Ho pubblicato questo racconto nel 1998 nell’antologia di racconti omosessuali “Ragazzi al Bar”, curata da Antonio Veneziani, per la casa editrice Enola. Tra gli altri autori: Barbara Alberti, Giuseppe Casa, Giuseppe Conte, Giancarlo De Cataldo, Alessandro Golinelli, Renzo Paris, Piergiorgio Paterlini, Ivo Scanner, Helèna Velena.

Avevo ancora una lunga notte davanti a me, ne ero sicuro. Spinsi la porta del bagno e osservai l’acqua mentre saliva nella vasca con lentezza, strizzai il flaconcino del bagnoschiuma fino a farne uscire anche le ultime gocce blu e mi immersi. Il pene mi si stava irrigidendo, i capelli galleggiavano sulla superficie e chiazze gonfie di schiuma colorata navigavano senza scopo. L’odore della notte prima mi si era appiccicato addosso, mi schizzava fuori dalla pelle, mi aveva inseguito per tutto il giorno, in macchina, al bar, in ufficio. Il piacere mi spaccava ancora i timpani, mi strappava in due, mi accarezzava tutto il corpo. Un’altra notte mi aspettava, volevo concedermi tutto, senza limiti. Non mi ero mai lasciato andare, mi ero sempre frenato, imposto mille ostacoli, ma da due settimane stavo finalmente acchiappando tutto, tutto quello che avevo sempre avuto a portata di mano. Mi vergognavo ancora, questo sì.
Un’ora per profumarmi, vestirmi, pettinarmi. Ero pronto, vivo, eccitato. Mi sarei incamminato verso i vicoli, con l’intenzione di passare poi al Dix oppure di infilarmi in macchina per andare, sparato perso, in Piemonte o in Riviera. Lì, spesso, mettevo fine alle mie nottate. Grazia, mia moglie, era in vacanza, su in montagna, con il bambino. Mi straziavano la sua aria triste, il suo sorriso funebre, il suo silenzio impenetrabile. La cercavo di rado, la notte, tra le lenzuola. Si sentiva trascurata, così pensavo, allora. Ero sicuro non sapesse di me, non sospettasse che cercavo sesso a pagamento, appena potevo, appena ero solo, appena si allontanava per un weekend. E neanche in ufficio se ne erano accorti, ero bravo a nascondere le occhiaie, la stanchezza che mi spezzava le gambe, il sapore e il sudore delle notti, i superalcolici, gli eccitanti, le droghe. Tanto era solo per un mese all’anno, poi tutto sarebbe tornato come prima, solo qualche diversivo ogni tanto, rubato velocemente, anche sotto casa. Ma perché mi ero scelto quella vita? Perché mi ero sposato? Avevo sempre avuto paura, ero un coniglio, mai avevo preso delle decisioni di testa mia, ecco perché. L’unica cosa che ero riuscito a fare, tutto da solo, era vivere quelle notti all’insaputa di tutti, con l’ansia di incontrare, nei miei percorsi metropolitani o nell’ansimare del centro storico, qualcuno che mi conoscesse.

Tutte le volte che inforcavo vicolo degli Angeli una scarica di adrenalina mi frugava fino in fondo alla schiena e mi guardavo intorno con aria sospetta. Suonai con forza. Ero uscito troppo presto, al Dix c’era ancora poca gente. Volevo buttarmi subito nella notte, lanciarmi nell’oscurità, non farmi scappare via niente. I capelli erano pettinati con estrema cura e lisciati con il gel, avevo scelto il profumo più eccitante, mi ero ammorbidito la pelle strofinandola con creme e lozioni. Era perfetta la mia immagine, lì nella penombra davanti al bancone, lo specchio me lo stava urlando in faccia. Le donne mi facevano il tiro, spesso mi osservavano con occhi appuntiti, mi mangiavano con lo sguardo. Restai incollato allo specchio per una buona mezz’ora, ingoiando tre bicchieri di whiskey. Suonarono alla porta, il buttafuori aprì e vidi subito la testa bionda di Jim, lo scozzese. Uno spicchio di luce lo rincorreva, ovunque andasse. Il suo corpo era massiccio, ben costruito, il viso abbronzato, i pantaloni aderenti, stretti e gonfi vicino alla patta. Si sedette su uno sgabello e mi buttò addosso il suo sguardo navigato e accattivante. No, con lui no. Non ne avevo voglia. Era un rimpiazzo. Poteva andare se non trovavo niente di meglio. Aveva un fisico prepotente, arrapante, ma era uno che andava per le spicce, senza fantasia. Appena iniziato, aveva già finito. No, non volevo rovinarmi tutto per una squallida sveltina, volevo gustarla fino in fondo quella nottata, eccitarmi a poco a poco e, poi, scegliere, il meglio, sperando di incontrare Giorgio.

