Nella foto sono sul ponte ricostruito di Mostar, simbolo dell’atroce guerra tra cattolici e musulmani nella ex Jugoslavia. Sullo sfondo un minareto. Correva l’anno 2008

Mi è sempre piaciuto mettere il naso dappertutto, conoscere persone, viaggiare e entrare in contatto con culture diverse. Davvero – e dico davvero – non credo che nessuna persona sia più importante di un’altra, dal Presidente della Repubblica al più povero degli italiani, dal presidente degli Stati Uniti agli abitanti delle favelas brasiliane. E vorrei che tutti, ma proprio tutti, potessero girare liberi per il mondo, avessero un reddito equo e potessero studiare. Ma se la devo proprio dire tutta, è molto difficile per una donna fare amicizia con gli uomini musulmani

Ho 17 anni. Stiamo chiacchierando allegramente con i venditori di tappeti in un bel negozio di Marrakech, tutti uomini. Ci hanno appena offerto il tè alla menta, che scivola giù, quant’è buono. Loro non lo bevono perché rispettano il Ramadan. Ci chiedono di dove siamo, se usciamo la sera, se abbiamo dei ragazzi. Sono con Giovanna, Ornella e Alessandra. Piero, in vacanza con noi, sta cercando di comprare un tappeto in un magazzino lì vicino. Noi rispondiamo sincere, Giovanna sa parlare un po’ di francese. Ci chiedono se Piero è sposato. Diciamo di no, anche se è appena iniziata una storia con una di noi. A un certo punto, cominciano a chiudere le porte del negozio, e tre di loro ci afferrano per un braccio per portarci nei locali di sopra. Cominciamo a urlare come matte. Arriva Piero e comincia a bussare alla porta del negozio, facendo un gran fracasso.
Lo fanno entrare e nel suo francese un po’ stentato urla:«Lasciatele stare».
Uno di loro risponde: «Mica sono mogli tue».
E lui dice: «Certo che lo sono, lasciatele immediatamente».
Ci ha salvate.
O forse stavano scherzando? Se è così, non è che noi ci siamo divertite molto. Avevo 17 anni, forse la memoria condisce un po’ l’evento, ma questo è stato il mio primo incontro con uomini maghrebini.

Ho 18 anni. Sto raccogliendo gli acini. Quanto mi piace, quando ho le mani zeppe d’uva. Sono in coppia su questo filare con un ragazzo algerino. Avrà la mia età, e quella del mio ragazzo Sandro e di Mauro, con cui sono venuta a lavorare qui. Ci siamo diplomati al Liceo Scientifico da due mesi e ci stiamo divertendo molto a fare la vendemmia in Provenza, in attesa della nostra avventura universitaria. Abbiamo una casa tutta per noi. E a breve arriverà la prima paghetta della mia vita. Conservo ancora lo statino.

Ora è sera, abbiamo mangiato e bevuto il buon vino che ci ha lasciato in dotazione il proprietario delle vigne, di origine piemontese. Domani partiamo. Bussano alla porta, è il ragazzo algerino. È ubriaco, e grida. Ci guardiamo tutti e tre annichiliti. Che cosa vorrà mai? Vuole me. In casa non c’è il telefono. Sbarriamo porte e imposte, mentre lui continua a urlare come un pazzo.

Ho 27 anni. Ora sono laureata, vivo in centro storico a Genova. Sono a cena a casa di Vittorio. C’è anche un suo simpatico amico marocchino, che frequenta da un po’. Ci inoltriamo in una lunga discussione sulla parità dei diritti. Ad un certo punto Abad se ne esce proprio così: «Le donne non hanno anima, le donne sono niente, una nullità. Così è per noi musulmani».
«A me non sembra di essere una nullità – rispondo veloce – e mi pare che tu non è che sia molto più colto o intelligente di me».
Mi guarda sorpreso, non sa cosa rispondere, capisce di aver detto qualcosa di tremendo, e sbotta: «Ma tu non sei una donna, tu sei un maschio».

Ho 33 anni. Da vico Angeli ci siamo trasferiti in vico Torre Vigne, sempre nella città vecchia, sempre a Genova. Ora vivo con chi è destinato a diventare l’uomo della mia vita.

Al piano di sotto arrivano quattro senegalesi, musulmani praticanti. Facciamo subito amicizia e li invitiamo a cena. Nel giro di pochi mesi diventano una quindicina e poi venti, in un appartamento grande come il nostro. Pathé è il loro capo, diventiamo amici. Li aiutiamo in molte pratiche e faccende. Un giorno sale da me, sono sola in casa, si siede, gli preparo il tè.

Si avvicina e mi importuna.

M’incazzo: «Cosa ti ha preso?».

«Mi piaci da impazzire. Poi non sei di nessuno, che male c’è?».

