È sempre lì. Dagli anni Cinquanta fa brutta mostra di sé, in piazza Caricamento a Genova. Spunta con il suo profilo grigiastro di ben quattro piani sui palazzi medievali che gli tengono compagnia intorno. Qualcuno lo chiama palazzaccio o ecomostro. Lì ci abitano persone che conosco e un mio caro amico ha tra quelle mura gli uffici della sua azienda. Non voglio certo prendermela con loro.

Ma quando si passeggia all’Expo, oppure si attraversa Piazza Caricamento, guardandolo, è come se ti arrivasse un pugno in faccia.
È stato costruito dopo la Seconda Guerra Mondiale per coprire lo squarcio provocato da un bombardamento aereo. Forse sarebbe meglio avessero pensato ad un’area verde o all’intervento di un urbanista o architetto con i fiocchi, ma si doveva fare in fretta e dimenticare le ferite recenti. Però alla fine si è creata una ferita che non si chiude più.

Non c’è quasi traccia del palazzaccio sul web, né dati storici, né nome dell’architetto o ingegnere o geometra che l’ha progettato. E dove si parla di Piazza Caricamento, e dei suoi palazzi storici, nelle foto sono stati ben attenti a tagliarlo fuori. Chi usa l’hastag #piazzacaricamento su Instagram sta ben attento, nella maggior parte dei casi, a non riprenderlo nelle foto postate.

Sì è spesso discusso se era il caso di abbatterlo. Ma come si fa ora? Chi rinuncerebbe a lasciare quagli spazi – uffici o abitazioni che siano – che hanno una vista fantastica sul Porto Antico e sul mare. Un tal panorama che fa anche sopportare il rumore della caotica sopraelevata lì di fronte.
Ebbene è la cosa che meno mi piace incontrare con lo sguardo da quando vivo a Genova. Tutte le volte sento un dolore. Credo che siamo in tanti.

Invidio chi ha potuto vedere piazza Caricamento senza quello sfregio. Scrittori come Tobias SmolletHenry James, Flaubert, Melville, Mary Shelley, Mark Twain oppure Giuseppe Verdi, soggiornarono all’Hotel Croce di Malta, nel vicino vico Morchi. Vorrei in realtà poter godere di tutta Genova con i loro occhi, senza le troppe brutture costruite in tutto il Dopoguerra, fin sulla cima delle colline. Ma questo è un sogno.

L’opinione.

Ho deciso di fare lo spunto su questo palazzaccio, su suggerimento di Roberto Pisani, genovese, ma che vive nell’entroterra.
Ecco cosa mi ha scritto: «Non ho idea di quando precisamente sia stato costruito, immagino negli anni della ricostruzione post bellica. Erano anni in cui l’edilizia si sviluppava a tutti i livelli, costituendo la spina dorsale del boom economico. E rispondeva ed esigenze che non andavano per il sottile per quanto riguarda i canoni estetici.
Ma è poi così necessario che l’utile prevalga in modo determinante sulla bellezza? La domanda è legittima. In epoche passate, in cui non si può affermare si vivesse particolarmente negli agi, vi era tuttavia un’attenzione alle forme, alle proporzioni, alla coerenza della scelta dei materiali. Fin nei minimi particolari. Ciò faceva in modo che tutti, ricchi e poveri, potessero beneficiare dall’armonia che ne derivava. E questo è il bello dei borghi piccoli e grandi di mezza Italia.
Venendo al “palazzaccio” in questione (avrà poi un nome?) era proprio necessario che fosse così in discontinuità con gli equilibri di una piazza concepita, come tutte, in base a regole ben precise? Era necessario che la sua altezza fosse superiore a quella di un elemento architettonico che deve primeggiare per definizione, ovvero quella di una torre? E quel grigio cosa ci viene a dire se non che il grigio dei muri, delle periferie, del cemento, non piace a nessuno?
Ora che non c’è più la scusa dell’urgenza della ricostruzione e che si vorrebbe rivendicare il valore della bellezza come un bene per tutta una comunità, come ci piacerebbe che ci si spingesse a desiderare, tutti insieme, che quel palazzo sia eliminato in nome di un’altra concezione di modernità».
Uno spunto un po’ insolito per me che vado sembra a caccia di belle notizie.
Però perché non sognare le armoniche facciate dei palazzi medievali e la Torre Morchi di Caricamento senza il palazzaccio?

Il racconto di chi ci abita.

Giulio Bellutti, pittore, vive all’ottavo piano del palazzo in questione: «Il palazzo è del 1954 – spiega – “Sembra” sia stato progettato dall’architetto Pacelli, nipote del più famoso zio. Le malelingue dicono anche sia opera di un giovane Gabrielli, ma sai… Nato per essere sede di uffici prestigiosi e di compagnie navali. Quando studiavo all’università lo si definiva, come un buon inserimento del modello razionalista, che fa tanto tedesco. Durante la ricostruzione ha dato un forte senso della ripresa. Anch’io in un primo momento non avrei voluto andarci a vivere, poi la luce e la vista mi hanno convinto.
Nell’ingresso ci sono due bei “portali” in marmo dello scultore Tampieri, che mettono in luce le industrie di Genova, le navi, le acciaierie»

Il racconto di chi ci ha lavorato.