Quando avevo 16 anni Andrea era diventato la mia ossessione. Non vedevo l’ora di essere in piscina, dentro l’acqua. E aspettavo che mi passasse vicino, che mi sfiorasse con la gamba o il braccio. Il cuore cominciava a pulsare forte e sentivo calore dappertutto. Un pomeriggio tardi, negli spogliatoi, sotto la doccia, ci eravamo accarezzati, toccati, baciati. Poi, Andrea mi aveva masturbato così, con dolcezza, come fosse la cosa più normale del mondo. Avevo una paura folle, così decisi di non andarci più. A casa dissi che avevo troppo da studiare e che non potevo più allenarmi per le gare. Chiuso nella mia stanza, il fiato, i baci e le carezze di Andrea mi tennero compagnia per tanto, troppo tempo, molto più dei libri. Dopo quel primo incontro, niente sesso, né affetto per anni. Avevo paura, mi vergognavo, camminavo rasente i muri, mi facevo schifo. Spesso, con gli amici, anch’io, facevo battute sulle ragazze, che figa quella, cazzo che tette. E, intanto, di nascosto, guardavo i ragazzi e di figa e di tette non me ne fregava proprio niente. Così cominciai a frequentare i vicoli e a spiare di nascosto le puttane: in quegli anni non avevano ancora invaso i quartieri borghesi della circonvallazione a mare ed erano soprattutto nella città vecchia. Un pomeriggio, dopo aver sostato a lungo all’incrocio di via di Scurreria, mi feci coraggio e mi infilai in una delle tante stanze che si aprivano su vico dell’Umiltà. Era appena uscito un sessantenne tirandosi su la cerniera. La porta era socchiusa quel poco che mi permetteva di vedere un paio di gambe schizzare fuori da una minigonna minuta. Volevo capire cosa mi si fosse conficcato nel cervello, quale rotella stridesse, girasse a vuoto, rotolasse controcorrente. Volevo scoprire, a tutti i costi, cosa c’era che non andava per il verso giusto. E così spinsi quella porta. Dopo qualche minuto di esitazione, la donna capì al volo, mi fece distendere sul letto e mi penetrò con un pene finto che aveva lì, in un cassetto, apposta per i clienti come me. Ci ritornai ancora e lei mi masturbava con tecniche sempre più raffinate. Poi mi decisi e finalmente scelsi i travestiti di vico Untoria. Mi rallegrava sentire le loro voci mentre mi avvicinavo. Conobbi Pilar, una latino americana stupenda con un vocione che mi spaccava i timpani. Qualche mese dopo iniziai a scorrazzare nelle periferie delle città piemontesi oppure in Riviera alla ricerca dei trans e, infine, imparai a cercare gli uomini. Ce ne so tanti come me, che chiedono alla notte di fargli dimenticare la vergogna che portano sigillata dentro. Una doppia vita schifosa, da conigli, cazzo!