«Ma come? Sto con Cesare». «Ma non siete sposati».

Ho smesso di dare confidenza a Pathé, si è rotto l’incantesimo, e anche Cesare non ne ha più voluto sentir parlare.

Ho 35 anni. È in corso una riunione di condominio. Non ci sono voluta andare. Sono tutti nell’appartamento di sopra. Pathé sta urlando furioso con Silvanina, l’infermiera che vive all’ultimo piano. Viene dalla Calabria, è una donna in gamba, la vita non le ha regalato niente. Lei è l’unica ad aver accesso al tetto, lui la accusa di rubare l’acqua che arriva dall’acquedotto, anche se è tecnicamente impossibile: «Noi rimaniamo sempre senza», insiste lui. Sono in 25 e lei è da sola, ci credo che finiscono l’acqua, arriva da un tubicino che avrà più di cento anni.

Lei glielo spiega e lui: «Tu devi stare zitta perché sei una donna».
Silvanina non se lo fa dire due volte: «No, tu devi stare zitto perché sei un negro».

Vivendo in centro storico era diventata una grande sostenitrice di Oriana Fallaci. Il papà di Silvanina era un comunista ma lei, non trovando risposte al disagio, se le era andate a trovare da qualche altra parte. Le risposte.

Ho 43 anni. Ora sono in Libano, a Beirut. Siamo ospiti dell’Università musulmana.

Sto visitando la biblioteca, Cesare sta tenendo un workshop. Vado sul tetto e un uomo sorridente mi viene incontro, mi saluta gentilmente, e incomincia a raccontarmi la storia della sua vita, dell’Università, di Beirut e delle terribili guerre che si sono susseguite negli anni.

Mi invita la sera con Cesare a fumare il narghilè in un locale. Per salutarlo gli porgo la mano, mi porge il gomito. Cavolo, sono già stata in Egitto, in Marocco, in Eritrea, e in altri paesi musulmani, ma una cosa così non mi era ancora capitata. La sera stiamo insieme. È una gran bella persona. Cesare prima di andar via gli porge la mano, lui la stringe con vigore. Io gli porgo il gomito.

Ho 44 anni: siamo in Bosnia, a Mostar. Sembra Dolceacqua, un borgo magico dell’estremo ponente ligure. Però è pieno di minareti che bucano il cielo, uno spettacolo. Questa cittadina è stata teatro di una delle peggiori pulizie etniche della storia recente, uno dei tanti massacri nella guerra tra bosniaci cattolici (croati) e musulmani.

Il ponte di pietra (foto d’apertura), distrutto dal fuoco di un mortaio croato, simbolo di quella guerra assurda, è stato ricostruito nel 2004. Bello, anche se un po’ finto, è il simbolo del ritorno alla pace, benché i cimiteri siano zeppi di giovani vite. Un trauma difficile da superare.
Oggi sono vent’anni che Cesare e io stiamo assieme. Stasera festeggeremo in un bel ristorante di Mostar. Ci sembra che questo posto sia di buon auspicio, finita la burrasca la gente ha voglia di vivere. Entriamo in una piccola moschea. Facciamo il biglietto e il guardiano mi dice che io devo stare in fondo, mentre Cesare può entrare.

Io dico: «Ma ho pagato il biglietto come lui, e voglio andare anche io più avanti».

Si mette a ridere e mi dice: «Vai pure, ora che non c’è nessuno e siete soli».
Ci siamo sdraiati per terra, sui tappeti, con la faccia rivolta al soffitto. Mi è entrata dentro una grande sensazione di pace, armonia, un’epifania, per dirla con Joyce. Mi sento al centro del mondo. Di un mondo buono, senza conflitti. Con pari opportunità per tutti.

Bisogna guardare in faccia le difficoltà, non averne paura, riconoscere quanto è in salita la strada. Parlo da donna, che ha provato a stringere delle amicizie, ma che ha capito che non è possibile.
Davvero non ci potrà mai essere un linguaggio comune tra donne, ma anche uomini occidentali e uomini, ma anche donne, musulmani-e? Io spero proprio di sì, non c’è altra strada, perché le guerre non hanno mai fatto bene a nessuno, perché l’accoglienza è l’unica soluzione.
Se guerra sarà – e spero proprio di no – è assurdo che sia proprio sul corpo delle donne. Lasciateci in pace, per favore.

Nella foto sono sul ponte ricostruito di Mostar, simbolo della guerra tra cattolici e musulmani nella guerra dei Balcani. Siamo andati lì con il mio compagno a festeggiare i nostri vent’anni insieme.

Questo racconto, scritto a caldo dopo gli stupri collettivi a Colonia nel Capodanno del 2016, è stato pubblicato sulla rivista “Legendaria”, numero di luglio 2017, con il titolo “Relazioni difficoltose”

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