«Per una trentina d’anni ho lavorato in un ufficio al decimo piano – racconta Sergio Gibellini – Negli anni d’oro pare ci lavorassero millecinquecento persone. Gli antichi, angusti, oscuri scagni dell’angiporto avevano trovato spazi luminosi ed un moderno assetto in un unico edificio.
Era stato progettato con criteri di razionalità ed efficienza, con quattro velocissimi ascensori e un moderno impianto di aria condizionata. Gli infissi e gli arredi interni erano stati allestiti con materiali di pregio: legno Douglas, alluminio, cristalli, ottone.

Ogni porta interna presentava delle feritoie disegnate per la circolazione dell’aria condizionata. Le finestre erano  ampie e moderne con telaio in legno marino e doppi vetri. Le superfici esterne erano rivestite di tasselli chiari a mosaico. I materiali ricordano lo stile delle navi passeggeri dell’epoca.
La facciata principale del palazzo è orientata ad ovest. Dai balconi abbiamo visto splendidi tramonti, l’evolversi delle stagioni, i cieli tersi invernali, l’arrivo di paurosi fronti temporaleschi, ma anche i cambiamenti urbanistici di quell’area di Genova.
Provenendo da un grigio ufficio milanese, arrivai in quel palazzo nel 1984, quando l’area de Porto Antico era ancora chiusa alla città, attraversata da binari, percorsa da autocarri e treni merce e, nelle banchine presso l’Acquario, attraccavano ancora le navi. Piazza Caricamento non era ancora pedonalizzata.
Assistemmo alla costruzione del Bigo e dell’Acquario, al restauro e trasformazione dei Magazzini del Cotone, alla creazione di Calata Sanità e delle Marine, agli scavi archeologici dei vecchi moli poi ricoperti, alla costruzione del tunnel, all’inaugurazione delle Colombiadi, all’arrivo della metropolitana, alla demolizione del Silos Granario. E, poco distante, a quella della Caserma dei Vigili del Fuoco in via Quadrio. Seguimmo l’arrivo di Papa Wojtyla in battello dall’aeroporto, cortei e manifestazioni, la costruzione della barriera di grattacieli di San Benigno, che ci tolse la visuale sui monti del ponente e su parte delle Alpi Liguri e Marittime. Da lì assistemmo all’eclissi di sole e sentimmo qualche scossa di terremoto. Durante il G8 dovemmo evacuare essendo in zona rossa.
Un pregio del palazzo era indubbiamente la sua posizione strategica nel centro di Genova facilmente raggiungibile con mezzi pubblici e vicino al vivace centro storico.
Dopo le riunioni di lavoro, a volte accompagnavo gli ospiti per un giro a piedi nel centro storico: Cappella degli Spinola, palazzo Spinola di Pellicceria, Via Garibaldi, Spianata Castelletto, Via dei Macelli, Campetto, San Matteo, San Lorenzo, Palazzo San Giorgio. Tutti rimanevano stupiti delle ricchezze di Genova che non erano molto conosciute.
A proposito di palazzi moderni che stonano rispetto agli altri vicini, ricordo che durante il G8 a Genova in Piazza Matteotti un palazzo venne rivestito con teloni che riproducevano una facciata più antica, sorretti da tubi innocenti. Si diceva lo avesse voluto il premier di allora.
Forse si potrebbe antichizzare la facciata del “grattacielo di Caricamento”? Nonostante la bruttura dell’edificio e la stonatura architettonica rispetto al water-front di Sottoripa devo ammettere un po’ egoisticamente di essere affezionato a quel “palazzaccio”».

Nel Dopoguerra si odiava tutto ciò che sapeva di vecchio.

«Purtroppo, come dice Bellutti, negli anni del Dopoguerra c’era una mostruosa voglia di eliminare qualunque cosa fosse “vecchio”» – spiega l’architetto Franco Amico. «Infatti il palazzo fu salutato come una ventata di modernità. La leggenda narra che qualcuno si spinse addirittura a proporre la demolizione di altre parti di Sottoripa per costruire altre “modernità” come quella. Certo che a guardarlo ora, con gli occhi di una ritrovata consapevolezza urbanistica e architettonica, quell’edificio è veramente agghiacciante».