Ai tempi dell’università, avevo anche affittato, per poche lire, una mansarda nei vicoli dove portavo i miei amanti. Prima di cominciare preparavo due gin tonic e li facevo sedere per terra, al buio, in terrazzo. Il campanile romanico illuminato spuntava tra i tetti consunti del centro storico. Spesso, quando rincasava l’entraîneuse francese che lavorava al porto, la luce dell’appartamento di fronte si accendeva. L’ascoltavo dialogare con i suoi dieci gatti, sbattere le pentole, tirare la catena del gabinetto. La sua sagoma rinsecchita attraversava il rettangolo di luce delle finestre seguita dal cane lupo che scodinzolava. In silenzio spiavamo la sua intimità e cominciavamo a toccarci. Ci andavo anche da solo nella mia mansarda, a bere il tè, a studiare, a rubare tramonti viola, rosa, arancioni. I vicoli erano uno spazio neutro, di libertà, dove ognuno si faceva i fatti suoi, forse perché tanti avevano qualcosa da nascondere, oppure semplicemente perché niente, lì, faceva scandalo. Era l’unico quartiere della città che serviva da tana per gli immigrati, gli artisti, i poeti, gli studenti, e per quelli come me. L’unico quartiere dove le famiglie nobili convivevano con i tossici; gli africani con i calabresi; le puttane con i froci come me. In quel periodo incontrai di nuovo Andrea, proprio al Dix. Era con il suo fidanzato, aveva uno sguardo dolce, da innamorato. Dopo qualche secondo di imbarazzo, Andrea mi presentò al suo compagno e gli disse che ci eravamo conosciuti in piscina, che avevo fatto male a smettere, che avrei potuto vincere i campionati, che ero più bravo di lui. Restammo soli per una manciata di minuti e mi domandò perché non avessi mai risposto al telefono. Stavo riprovando le stesse emozioni di allora, come se non fosse passato neanche un giorno. Avrei voluto invitarlo in mansarda, lasciargli il numero di telefono, ma non riuscivo a parlare mentre il magone mi scassava il petto, balbettai solo qualche parola. Andrea rise e si scusò di quei discorsi stupidi dopo così tanto tempo. Mi salutarono e rimasi seduto su quel divanetto per ore, con la mente che nuotava nel vuoto, rincorrendo la musica troppo alta. Lo avrei voluto per me, Andrea, lo avrei amato, rispettato, adorato. Lo giuro! L’invidia che provavo per il suo uomo mi dava la nausea. Gli avrei portato la colazione a letto ogni mattina, mi sarei addormentato stretto a lui la notte, avrei perlustrato ogni centimetro del suo corpo, avrei voluto cenare con lui tutte le sere. Senza nascondermi più come un topo arrapato.

La mia ultima notte era trascorsa. Avevo posato la testa sul cuscino per un paio d’ore, senza dormire. Poi avevo messo a posto l’appartamento, cancellando ogni traccia. Il sole era insistente, invadeva anche gli angoli. Tenevo gli occhi aperti a fatica, ero distrutto. Avevo incontrato Giorgio al Dix e l’avevo portato in casa, per la prima volta. Mi ero dato tutto nella mia ultima notte di libertà come mai era successo. Mi stavo innamorando di quello sguardo dolce, mi si stava conficcato nel cervello quel suo camminare trasandato alla James Dean, già mi mancavano le sue carezze. E lui stava partendo per Londra, anche le sue vacanze erano terminate e doveva tornare.
Erano le tre del pomeriggio, mia moglie stava arrivando. Non mi dava fastidio rivederla. Grazia, per me, era una sorella. In fondo era stata la moglie di mio fratello Marco. Avevo ancora davanti agli occhi le immagini di quei giorni strazianti, le crisi isteriche di mia madre, la casa piena di parenti stronzi dopo il funerale. Avevo preso l’abitudine di andare a trovare Grazia per tenerle compagnia dopo che Marco si era fracassato il cervello su quell’autostrada. Giocavo con mio nipote per ore, lo portavo al cinema, lo accompagnavo a scuola. Una sera, dopo cena, Grazia aveva cercato le mie labbra e mi aveva baciato, con naturalezza. Non mi era mica dispiaciuto. Dopo tre mesi eravamo già sposati.
Ecco, suonava il citofono, mi rimbombava nella testa, era da un mese che non dormivo la notte. Grazia e il bambino erano di sotto, mi stavano aspettando per svuotare la macchina. Il piccolo Gianni aveva smesso di chiamarmi zio da qualche mese. “Papà, papà, siamo arrivati”, si era messo ad urlare appena aveva visto la mia testa sbucare fuori dalla finestra. Mi incantai per qualche istante a scrutare il centro storico che da quassù si offre allo sguardo senza pudori. I suoi vicoli aggrovigliati sono cinti d’assedio dalla città moderna, dai grigi grattacieli, dalle strade trafficate. E’ un utero materno, una zona franca, la mia tana.

