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Alta Via dei Monti Liguri

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Cosa fare per le feste dei santi? Ecco quello che ho fatto tre anni fa, decidendolo all’ultimo momento. Allora avevo più tempo,  ora ho tanto lavoro, ma a breve potrò farmi una bella vacanza, che quest’anno non c’è stata.

 

Ho scritto questo reportage tre anni fa, nel frattempo chi mi ha condotto per mano a conoscere Realdo, il più che noventenne Nino Lanteri, ha mandato in stampa, insieme a suo figlio Antonello, il libro “Un cuore brigasco”, per Fusta editore. Il 17 agosto dovrei essere a Realdo per presentare un’antologia di racconti ambientati nell’entroterra ligure, di autori vari, tra cui gli amici Arianna Destito, Giacomo Revelli e Marino Magliani, un volumetto edito dal rifugista di Realdo Giampiero de Zanet, con la prefazione di Loretta Marchi. C’è anche uno mio racconto su una ragazza in fuga che si rifugia tra le vecchie case in pietra di Realdo.

Buona lettura del reportage su questa terra stupenda

Mi sono innamorata della comunità brigasca

Non potevo fare a meno di raccontarvi questa storia nei dettagli. Di un territorio conquistato e diviso, con una comunità che ha dovuto fare i conti con una violenta separazione. C’è stato di peggio nella storia di questo pianeta, lo so. Però mi sono affezionata alla comunità brigasca, al suo passato e al suo presente, anche perché ne ho conosciuto un rappresentante straordinario, Nino Lanteri, di Realdo, un paese appoggiato come un’aquila su una falesia, in cima alla Valle Argentina, nell’entroterra del Ponente Ligure.

Un muro di Berlino tra Realdo e Briga

Un tempo, Realdo e Briga Marittima – territorio di confine con la Francia – facevano parte dello stesso comune italiano, insieme ad altri paesini. Ma dopo la Seconda Guerra Mondiale, Briga è passata alla Francia. E quel confine è diventato un piccolo muro di Berlino. I pastori non potevano neanche più portare i loro animali a pascolare nelle zone di loro proprietà, al di là della frontiera.

Il paradiso del trekking

Voglio raccontarvi questa storia anche perché queste sono zone straordinarie per fare trekking, siamo nelle Alpi Liguri e qui ci sono i percorsi più belli dell’Alta Via, dal Sentiero degli Alpini, al Monte Saccarello, da Melosa a Cima Marta. Si può anche andare a piedi da Realdo a Briga, scavalcando l’Alta Via dei Monti Liguri, e passando  dal Santuario di Nostra Signora del Fontan (in francese Notre Dame des Fontaines, in brigasco Madòna dër Funtan), con gli affreschi del Canavesio. Poi mi affascina scoprire tracce del tempo che fu, nei miei percorsi montani. Sapere perché quei sentieri venivano attraversati, a cosa servivano. Noi siamo il nostro passato.

Nino e il suo desiderio di recuperare il meglio dalla tradizione

Nino Lanteri è un bel signore quasi novantenne a cui mi sono affezionata. E sento che quel sentimento è ricambiato. Anche se ci siamo incontrati due volte, è come se ci conoscessimo da sempre. Ci sentiamo per mail. Ho scoperto con piacere in lui lo stesso desiderio di mio padre di conservare le tradizioni migliori, tra cui la sua lingua originaria, che conosce bene, il brigasco. Perché anche mio papà Gino Guglielmi avrebbe più o meno la sua età. E aveva delle sane ossessioni come Nino.

Realdo, oggi in bilico tra due mondi

Lasciamolo parlare: «Io sono nato a Realdo, frazione del comune di Briga Marittima, il 20 aprile 1927. Mia madre gestiva una piccola trattoria e mio padre era una bravo fabbro maniscalco. Briga Marittima fino al 1947 è stata il capoluogo del comune italiano al quale apparteneva anche Realdo. Andavamo a Briga per le pratiche da svolgere in comune: documenti e certificati – racconta Nino – compravamo prodotti introvabili in paese. Anche se per le spese urgenti preferivamo scendere a Triora, perché era più vicina e facilmente raggiungibile anche in inverno».

