretto, si avvia giù per una scala. Grigoli mi prende per mano e mi trascina: “Vieni”. Vado.

Sopra la rampa un monitor vomita coiti. Sbuchiamo in una stanza con un materasso a dieci piazze. Un’accozzaglia di persone si bacia, si tocca, si lecca in un groviglio confuso di pubi, tette, peli. Specchi alle pareti mostrano convulsi riflessi di corpi. Membra nude si mescolano in un fruscio di sospiri e frasi arrapate. Non è obbligatorio lanciarsi nella mischia, ma i guardoni non sembrano bene accetti. Una scala sprofonda ancora più giù. Grigoli si muove come se fosse a casa sua. Scende ansimante. Lo seguo come un’ombra. Un bagno elegante con doccia, bidè, asciugamani, una bionda fisico perfetto, piegata in due, appoggiata alla porta aperta, un maschio tutto muscoli che la sta penetrando da dietro.

Il signor Grigoli, artista metropolitano, è ormai paonazzo, apre l’ultima porta e entriamo in un’altra stanza tutta specchi con la moquette rossa. Un mugolio ci assale. Una decina di persone rotola in una mezza dozzina di metri quadrati. E fa l’amore. In tutte le posizioni. Sono eccitata, ma tutt’a un tratto mi viene un sospetto, una paura, un punto di domanda mi si conficca nel cervello. E se Grigoli ci lascia la pelle? Se gli viene un colpo? Non ce ne sono della sua età in circolazione. Ha la lingua di fuori: lo afferro per una mano e lo trascino su per le scale. Sbanda contro pareti, deretani sospesi per aria, peni in erezione, tette sporgenti. Si lascia trasportare. Ci risiediamo sul divanetto e scoliamo altri due gin tonic. Il padrone non sembra gradire guardoni che se la godono senza sporcarsi le mani e ci conficca addosso i suoi occhi ostili. È meglio imbucare la porta. Appena fuori mi abbraccia e io gli parlo subito di massimi sistemi, di crisi delle ideologie e di balzo nel buio. Faccio così per farlo ammosciare agli uomini. E ci riesco sempre.

Ora è aggrappato al volante della sua Volvo e allunga di nuovo le mani.

Non riesco a resistere, sei così bella“.

Mi lascio toccare un po’. La mano si fa insistente. Gli dico che voglio bere qualcosa.

“C’è un alberghetto qua vicino”, insiste.

“Ho sete”, ribatto.

Fuori dall’autostrada, sotto la sopraelevata che ruba spazio alla città, una fila di prostitute nere e slave. Grigoli le vede, fa una frenata che ci lascia metà copertone e si ferma a due centimetri da una bionda. La giovane donna si appoggia al finestrino:

“Non faccio coppie”

“Vogliamo solo parlarti”, insiste lui.

“Quanto mi dai?”

“Quanto vuoi?”

“Cinquanta”.

Una nera si avvicina: “Che volete voi due? Smammate!”

“Quanto per fare un giro in macchina?”, ribatte Grigoli.

Le due parlottano tra loro, tutt’intorno è buio, un’altra macchina si è fermata una ventina di metri più avanti. Il profumo delle due donne mi sta intasando i polmoni.

“Settanta euro e ci porti a fare un giro di dieci minuti”, propone la bionda, con un accento straniero.

Ecco che salgono. Grigoli guida per un paio di chilometri e si infila in una strada buia e polverosa che si insinua tra i capannoni industriali. Lontano i fari delle auto che sfrecciano sull’autostrada illuminano a sprazzi gru, rottami, reticolati. Sto cercando di convincermi che è tutto okay, non succederà niente di preoccupante, questa è la vita che mi sono scelta. Sono qua con questo famoso artista che ho intervistato per un settimanale, domani mattina non devo andare in nessun ufficio, non devo timbrare nessun cartellino, devo solo spedire il pezzo e l’intervista in redazione fra tre giorni. Grigoli blocca la Volvo vicino al muro di cinta di un magazzino. Un cane abbaia.

“Vieni nel sedile dietro, bello”, dice la bianca.

“Siamo qui per parlare. Non abbiamo altre intenzioni. Siamo due artisti. Diglielo anche tu, Giulia”, fa Grigoli supplicante.

“Sto scrivendo un romanzo su una prostituta”, improvviso.

Cocco, noi stiamo lavorando, non abbiamo tempo da perdere“, dice la donna, mentre accarezza il pingue fondoschiena di Grigoli, “O vieni qui o ci riporti indietro dove ci hai caricate”.

Grigoli non resiste, apre la portiera, esce, si siede sul sedile posteriore mentre la nera si sposta al posto di guida vicino a me. La bianca continua a palpare Grigoli, gli tira giù la cerniera e la nera comincia ad accarezzarmi le cosce. Cristo, non ho il coraggio di dirle di smettere perché non voglio pensi che sono razzista. Resisto un po’, poi no, cazzo, la nera comincia a leccarmi e non ne posso più. Dico imbarazzata: “Basta, ti prego”. Voglio succhiare tutto dalla vita, ma farmi pagare una prostituta da un pittore di successo, questo è troppo. Mi volto mentre la donna bianca succhia il pisello di Grigoli e lui geme, guardandomi.

Albeggia. Il pittore sta inforcando la sopraelevata. Il grattacielo a punta di matita sta colorando il cielo di un blu chiaro. Il mare non è più una lastra d’ardesia e l’orizzonte si sta sbiadendo. I magazzini del cotone, restaurati a festa, attendono navi con le stive cariche che non arriveranno mai più.

“Non volevo proprio che finisse così, ma è stata invadente. Non sono riuscito a fermarla. Per fortuna che ha usato il preservativo”, dice accostando l’auto all’angolo del mio vicolo. Non rispondo, ma sbadiglio. Apro lo zainetto per accendermi l’ultima sigaretta prima di schizzare fuori. Le sigarette le trovo, anche l’accendino, pure i tampax ma mi accorgo che patente, carta d’identità, bancomat e portafoglio sono svaniti insieme all’orgasmo di Grigoli. E a questa nottata che si conclude così, con una palla di fuoco arancione che sbuca laggiù tra cielo e mare.

 

La recensione di Adriana Albini

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