A cena mi è venuta voglia di dirglielo, così tutt’a un tratto e l’ho fatto. Gianni era appena andato a letto. Grazia mi ha scrutato con occhi severi, distanti, occhi senza risposta. Si è alzata, ha messo su il caffè, ha posato la zuccheriera sul tavolo con scatti nervosi, si è seduta di nuovo e si è messa a fissare l’acqua del lavandino che scorreva senza sosta. Ho insistito, le ho parlato di Giorgio, volevo mi dicesse qualcosa, una parola almeno. E lei niente, chiusa in un orribile silenzio. L’ho supplicata. Mi ha squadrato con freddezza e ha continuato a tacere. Sentivo panico, panico puro. Ho alzato la voce, ora non ero più supplicante. Mi ha lanciato uno sguardo ghiacciato e mi ha detto L’HO SEMPRE SAPUTO CHE ERI OMOSSESSUALE. ANCHE MARCO LO SAPEVA. Mi sono sentito una merda. Tutta la vita a nascondermi, inutilmente. Mi è schizzato il sangue al cervello e li ho mandati al diavolo, lei e anche il povero Marco. Razza di ipocriti. Le ho chiesto perché mai si era sposata una checca schifosa.
Grazia si è seduta, ha preso le mie mani tra le sue, e mi ha fissato a lungo, in silenzio. Volevo sentire la sua voce, volevo tenerezza, volevo abbracciarla. Dopo un lungo silenzio, solo quel maledetto ticchettio dell’orologio appeso al muro, mi ha sussurrato: “Ero sicura che avessi capito tutto. Pensavo che sapessi già tutto. Come ho fatto a non accorgermi che eri all’oscuro, che non avevi intuito niente. Io con te sto bene, ti voglio bene, un amore profondo. Ma solo l’idea di scopare con un uomo mi fa rabbrividire”.

E’ una giornata grigia. Raggi di sole penetrano ogni tanto tra le goffe nuvole. Non riesco a combinare niente oggi. La mia scrivania è piena di pratiche urgenti. Sono lì che urlano ma non me ne frega niente. Proprio niente. Sto guardando fuori dalla vetrata il traffico laggiù e me ne sento parte anch’io. Mi sento pulsante, scattante, in un allegro ingorgo.
Giorgio mi ha appena telefonato. Non si faceva sentire da un mese, da quando abbiamo fatto l’amore, accarezzandoci per ore, dormendo abbracciati. Mi ha detto che non vede l’ora di vedermi, che forse si è innamorato di me, che vuole capire se è vero. Il magone mi sta sfondando il petto, non lo vedrò ancora per una settimana. Lo raggiungerò a Londra il prossimo weekend. Due notti e due giorni tutti per noi.
Poi, di nuovo qua, a spiare il gorgo di macchine impazzite per sette ore al giorno, a scrutare frotte di ombrelli che camminano sotto la pioggia, a stracciare un esercito d’inutili fogli di carta. A costruire castelli di Lego con Gianni la sera, a soffrire d’insonnia, a sbattermi per i vicoli tutti i sabati notte.

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1 Comment

  1. Ho letto per caso questo racconto. Mi è piaciuto molto perché hai saputo trattare un argomento ( un tempo ) non facile con molta delicatezza e grazia. Il libro da cui è tratto è ancora in vendita?
    Un caro saluto
    Tiziano

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