Il Suq, nonostante l’emergenza Covid, torna al Porto Antico di Genova dal 28 agosto al 6 settembre 2020: con questo mio piccolo reportage-intervista a Nadia Khiari, ospite della manifestazione nel 2015, auguro a Carla Peirolero e al suo staff buon lavoro. Un’intervista che ricorda altre emergenze, altri tempi difficili, altre paure. E sono passati solo 5 anni.

Io non ho paura

«Io non ho paura: se arriva l’esercito islamico in Tunisia, prenderò le armi come le donne di Kobane. Non ho nessuna intenzione di scappare in Europa, voglio rimanere a casa mia, a Tunisi. Non ho figli e me lo posso permettere», mi lascia esterrefatta la forza d’animo di Nadia Khiari, 42 anni, famosa per le sue irriverenti vignette che hanno per protagonista il gatto Willis. Si è fatta conoscere, per la sua satira, anche qui in Occidente, durante la primavera araba.

L’ho incontrata al Suq di Genova, avevo appena finito di presentare Tag, l’ultimo libro del sociologo Domenico De Masi, con l’intenzione di dedicare questo mio Spunto del Mercoledì a lui. Il libro mi era piaciuto molto.

Hania si arrabbia con Domenico De Masi

Però, alla fine della presentazione, la danzatrice del ventre Hania, che ci aveva preceduto sul palco, insegnando l’antica disciplina ad un gruppo di attente bambine, ha avuto una discussione con De Masi, che all’inizio del nostro incontro se n’è uscito, dicendo: «Vedi, Guglielmi, se invece di fare una presentazione così intellettuale, avessi ballato la danza del ventre, la gente non sarebbe scappata via». Nessuno era andato via, ma con la sua battuta di spirito, De Masi voleva solo rompere il ghiaccio, scherzando, con un’ironia d’altri tempi. Hania invece era infuriata, per come quell’uscita, a suo parere, svilisse la funzione e la portata culturale della danza del ventre: «Io cerco di liberarla da tutti gli stereotipi che la circondano e lei, De Masi, dicendo quelle parole, ha offeso me e il mio lavoro». Insomma un bailamme, De Masi si è arrabbiato: «Lei non capisce, volevo essere ironico, giocare un po’».

Conosco Nadia Khiari

Mezz’ora dopo, al ristorante Tre Merli nel Porto Antico – a cena con De Masi e il mio compagno – si palesa Domenico Chionetti, della Comunità di San Benedetto, con una donna araba. Ci ho messo un po’ a capire chi fosse, era Nadia Khiari, intervenuta sabato sera al Suq con Vauro. Dopo cena Nadia era libera, e siamo state insieme fino alle due di notte a chiacchierare, su un tavolino affacciato sull’acqua. Abbiamo ordinato due bicchieri di vino, un bianco e un rosso. Parla italiano molto bene, considerando che è la sua quarta lingua. L’ha imparato attraverso le parole di Raffaella Carrà o di Pippo Baudo, perché da piccola guardava sempre la nostra televisione. Occhi neri intensi, capelli lunghi, una ruvidezza necessaria a chi ha scelto di combattere per le cose in cui crede, Nadia Khiari mi colpisce per il suo coraggio: «Ogni settimana in Tunisia c’è un attentato. La gente non ne può più, ma non si è ancora abituata a questa barbarie». Naturalmente queste notizie a noi arrivano con il contagocce, a meno che non muoiano degli italiani, come al museo del Bardo.

Un gatto, simbolo di libertà

Per esprimere il suo punto di vista ha scelto un gatto, io li amo i gatti, così liberi ed indipendenti, sono curiosa di sapere cosa ne pensa Nadia. Mi risponde che ha scelto un felino, proprio per questi due motivi, e ora la sento proprio vicina, una gatta anche lei, che non ama avere padrini, né padroni, tanto meno asservirsi a qualcuno: «Gatto Willis è un randagio, vive per strada. Non ubbidisce mai a nessuno. Grazie a lui racconto quello che non mi piace. È anche un modo per parlare della mia storia di donna tunisina, dalla primavera araba ad oggi. Una maniera per esercitare il diritto a esprimermi». Tra i suoi maestri Siné, che ha lavorato per tanti anni a Charlie Hebdo: «Una volta mi ha detto che preferisce anche lui i gatti ai cani, perché non esistono gatti poliziotto».

Mai abbassare la guardia

Le donne tunisine sono sempre stata un’eccezione nel mondo arabo: «Però dopo la primavera araba, il governo islamico voleva togliere dalla Costituzione l’articolo sulla parità tra uomini e donne. Abbiamo lottato – grande paradosso – per mantenere i diritti acquisiti prima della Rivoluzione, ci siamo riuscite, ma ora vogliamo di più». Ha una lunga storia la Tunisia, un paese pieno di contraddizioni, la poligamia è stata abolita nel ‘56, l’aborto è legale dal ‘65, però convivere è vietato dalla legge: «Mi sono dovuta sposare con il mio compagno dopo 4 anni, perché ci fermavano spesso e ci portavano al commissariato. Non puoi andare in giro con un uomo che non sia tuo parente, figurati viverci assieme». Mi racconta che una volta un imam se n’è uscito dicendo che il miglior modo per debellare il cancro all’utero è la poligamia, e un deputato che la mutilazione del clitoride è bene farla anche per motivi estetici.

Libera di essere donna

Ma davvero Nadia non hai mai paura a dire quello che dici? «No, la libertà ha un gusto delizioso, una volta che la conosci non riesci più a tornare indietro. E io voglio essere libera, libera di essere donna». E la danza del ventre cosa significa per te?: «In un mondo come quello islamico, dove si cerca sempre di coprire il corpo delle donne, di velarlo, di nasconderlo, credo che questa disciplina dimostri il coraggio di chi la pratica. Devi essere forte e consapevole, sai che susciti attrazione negli uomini e sai di avere un potere». Ringrazio, per questo incontro con Nadia, Carla Peirolero e tutto il Suq, un luogo dove trovi tutto e il contrario di tutto, restituendo il mondo contemporaneo, con la sua confusione di voci, la sua ricchezza di punti di vista, le sue diversità. Credo, inoltre, che la prossima volta che qualcuno mi chiamerà per presentare un accademico di professione – che non ti lascia fare le domande che ti sei preparata leggendo il suo libro, perché si scorda che sei lì insieme a lui – mi porterò dietro una danzatrice del ventre. La sanno più lunga di me.

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Pubblicato per la prima volta il 24 giugno 2015 su mentelocale.it

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