Una lunga tavolata pronta a raccogliere amici di tutte le nazionalità. Un bicchiere di Rossese appoggiato di fronte al crinale delle montagne che portano verso l’altrove. Una barriera di verde dalle mille sfumature che sale implacabile fino a Triora, un campanile romanico, tetti che scendono verso il labirinto dei carruggi, orti imbevuti dal sole, il pergolato con una vite che si arrotola intorno alle travi di legno, oggetti appesi che provengono da un passato di fatiche, pentole, vecchi lumi, ferri di cavallo, tende ricamate a mano, una vecchia madia. Sono a Molini di Triora in Valle Argentina. Case soprane. Il paese da quassù sembra rotolare a valle. La campana batte i rintocchi ogni mezzora, invadendo il silenzio. I torrenti piombano con fragore verso Agaggio, Badalucco e Taggia.

Casa Balestra

Sono ospite della famiglia Lantrua, Daniela e Giacomo, che amano aprire la loro casa, condividere passioni, raccogliere amici e conoscenti intorno alla loro tavola, per mangiare insieme la tipica sardenaira, i fiori di zucchina ripieni, le magnifiche torte di verdura del Ponente, nonché il coniglio con le olive taggiasche.

La casa apparteneva alla madre – alla famiglia Balestra – discendente di un medico chirurgo, tra i primi ad applicare il vaccino contro il vaiolo, Giovanni che ha firmato insieme ad altri compagni proclami risorgimentali. Per questo il re Carlo Felice lo ha anche chiuso in prigione. Suo figlio Pietro (1841 -1912) però è diventato vescovo, decidendo di lasciare la Valle Argentina, per trasferirsi prima ad Acqui e poi a Cagliari, dove è diventato arcivescovo. Al piano nobile c’è ancora il suo ritratto, che staziona proprio dietro alla scrivania d’epoca (guarda fotogallery). Una casa che sussurra tante storie dicevo, con la sua cantina zeppa di damigiane antiche, la stalla, le tante stanze da letto arredate come ai vecchi tempi, i ritratti appesi alle pareti, la cucina che profuma ancora delle vite che l’hanno attraversata.

I Lantrua trascorrono qui la bella stagione e, telefonando, si può avere l’opportunità di visitare la loro casa.

(Info: Giacomo +39 339 2121829 Daniela +39 339 6101607. Mail: casabalestra13@gmail.com

Giovanni, da Molini di Triora, lo zio missionario e santo

Ma non è finita qui, Daniela e Giacomo, per parte di padre, sono diretti discendenti di un Santo massacrato in Cina, Giovanni da Molini di Triora, al secolo Francesco Maria Lantrua (Molini di Triora, 15 marzo 1760). Missionario, muore martire nella città di Changsha nello Hunan (7 febbraio 1816): viene strangolato dopo essere stato torturato a lungo affinché rinneghi la sua fede. È stato santificato nel 2000 da Papa Giovanni Paolo II insieme con gli altri 119 martiri cinesi.

«Mi ricordo ancora la messa in paese dopo la santificazione di san Giovanni, io non volevo entrarci, non sono una credente – racconta Daniela Lantrua – e non mi è piaciuto per niente quello che è stato detto durante la cerimonia. È stata data la colpa ai comunisti cinesi per l’assassinio del mio antenato, peccato che la rivoluzione in Cina è avvenuta dopo la Seconda Guerra Mondiale».

Daniela è una pasionaria, militante di Legambiente, da anni sorveglia il territorio del Ponente contro le speculazioni e lo sfruttamento del territorio. Si è dedicata con passione e coerenza anche al restauro, recuperando spicchi di paesini, da Fanghetto in val Roja a Torre Paponi, sopra san Lorenzo al Mare. Si è battuta anche per il recupero e la ristrutturazione del mulino del paese, che con le sue vecchie pietre si appoggia sulla riva del torrente. Molini di Triora non si chiama così a caso, con tutti i corsi d’acqua che la attraversano.

Ora il mulino è aperto al pubblico, con postazioni web che tutti possono usare, una sala per consultare libri e riviste, una sala audiovisivi. Tra le altre cose, una mostra fotografica sugli acquedotti dell’Amaie e della diga di Tenarda. Ha anche una pagina facebook (Orario estivo: tutte le domeniche da giugno a settembre, ore 16:00-19:00; orario invernale: ogni prima domenica del mese dalle ore 14:30 alle 17:30. Info: +39 338 3734907 – +39 334 9324232).