La parola agli architetti

Commenta Alberto Boccardo: «Il palazzaccio di piazza Caricamento -mi è stato detto- è di un tal architetto Pacelli di Roma. Il nome mi dice qualcosa, ma non ne so di più.
Non amo il razionalismo ma, ti assicuro, se lo guardi a prescindere dal luogo in cui si trova, non è peggio di tanti edifici costruiti negli stessi anni, o poco prima, da architetti più o meno bravi di lui, ma non per questo esclusi dalle riviste specializzate, né mal considerati.
A mio parere, il problema di quel palazzo, sono i 4 o 5 piani che svettano al di sopra di tutti gli altri, che il buon Pacelli ha cercato di mascherare arretrandoli un po’, evidentemente per assecondare i famelici costruttori, senza riuscire a nascondere quella che si chiama una speculazione edilizia bella e buona. Per il resto è un esempio di sobria architettura figlia del suo tempo, vorrei dire senza infamia e senza lode, tutto sommato abbastanza composta e fin quasi elegante.
Ho appena detto “a prescindere da luogo in cui si trova”, come se fosse legittimo poterlo fare. Ma non è così. La questione dell’ambientamento apre un dibattito spinoso che fa litigare gli architetti.

L’architetto Manrico Mazzoli, così come Giuseppe Grasso (guarda la fotogallery) e tanti altri, propone: «Un concorso di idee che intervenga sulla “facciata” senza toccare l’interno. O con interventi artistici o con interventi architettonici. Potrebbe essere un intervento non troppo costoso e sicuramente migliorerebbe l’impatto visivo. Ormai la “pelle” degli edifici è diventata un tema a se stante spesso “distinto” dalla forma interna. Oppure una pelle “comunicante” con la città sfruttando le tecnologie led. Forse troppo Blade Runner?

A me il Palazzaccio di Caricamento piace.

C’è anche chi ha una visione controcorrente: «Non amo il Medioevo, amo il Seicento perché è stato il secolo delle scoperte e dei viaggi verso terre ignote e verso gli Stati Uniti, una delle mie grandi passioni – dice Rosalba Daisy Butera –  E poi il Novecento, la nascita della modernità, del cinema, dell’architettura moderna, i condomini, le portinerie, quadrati regolari, puliti e rassicuranti. Gli anni Cinquanta sono un altra mia passione. Mi piacerebbe molto ci fosse un percorso turistico in città sul quel tipo di architettura. Conoscere le storie di chi ci ha vissuto all’interno, quella schiera di segretarie, capi ufficio, ingegneri, tecnici e creativi».

Buttarlo giù? Un sogno

Mi scrive Massimo:  «Lo detesto in facciata sulla piazza, ma ancor più nella visuale del centro storico che ho da casa mia, poco distante da lì.
Attira e disturba lo sguardo di tutto ciò che lo circonda in un raggio di almeno cento metri.
Interventi di restyling non li auspico li temo come la toppa peggiore del buco.
Il sogno sarebbe eliminarlo, ma so che rimarrà tale»

Voi cosa ne pensate?

Scrivetemi una mail a scrivimi@lauraguglielmi.it oppure lasciate un commento qui sotto o su facebook.

Le foto di Genova del passato me le ha suggerite Alessandro Lombardo. Le foto delle immagini di palazzi per il restyling del palazzaccio sono prese dai seguenti siti: https://bit.ly/2Gkbrk8, https://bit.ly/2Ih1oZM, https://bit.ly/2GFF0fw, https://bit.ly/1ISdwiR, https://bit.ly/2pyN5Gp.

Se vuoi, contattami o -per seguire i miei articoli- iscriviti al mio gruppo su Facebook

4 Commenti

  1. Lo detesto
    Lo detesto in facciata sulla piazza, ma ancor più nella visuale del centro storico che ho da casa mia, poco distante da lì.
    Attira e disturba lo sguardo di tutto ciò che lo circonda in un raggio di almeno cento metri.
    Interventi di wrestling non li auspico li temo come la toppa peggiore del buco.
    Il sogno sarebbe eliminarlo, ma so che rimarrà tale.

  2. Tutto sommato è una testimonianza di un certo momento storico,quello della ricostruzione e letto in questa chiave ha una sua rispettabilita’. Tra l’altro è pure costruito con un certo criterio: si è mantenuto in buone condizioni. Sono molto più preoccupato per ciò che si costruisce oggi: palazzi nuovi senza gronde,tetto a imbuto,pluviali interni a sifone. Purtroppo si è perso totalmente il senso del buon costruire e si creano fabbricati con errori di progettazione difficilmente rimediabili che portano ad un deterioramento spaventoso.Infondo in quegli anni c’era voglia di ricostruire,di ripartire,questo palazzo (pur mal contemperato al contesto urbano) ,lo rispetto e in un certo senso quasi quasi mi piace quasi. Gli orrori mal fatti di oggi ,invece,sono proprio il simbolo di un paese che sembra non essere proprio più capace di nulla.

    • Laura Guglielmi Rispondi

      Parole sagge, anche se rimango dell’idea che rovini la palazzata di Sottoripa! Comunque un criterio dietro c’è, su questo hai ragione

Scrivi un commento