Ho visto crescere Cesare Viel, come uomo e come artista, ho visto nascere installazioni e performance, ho visto mescolarsi le nostre passioni, travasare i suoi interessi nei miei e viceversa. Il suo e il mio desiderio di guardare al mondo con occhi curiosi non ci ha reso la vita sempre facile.
Sono stata invitata a gettare uno sguardo sul suo lavoro in occasione della mostra “Più nessuno da nessuna parte” al Pac, perché? Cerco di rispondere.

Mi gioco fino in fondo, ma il fondo ha una fine?

Viel indaga le emozioni profonde, spesso riesce a distinguerle con più nettezza nella scrittura delle donne. Per questo si è travestito da Virginia Woolf, per questo, per un suo lavoro su Cesare Pavese, ha scelto le parole di Natalia Ginzburg.
Gioca con la vita e con la morte, si immerge nell’ansia che stringe alla gola. Brucia nel letto insieme alla Bachmann, inghiotte barbiturici come Pavese, annega con un sasso in tasca come Virginia Woolf.
Si confronta con gli spettri della cultura contemporanea, rimesta nel rimosso. Non sono lavori alla moda, ma opere che stanno durando nel tempo, e vincono su ogni conformismo. Il suo è sempre stato un procedere in direzione ostinata e contraria, e ha anticipato alcune tematiche. Se prima alcuni addetti ai lavori influenzati da un’atmosfera provinciale, come quella italiana, tendevano forse a rimuovere l’artista che rimesta nel rimosso, ora le generazioni più giovani ne comprendono i codici con più disinvoltura.
A me viene da sorridere pensando a come cambiano le cose.

Androginìa, 1994

Avevamo vent’anni, quante serate a discutere sull’identità di genere e su come fosse importante nella nostra epoca miscelare le caratteristiche migliori del maschile e del femminile, per compiere un salto antropologico. Su quanto non fosse nostro desiderio percorrere gli stereotipi delle coppie latine, dove in genere le donne fanno fare agli uomini quello che vogliono senza che questi se ne accorgano. Un potere femminile nasco-sto che mi ha sempre fatto venire mal di pancia. Bandire la gelosia, percepirsi come single, libertà in ogni scelta.
Poi quel video, anticipatore, dove Cesare si fa doppiare da una voce femminile. L’avevamo trovata insieme quella voce. Un’opera densa di letture tutte sue, ma in sintonia con i nostri lunghi discorsi in quelle notti alcoliche. Rivederlo oggi esposto in mostre collettive e personali, mi fa piombare in un passato lontano.
Con tutte le incertezze, si era sulla strada giusta.

Ritratto di un amico, 1999-2000

Mi ha sempre un po’ impressionato questo suo lavorare sulla morte. Mi sconcertò quando mi disse che voleva leggere, per una sua performance a Torino, un testo di Natalia Ginzburg, scritto in ricordo di Cesare Pavese. Dove? Nella stanza in cui lo scrittore si era suicidato, all’Hotel Roma, la 346.
L’albergo diede l’autorizzazione, ma un attacco del critico Lorenzo Mondo che definì Viel un vampiro su “La Stampa” impaurì i proprietari che decisero di non concedere più la stanza.
Fu toccante vedere quanto Nico Orengo, allora direttore di Tuttolibri de “La Stampa”, se la prese a cuore, difendendo l’operazione dell’artista e andando contro uno storico compagno di strada come Mondo, che aveva fatto un gesto incauto, non conoscendo bene Viel e forse poco l’arte contemporanea, per lo meno quella della nostra generazione.