Mariachiara Zucchetto, del ristorante Santo Spirito

«Mia Bisnonna Rosetta Balestra era la sorella della nonna di Giacomo e Daniela, la maestra Faustina. Insomma la nipote diretta del vescovo Pietro – mi racconta Mariachiara Zucchetto, proprietaria del ristorante Santo Spirito, un vero presidio in paese – e ha vissuto nella casa di famiglia fino al giorno della pentecoste del 1897, quando ha sposato mio nonno Angelo Zucchetto e insieme hanno aperto la locanda Santo Spirito e la macelleria. È rimasta vedova molto giovane, con sei figli ancora piccoli, ma è andata avanti, senza mai lamentarsi per le difficoltà e le sofferenze. La ricordano tutti ancora come una donna generosa e laboriosa».

La maestra Rosalba

Anche la mamma di Daniela e Giacomo Lantrua, Rosalba, era una maestra, proprio come la nonna, e su Facebook ho intercettato questo bellissimo commento di Elisa: «Michela, Andrea e tutti gli altri alunni della maestra Rosalba, vi ricordate quante bellissime giornate trascorse in questa casa? La maestra ci portava a raccogliere le castagne e poi preparavamo le caldarroste nel camino. Quante corse su e giù per le scale ad esplorare quelle fantastiche e misteriose stanze. Grazie a Daniela Lantrua e a suo fratello Giacomo per questa iniziativa che sono sicura avrebbe fatto felice vostra mamma! E grazie ancora una volta alla Maestra (con la M maiuscola!). Rosalba è stata prima di tutto maestra di vita!»

Tutta una genealogia femminile

I Lantrua non si sono fatti mancare niente nella loro genealogia femminile. Mi racconta Daniela: «Il nonno Giacomo, il marito della maestra Faustina, di cognome si chiama Stella, come una delle streghe arse vive a Triora, Isotta, di famiglia nobile. Le donne di casa Stella portavano i capelli lunghi e sciolti, fumavano, suonavano la chitarra e mangiavano a tavola insieme agli uomini. La sorella di nonno Giacomo, So’ Nettin, aveva anche divorziato e, quando incontrava in chiesa mia madre, la faceva sedere vicino a lei e le chiedeva: “zo che ti hai mangiou a meggiudì?” (Cosa hai mangiato a mezzogiorno?). E, dopo che mia madre le aveva risposto, So’ Nettin ribatteva tutta goduta: “Mi a l’ho mangia a bistecca con il contorno de sauissa!” (Io ho mangiato la bistecca con il contorno di salciccia).

Questa la ragione per cui i Balestra non volevano far sposare mia nonna Faustina con Giacomo, che era maresciallo maggiore a cavallo dei carabinieri. Consideravano le donne di casa Stella poco serie. Infatti furono costretti a sposarsi alle sei del mattino, senza invitati. Mia nonna era vestita con un tailleur color “blu De Pinedo”, un colore intitolato a Francesco De Pinedo, generale di brigata aerea».

La valle Argentina mi ammalia

Daniela è anche un’ottima ospite e una gran brava cuoca, ma tutta la Valle Argentina mi ammalia ogni volta che la percorro. È anche la valle di Triora e delle streghe, dell’oliva taggiasca che ho raccolto con le mie mani insieme alla famiglia Revelli, la valle che termina a Verdeggia e Realdo, che come un aquila sta appoggiato su una falesia (ne ho scritto più volte) la valle ai piedi del Monte Saccarello, il più alto della Liguria, dove passa l’Alta Via dei Monti Liguri, la valle dei brigaschi, una comunità divisa in due tra Francia e Italia dopo la Seconda Guerra Mondiale (anche su di loro mi è scappato un articolo).