«Sulla mia carta di identità c’è scritto: nato a Briga Marittima, prov. di Cuneo. Mi dispiace, sì, tanto che Briga non sia più italiana. L’abbiamo salvata nel 1859 quando abbiamo ceduto Nizza e la Savoia a Napoleone III. Questa volta non ce l’abbiamo fatta».

La divisione della terra brigasca in un film con Totò e Ferandel

Ora, vorrei parlarvi di un film straordinario, La legge è legge, con due star dei tempi andati Toto e Fernadel, che racconta con genialità e ironia, non solo la storia della divisione della comunità brigasca, ma è anche una diretta allusione alla spartizione di Berlino fra gli alleati, così come tra Gorizia e Nova Gorica. Ed è un film paradigmatico, girato in parte proprio a Briga Marittima, che ironizza sul concetto di confine, con i limiti alla circolazione delle persone e delle merci che porta con sé. Un argomento di un’attualità straordinaria, benché la pellicola sia uscita nel 1958. Un’altra curiosità: Fernandel di cognome nel film si chiama Pastorelli, cognome che ancora oggi abbonda da queste parti.

Su e giù dalle montagne con i sacchi di sale e i recipienti per l’olio sulla schiena

«A Realdo si produceva quasi tutto il necessario, ma non l’olio, il sale e il riso» – ricordo che il paese è a mille metri slm – «camminavamo per quattro ore, con un recipiente che conteneva dodici litri nello zaino, per comperare l’olio a Castelvittorio, in Val Nervia. Tornavamo a Realdo, lasciavamo a casa qualche litro per la famiglia, e il resto ce lo ricaricavamo in spalla per portarlo a Briga o a San Dalmazzo di Tenda, dove lo scambiavamo con il riso e sale».

Stiamo parlando di percorsi a piedi, nessuna strada collegava Triora a Realdo e a Briga. Vi ricordo che siamo negli anni Trenta e Quaranta. Tutti sentieri straordinari da fare oggi a piedi. Quello che un tempo era obbligo e fatica, oggi può essere gioia e divertimento.

La Madonna del Fontan con i dipinti del Canavesio

«Quando andavamo a Briga, ci fermavamo sempre nella chiesetta della Madonna del Fontan – continua a raccontare Nino – Si chiama così perché sotto, verso il torrente, ci sono alcune sorgenti d’acqua. Ci sono stato anche durante la guerra, quando Briga era occupata dai Tedeschi, che l’avevano adibita a stalla per i muli. Per fortuna, l’evaporazione dei liquami dei muli ha creato uno strato protettivo, che ha conservato i dipinti del Canavesio. Gli affreschi poi sono stati restaurati dai Francesi subito dopo la loro occupazione».

«Briga, quando ero bambino era un bel paese di montagna, con ristoranti, due alberghi, tanti negozi, i ruderi del castello dei Lascaris, conti di Ventimiglia. Oggi si è francesizzata, una parte di Brigaschi parla solo il francese, ma ne sono rimasti parecchi ancora legati alle loro radici, che parlano la nostra lingua».

Nino è riuscito a laurearsi e diventare preside

«A Realdo, quando ero bambino, c’erano solo le elementari. Io ho ripetuto volontariamente alcuni anni la quinta, per continuare ad andare a scuola. Poi una brava maestra mi ha aiutato a studiare e a dare gli esami da privatista. Eravamo in guerra! Quando è cominciata avevo 13 anni e 18 quando è finita. Mi sono diplomato a luglio del 1946 e ho subito iniziato a lavorare. Poi mi sono laureato in Pedagogia e mi sono anche specializzato in psicologia». Sembra un sogno questo che mi sta raccontando Nino. «Ho due figli non più giovani: uno già pensionato come primario in psichiatria e l’altro professore ordinario di genetica all’Università di Torino. Ho anche tre nuore e quattro nipoti. Mia moglie è morta 4 anni fa».