Tra gli altri, seguì anche un bell’articolo di Paolo Mauri sulle pagine culturali de “la Repubblica”. Anche lui giudicò la performance su Pavese in quella stanza d’albergo un gesto di gentilezza, come un mazzolino di fiori, nei confronti dello scrittore.
A un pranzo di lavoro in Piemonte mi ritrovai seduta vicino a un parente delle nipoti di Pavese, che erano intervenute su “La Stampa” insieme a Mondo, avanzando dubbi sulla performance di Viel. Poco prima del dolce, cominciò a raccontarmi tutta la vicenda dal suo punto di vista. Si imbarazzò quando gli dissi che quell’artista era il mio compagno. Rimase stupito, rendendosi conto che eravamo due persone normali, per quanto questa parola possa essere congeniale a Cesare e a me.
Così le due nipoti di Pavese, con nostra commozione, vennero al “Torino Film Festival”, quando fu proiettato il film Hotel Roma, per la regia di Gianfranco Barberi, che raccontava la performance andata a male. Molto riservate, ci salutarono prima di andar via, erano emozionate anche loro. Uno dei casi in cui il mio lavoro si è intrecciato a perfezione con il suo.
A volte, ma solo a volte, tutto ritorna.

Thank you Emily, 2002

Un trentennio complesso quello che ha attraversato Viel, a partire dalla fine degli anni ottanta a oggi. Due opere in particolare narrano con un certo impatto visivo la cronaca internazionale. La prima fa parte di Thank you Emily ed è un disegno ricavato da un giornale che raffigura “l’uomo che cade”, per dirla con Don De Lillo.

Un’immagine che ha fatto il giro del mondo, che abbiamo visto tutti, che ha smosso qualcosa dentro ognuno di noi. Quell’uomo a testa in giù, che si lascia andare, composto, incontro alla morte, per non bruciare rinchiuso dentro a un grattacielo in fiamme. Quella morte che Cesare spesso evoca nelle sue opere, la morte degli scrittori da lui amati (Ritratto di un amico, 1999-2000, Progetto Bachmann, 2006) o quella dei genitori (Avvicinandoti a distanza, 2008, e Il giardino di mio padre. Gli oggetti sotterrati, 2019, realizzato apposta per questa mostra).
Quella morte proiettata sugli schermi dell’intero pianeta e che racconta un attentato che ci ha cambiato per sempre. Dopo l’attentato alle Torri Gemelle niente è più stato come prima.

Diario contemporaneo, 2004

La seconda immagine, invece, fa parte del ciclo Diario contemporaneo. Cesare in questo caso ha disegnato, con pennarello su foglio bianco, un uomo e una donna con due bambini che stanno guardando la televisione. Tutti tranquilli, mamma e papà sul divano, la figlia e il figlio seduti per terra, colti in un momento di pace domestica da pubblicità Ikea.
Però sullo schermo piatto al quale sono tutti intorno come fosse un oracolo appare Saddam Hussein colto mentre un medico gli sta ispezionando la gola, uno sberleffo alle varie normative sulla privacy, un’opera che Viel ha scelto di appendere in casa nostra e che fa entrare drammaticamente la Storia nei momenti di riposo o di lettura, quando siamo seduti sul divano.
Ma una vera quiete non l’abbiamo mai cercata.

To the Lighthouse. Cesare Viel as Virginia Woolf, 2004

Viel ventenne era spesso immerso nelle sue letture, ficcava la testa nelle teorie degli strutturalisti, amava Roland Barthes e leggeva intensamente Thomas Bernhard. Non aveva ancora approcciato Virginia Woolf, un mio cavallo di battaglia.
Estate 1993, Baselga di Piné, Trentino, casa dei suoi nonni. Vicino ci sono due laghi, Serraia e Piazze, spesso ne percorriamo il perimetro a piedi, anche di notte. Lui ha un po’ paura. A me piace camminare al buio. Nessuno intorno. Più nessuno da nessuna parte.
Di giorno sotto il sole cocente gli chiedo di riprendermi con la nostra Sony hi8, mentre leggo ad alta voce l’inizio di Gita al faro di Virginia Woolf. Sono ossessionata da quel testo che mi appartiene profondamente. La telecamera è la stessa di Viaggiatori/Viaggiatrici (1994) e di Short Stories (1995), le cui riprese abbiamo fatto vagando per l’Europa.