Il frantoio Roy

Ma è anche la valle dove è fiorita l’azienda Roi, con i suoi oliveti e il suo frantoio, con i suoi prodotti ben posizionati tra gli scaffali di Eataly, in tante parti di Italia e del mondo. Appena entrata in valle sia all’andata che al ritorno mi sono fermata nel negozietto di Badalucco, dove Franco e Rossella ogni volta mi danno il benvenuto, mi offrono da bere e mi raccontano l’ultima. Anche se non li vedo per anni, è come se ci fossimo incontrati la sera prima. Ebbene hanno un grande progetto in cantiere, me lo svelano: all’azienda è stato affidato un grande spazio a FICO Eataly World, a Bologna, una mega struttura tutta dedicata al cibo italiano, che sarà inaugurata il 4 ottobre. Sono previsti sei milioni di visitatori l’anno e gestiranno lo spazio dedicato all’olio d’oliva. Ma di questo parleremo un’altra volta.

Amo questa magica valle

Mi sento a casa qui, questa terra è la mia terra, come scriveva Woody Guthrie, maestro di Bob Dylan. Non c’è angolo di questa valle che non mi commuova, come il piccolo negozio di Nanda ad Agaggio, una fiera signora novantenne sempre vestita di tutto punto che continua a lavorare con entusiasmo. Fermatevi se passate, è un piccolo scrigno, ci troverete di tutto. Ma soprattutto potrete conoscere lei.

Quest’estate non massacratevi solo sulla costa in spiagge improbabili e zeppe, ma inforcate anche questa valle che parte da Arma di Taggia, porterete a casa solo bei ricordi. E tanta serenità.

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Pubblicato per la prima volta su mentelocale.it

5 Comments

  1. La première fois que j’ai visité le petit village de CORTE, ce fût un choc à la fois esthétique et physique… Car je fus imprégné par la beauté des lieux emprunts tout à la fois de rudesse de ces montagnes splendides et de douceur inscrite dans une nature somptueuse et encore préservée.
    C’était comme une fenêtre ouverte sur un nouvel absolu qui me bouleversait et me faisait entrer dans le corps d’un passé pas tout à fait révolu, comme figé dans les pierres des maisons.
    Tout me parlait à moi l’ancien élève à l’école de Louvre, pétri de culture classique et redecouvrant au fil de mes déambulations les merveilles de l’art dans les trois somptueuses églises de CORTE.
    Là notion d’œuvre d’art totale prenait ici tout son sens.
    Je fus tellement subjugué par ce que je découvris que je devins jaloux de ce petit village épargné par les plaisirs vulgaires de la côte. Je voulais le garder pour moi seul et n’en point en partager les beautés, souhaitant que sa réputation ne s’étende pas trop malgré un tourisme encore discret.
    Je sais maintenant que ce morceau de beauté éternelle est le lieu où je souhaiterais m’éteindre comme les soleils couchant que j’ai le bonheur de contempler chaque fois que j’y retourne…

    • Laura Guglielmi Reply

      Traduco questo poetico intervento: La prima volta che ho visitato il piccolo borgo di CORTE è stato uno shock sia estetico che fisico… Perché sono rimasto impregnato dalla bellezza dei luoghi mutuata sia dall’asprezza di queste splendide montagne sia dalla morbidezza inscritta in ambienti sontuosi e immobili natura preservata.
      Era come una finestra aperta su un nuovo assoluto che mi travolgeva e mi trasportava nel corpo di un passato non del tutto scomparso, come congelato nelle pietre delle case.
      Tutto parlava a me, ex studente della scuola del Louvre, immerso nella cultura classica e riscoprendo durante il mio peregrinare le meraviglie dell’arte nelle tre sontuose chiese di CORTE.
      La nozione di opera d’arte totale assume qui il suo pieno significato.
      Rimasi così affascinato da ciò che scoprii che diventai geloso di questo piccolo borgo risparmiato dai volgari piaceri della costa. Ho voluto tenerlo per me e non condividerne le bellezze, sperando che la sua fama non si diffondesse troppo nonostante il turismo ancora discreto.
      Ora so che questo angolo di eterna bellezza è il luogo in cui vorrei svanire come i soli al tramonto che ho il piacere di contemplare ogni volta che ci torno…

    • La memoria è importante per vivere il presente e il futuro con più consapevolezza. Grazie per le tue parole. Racconterei volentieri anche una storia su Carpasio. Suggerimenti?

  2. Dario Banaudi Reply

    Conservare le nemirue e accrescere un patrimonio ricco di potenzialità per progettare il futuro, brava bellissimo racconto, venite anche a Carpasio

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