La festa della transumanza

«Attualmente vado a Briga almeno una volta all’anno. Ci sono stato nel 2015, la terza domenica di ottobre, per la festa della transumanza. Quest’anno andrò la prima domenica di settembre per l’incontro annuale in Terra brigasca che organizziamo a rotazione negli otto centri ancora abitati dalla nostra comunità. Con molti brigaschi conservo una vera amicizia e ci ritroviamo spesso: amano Realdo».

La strada tra Realdo a Briga percorribile solo a piede si chiama Route dell’Amitié

Però tra le tante cose, quella che Nino desidera di più è una strada asfaltata che colleghi Realdo a Briga. Io che amo camminare non sono tanto d’accordo, già questi posti magici e stupendi sono presi d’assalto dai terribili quad. Capita spesso che, mentre cammini sulla rotabile che collega la Bassa di Sanson a Melosa, prima del bivio per Briga, ne passino una ventina, uno dietro l’altro, e che ti lascino inzaccherata di polvere.

Però capisco Nino e il suo desiderio di abbreviare quel percorso che la Storia ha reso lungo e impervio, dividendo una comunità molto unita. «Dovrebbe essere facilmente transitabile con le auto – dice accorato – Gli ambientalisti si oppongono all’asfalto, ma girando in tutti i paesi francesi a monte di Mentone, di Monaco e di Nizza, le strade sono tutte asfaltate! Unire la val Roja alla valle Argentina, con questa nostra strada che si chiama Route dell’Amitié sarebbe utile allo sviluppo turistico, ma anche per andare a Torino: non si dovrebbe più passare per Imperia o Savona oppure Ventimiglia».

Grazie Nino per esserci e per continuare a testimoniare questo pezzo di Storia che ha molte cose da insegnarci, ancora oggi. E qui ci sta bene una frase dell’esploratore norvegese Thor Heyerdahl: «Di confini non ne ho mai visto uno. Ma ho sentito che esistono nella mente di alcune persone».

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Pubblicato per la prima volta il 17 agosto 2016 su mentelocale.it

 

Il web ha sconvolto il pianeta, e ha cambiato la vita di molti, ad alcuni in meglio, come nel caso di Paola Razore del b&b da Beppe di Neirone. Siamo in uno posto sperduto della Val Fontanabuona. Fino a due anni fa nello stesso spazio, un bell’edificio tradizionale ligure, gestiva anche la Trattoria Bain e avevo già parlato di lei.  Ma ora si accontenta di dar da dormire a gente di tutto il mondo e ora vi spiego perché.

Così ho conosciuto Paola

Ce l’avete presente quanto è importante trovare un ristorante aperto nell’entroterra dopo che hai camminato per 13 chilometri nei boschi, e hai una fame che ti porta via?

Succede così che qualche anno fa, di ritorno dall’Alta Via dei Monti Liguri, dopo aver percorso il tratto Sella della Giassina-Barbagelata ed essere tornati indietro sui nostri passi, in una giornata umida, ci imbattiamo scendendo in macchina nel paese di Neirone.

Rimaniamo stupiti ma felici per la presenza di un trattoria. Accidenti la luce è spenta. Quante volte – anche se ancora aperti – i ristoranti dell’entroterra ci hanno cacciati senza cibo, con un inappellabile: «La domenica sera non facciamo ristorante se non riceviamo prenotazioni». Se proprio la devo dire tutta, mi è capitato anche domenica scorsa nel Parco Capanne di Marcarolo, in ben due trattorie, ma questa ve la racconto la prossima volta.

Ebbene, ci accorgiamo che la Trattoria Bain di Neirone ha una piccola flebile luce accesa, e noi bussiamo speranzosi al portone chiuso. Abbiamo freddo e fame. Ci apre la porta una signora, ci invita a sederci, non ci sono avventori, accende le luci della grande sala e ci dice, con un bel sorriso: «Se vi accontentate, vi do quello che ho».

Oddio, che gentilezza rara da queste parti, pensiamo. In un batter d’occhio, siamo già con il tovagliolo al collo e la forchetta in mano. Dopo mezz’ora, tra gli antipasti e i primi, ci sembra di averla conosciuta da sempre. Si chiama Paola Razore. Ci confida che poca gente del paese va a mangiare lì, perché lei è di Genova, una foresta. È un po’ rammaricata di questo. Non sanno quello che si perdono, penso, addentando il quinto raviolo.