“Sì, certo, se domani fa bel tempo” disse la signora Ramsay.
“Però dovrai essere in piedi con l’allodola” aggiunse.
A suo figlio queste parole comunicarono una gioia straordinaria, come se fosse stabilito che la spedizione avrebbe avuto luogo senz’altro, e l’incanto cui aveva agognato, per anni e anni gli pareva, fosse, dopo il buio di una notte e la traversata di un giorno, a portata di mano.

Viel ci mise un po’, ma poi tutt’a un tratto, più di dieci anni dopo ha costruito la sua performance To the Lighthouse, che ho visto per la prima volta dieci anni dopo ancora, a Palermo nel 2014, intuendo quanto quei panni che ormai indossava da tempo gli calzassero a perfezione. Più che a me.
Per quanto riguarda Trento e Baselga di Piné, dove sono parte delle sue radici, ne parla spesso con nostalgia. Da quando suo padre ha venduto la casa sul lago ci siamo tornati una volta sola, era inverno, ghiaccio tutt’intorno. Ma so che ci sarà da aspettarsi un’opera su questi luoghi. È lì che sta per venire alla luce.
Prima o poi busserà prepotentemente alla porta e si farà viva.

Infinita ricomposizione, 2015

Trovo questa installazione allegra, solare, catartica. Negli anni, tante volte ho provato a suggerirgli l’uso dei colori. Come d’altra parte qualche curatore con cui ha lavorato. Quest’opera la trovo importante nella sua evoluzione. Per anni ha censurato la sua passione per Matisse, il pittore che lo ha fatto innamorare dell’arte. Trovo interessante
questa scomposizione dei quadri dell’artista francese, così come i ritagli di feltro che ne vengono fuori.
Matisse è lì, un gigante, ma la sua opera può essere ricontestualizzata nel contemporaneo, scomposta e ricomposta in infiniti modi affinché vengano fuori nuove e inedite forme nello spazio. Attraverso una performance continua. Tutto il nostro agire è un comporre e uno scomporre continuo.

Niente è definitivo, tutto è impermanente.

Nel cuore della relazione, 2019

Può sembrare strano che la sua compagna da più di trent’anni intervenga sul catalogo di questa mostra, una personale con opere del passato e del presente. Però Viel lavora spesso sull’identità e sulla relazione, partendo sì dagli scrittori, filosofi e saggisti che lo accompagnano da una vita, ma anche dal dato autobiografico.
A volte nelle sue performance mette in mostra il rapporto profondo con le persone che gli sono state accanto, come le opere già citate sul padre e la madre, ma mai lo ha fatto con una persona in vita, che non sia un artista. Ho il piacere di essere la prima, in mostra c’è un’opera audio, la prima realizzata esplicitamente insieme: Nel cuore della relazione.
Meglio da viva che da morta.

Siamo arrivati in fondo, ma non alla fine
La scrittura è il nostro terreno comune, Cesare la rende opera attraverso la costruzione manuale di frasi, io la uso per raccontare storie. 
“Dal fondo dell’opaco io scrivo” è una frase di Italo Calvino su cui ho lavorato a lungo, intessendo anche una mostra sul paesaggio di Sanremo e la poetica dell’autore de Il barone rampante.

C’è un lavoro di Viel in cui queste parole calviniane risuonano, una frase-tappeto cucita in India con filo rosso e nero, credo sia questa la sintesi della nostra esperienza nei confronti del mondo:

Mi gioco fino in fondo, ma il fondo non ha fine.

Il presente intervento è tratto dal catalogo della mostra “Cesare Viel. Più nessuno da nessuna parte” (SilvanaEditoriale, 2019). Gli altri interventi sono di Diego Sileo, Cesare Viel, Francesco Bernardelli, Emanuela de Cecco, Francesca Guerisoli, Antonio Leone.

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