In seguito, siamo andati altre volte, un fine settimana anche a dormire con una coppia di amici. L’ultima volta due anni fa con Elena, una cara amica milanese, che è rimasta intrigata dalla vitalità di Paola e entusiasta della qualità del cibo.

Ora il ristorante non c’è più, ma quell’accoglienza non la dimenticherò mai.

Paola ama vivere immersa nella natura

«Ho scelto di vivere qui perché amo moltissimo questi luoghi, la natura, le passeggiate in quota con vista mare, la raccolta delle erbe aromatiche. Momenti che mi ricaricano psicologicamente – mi racconta Paola – Mi piace l’idea di vivere in campagna, di condurre una vita con un ritmo più vicino a quello della natura: cogliere i cambiamenti legati alle stagioni, i profumi, la presenza di animali selvatici».

Paola qualche volta cucina ancora, ma per pochissimi che glielo chiedono. Vi giuro che quando aveva la trattoria ho mangiato delle cose straordinarie, degli ottimi primi. Gustosi anche gli antipasti di verdure, le torte salate, le crepes con erbe raccolte, i flan, i polpettoni, una specie di sfida, per dimostrare quanto le verdure siano eclettiche e possano essere la base di una cucina saporita e ricca. Ah, come vado d’accordo con questo tipo di cibo!

Così è nata l’idea del b&b da Beppe

Però il lavoro della trattoria la stancava mentre il lavoro del b&b da Beppe le piace tantissimo: «Da grandi risultati, forse è anche più adatto a me, mi diverto a dare consigli, organizzare gli itinerari per gli ospiti. Se vogliono andare al mare li depisto vero l’entroterra. Ormai parlo bene l’inglese perché lo uso di sovente e sto studiando francese. È un lavoro adatto a una persona socievole come me. Poi, in un entroterra dove la gente è sempre un po’ scontrosa, faccio un gran figurone. Ho mantenuto i contatti con tanti ospiti, che periodicamente mi scrivono o mi chiamano. Ad alcuni, i cui avi di Neirone sono immigrati più di un secolo fa, ho persino ritrovato i cugini».

Queste sono vallate chiuse, luoghi aspri e, ahimè, poco frequentati. Storicamente gli abitanti hanno sviluppato una certa diffidenza verso chi viene da fuori: «Anche nei confronti di una genovese come me. Ho imparato con grande fatica a conviverci, a decifrare ed apprezzare quei gesti di rude e maldestro affetto che mi arrivano. Devo dire però che dopo 12 anni non mi considerano più una foresta, ormai sono discretamente inserita, tollerata e anche benvoluta».

Grazie al web, e al b&b da Beppe ora è indipendente

Anche se ora la vita con i paesani non è più difficile come i primi tempi – quando aveva il ristorante non andavano quasi mai a mangiare da lei –  ora è autosufficiente perché, grazie al web, gente di tutte le nazionalità arriva fin qui. Vengono da ogni parte d’Europa, tanti francesi, tantissimi dall’est. I prezzi sono accessibili e poi tanti stranieri amano la tranquillità, nonché l’accoglienza semplice e familiare di Paola e del b&b da Beppe.

E gli italiani? «Vengono a dormire qui, perché è meno caro che sulla costa. Poi però alcuni si trovano veramente bene, altri meno, ad esempio il genere di milanese abbruttito che si porta appresso la nevrosi da velocità e divertimento in stile riminese. Recentemente una coppia proveniente dalla provincia bresciana si è fatta volentieri “depistare” dalla riviera al Monte Caucaso (meravigliosa gita n.d.r.) e sono rimasti contentissimi».

Mamma … li turchi: berranno vino?

Quindi se prima faceva un po’ di fatica ad andare avanti, come tanti ristoratori dell’entroterra, ora questi problemi sembrano alle spalle. E Paola non deve viaggiare per conoscere il mondo. «Tra i primi ospiti qualche autunno fa: prenotazione di due stanze dalla Turchia, con specifica richiesta di cena. Un po’ di agitazione. Saranno musulmani, cosa mangeranno? Vabbè mi organizzo per ogni eventualità. Mi trovo davanti una bellissima famiglia, la madre matura con i figli adulti e una nuora di origine armena e cipriota. Si abbuffano, maiale compreso, e bevono tre bottiglie di rosso. E mi invitano a casa loro in Turchia».

La coppia olandese che aspetta un bimbo

«Estate scorsa: giovane coppia olandese, lei di origine polacca, incinta di pochi mesi, con una graziosa pancetta. Vuole andare per boschi e le presto scarponcini e calzettoni e le suggerisco la gita sul monte Caucaso. Al commiato, dopo qualche giorno, le faccio gli auguri per la maternità imminente. A gennaio ricevo una mail con alcune foto del neonato, scattate in ospedale. Che gioia».

I lombardi che vogliono le tendine alle finestre

«Settembre scorso: una coppia lombarda, quarantenni dall’aspetto un po’ rigido. Due giorni dopo mi trovo una recensione su booking in cui lui lamenta l’assenza di tende in bagno, da cui peraltro si vedono solo boschi. Ironia della sorte, una settimana dopo, un ospite argentino, scatta una serie di foto dallo stesso bagno e le divulga su Facebook, esaltando la magnificenza della vista». Insomma, ormai a Paola Razore non le mancano più i paesani e forse potrebbe fare a meno anche degli italiani tutti.

È importante lo sviluppo del turismo

In questo momento Paola si sta impegnando per la rinascita turistica della zona, cercando di convincere la gente ad affittare le case. Si batte per la cura del territorio e dei suoi adorati sentieri. Si è pure candidata alle comunali, per avere un po’ più di voce su questi argomenti.

Ora Paola ci racconta la sua storia, chi è?

«Sono genovese, della Foce alta. Gioventù un po’ irrequieta e tanti spostamenti in varie città. Un lavoro che ho amato tantissimo, la disegnatrice orafa, che si è concluso dopo quasi trent’anni di attività per la crisi del settore – racconta – La vita familiare incentrata su un grande amore, trentennale, senza matrimonio, due figli nati intorno ai miei quarant’anni, anche lui (l’amore, dico) finito, o forse trasformato». Ora vive sola, e i figli sono volati via dal nido. Adele sta a Parigi: «Mi manca tantissimo, la settimana scorsa sono andata a trovarla, ho visto il suo passo mentre fendeva la folla, scuotendo i riccioli, ho sentito che era “nel suo”. Mi basta». Francesco vive a Montreal, dopo una lunga esperienza a Milano.

Siete depressi e stanchi della vostra vita? Alternative sane ce ne sono

Vive sola, ma circondata da gatti e fiori, nonché da gente di tutto il mondo: «Spaccio pezzetti di piante grasse a tutti i clienti, regalo la lavanda ai nordici, faccio annusare la maggiorana, insegno a riconoscere le erbette del prebbugiun. Tra un anno potrei andare in pensione, ma una vita d’ozio per ora non me la immagino».

Dico a voi che siete annoiati e depressi, mica siete costretti a continuare la solita vita se volete star meglio. Fate insieme a me gli auguri a Paola. E ricordiamoci tutti che vivere di sogni è bello, soprattutto se diventano realtà.

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La prima versione, ora cambiata, aggiornata e arricchita, è stata pubblicata l’8 giugno 2016 su mentelocale.it

 

 

Da tanto tempo vedevo sulla sinistra quel cartello, quando passavo per andare verso la Val D’Aveto, c’era scritto val Cichero, un nome curioso. La mia immaginazione partiva e non la fermavo più.

Ora siamo finalmente qui per festeggiare il mio compleanno, e ci stiamo inerpicando su per questa strada stretta e piena di curve, sembra di essere entrati in un imbuto. Tutt’a un tratto appare lui maestoso, il Ramaceto, che abbiamo già scalato dall’altra parte, fa parte dell’itinerario dell’Alta Via dei Monti Liguri.

In pochi conoscono questi luoghi remoti, anche se siamo vicini alla costa.