La val di Magra, l’estremo lembo di Liguria che si confonde con la Toscana, fu presa di mira dagli scrittori latini e poi da Dante, Petrarca e Boccaccio, fino a arrivare ai poeti del Novecento come Vittorio Sereni, Franco Fortini, Giovanni Giudici, a scrittori come Piero Tobino e Maurizio Maggiani, che nei dintorni ha ambientato Il coraggio del Pettirosso, il romanzo che lo ha reso famoso.
Bocca di Magra, il posto di vacanza.
Da dove cominciare? Bocca di Magra, alla foce del fiume, è stata letteralmente presa d’assalto dagli intellettuali italiani.
Cominciò a venirci Montale prima della guerra, insieme a Cesare Lodovici e Bobi Blazen. A Bocca di Magra, il poeta ‘laureato’ ha dedicato la poesia Il ritorno. Poi il nostro premio Nobel preferì andarsene a Forte dei Marmi, via definitivamente da quella Liguria che non gli aveva dato i riconoscimenti che si aspettava. Montale ha ambientato a Bocca di Magra anche un suo curioso racconto che parla delle disavventure di un certo Furlotti.
Il “cubetto rosa di quattro stanze” di cui parla Montale, secondo Mario Guelfi, lo storico gestore del ristorante Ciccio, è in Lungomare Sereni.
Anche Carlo Emilio Gadda venne a godersi il sole a Bocca di Magra: scrisse del teatro romano, di Luni, e del Magra che, proprio lì, dove loro prendevano il sole, sbuca nel mare.
Scrittori, poeti ed editori, tutti a bocca di Magra nel Dopoguerra
Nel dopoguerra, poi, iniziarono a venire Giulio Einaudi, Elio Vittorini, Vittorio Sereni, Marguerite Duras, Cesare Pavese e Italo Calvino.
Molti di loro alloggiavano al Sans Façon, la locanda aperta dalla famiglia Germi. Si trova all’incrocio tra il lungo fiume (via Fabbricotti) e via Sans Façon. Un busto sulla facciata ricorda Luigi Germi, il capostipite degli osti. Scrive Giovanni Giudici, per altro nato all’estremo opposto del golfo, a Portovenere:
(…) Germi è l’uomo che sa tutto di qui, appartiene a una dinastia di albergatori anche se lui ha smesso di farlo, suo bisnonno Luigi soprannominato “sans façon ” per aver cucinato in quattro e quattr’otto del buon pesce a certi marinai francesi di passaggio, fu il primo a installarsi in una baracca lungo il fiume verso il 1848 come “scaffàro”, ossia traghettatore, della Dogana. Sì, mi assicura, fu proprio Montale a fargli scoprire il posto stupendamente semideserto e noto probabilmente come mèta di raffinate ed esclusive escursioni ai villeggianti fiorentini del Forte (ma fin dagli anni’20 c’erano già dei milanesi: arrivavano col treno a Sarzana e poi fin qui in carrozza per la sconnessa strada che si biforcava dall’Aurelia).
ll pergolato del Sans Façon dava direttamente sul fiume e la strada asfaltata era solo un silenzioso sentiero polveroso. Non è difficile immaginarseli questi intellettuali ‘foresti’, la sera, dopo aver mangiato e ancora meglio bevuto, raccolti intorno a un tavolo a chiacchierare dell’ultimo libro e godersi l’aria fresca. Franco Fortini, in un’intervista rilasciata a Pino Corrias, ricorda quelle sere quando si incontravano tutti davanti al San Façon, sotto all’ombra fresca dell’olmo, quell’olmo evocato anche da una poesia di Sereni.
Rimanevano a chiacchierare per ore. Lo chiamavano il ‘concilio’. Gli abitanti di Bocca forse avranno guardato con sospetto i ricchi signori ben vestiti e ancora meglio nutriti. Qualcuno dice che non si mischiavano troppo volentieri, che restavano chiusi nel loro mondo di discorsi importanti.
Chi alloggiava al Sans Façon e non al Pilota, invece, doveva remare sul fiume nel buio della notte per andare a ballare a Fiumaretta. Un pettegolezzo: qualcuno dice che Vittorio Sereni non sopportasse quella musica notturna proveniente dall’altra riva che invadeva l’aria e lo deconcentrava. Invece gli intellettuali più mondani si perdevano nella danze, ma solo a notte inoltrata quando il popolo lasciava libera la terrazza.
Il primo ad arrivare fu Elio Vittorini
Sembra che il primo e più assiduo frequentatore di Bocca di Magra nel dopoguerra sia stato Elio Vittorini. Lo scrittore, però, non ha lasciato nessuna testimonianza scritta sui luoghi o sul paesaggio, a parte brevi cenni in qualche lettera.
Marguerite Duras, amica di Vittorini, rimase incantata da questo paesaggio, ne I cavallini di Tarquinia racconta di un certo Ludi che altri non è che lo scrittore in vacanza a Bocca di Magra:
Il fiume scorreva a pochi metri dalla casa, largo, scolorito. (…)
Loro ci erano venuti a passare le vacanze per via di Ludi, a lui piaceva. Era un piccolo paese in riva al mare, a quel vecchio mare occidentale (…) sulle cui rive c’era appena allora stata la guerra. (…)
Marguerite Duras ha ambientato a Bocca di Magra anche alcuni brani del Marinaio di Gibilterra
Cesare Pavese trascorre a Bocca di Magra i suoi ultimi giorni
Entra prepotentemente in scena Cesare Pavese, con le sue ultime lettere scritte da Sarzana, da Bocca di Magra e da Torino e indirizzate a una certa Pierina che lo scrittore aveva conosciuto proprio sulle rive del fiume. Pierina che balla sulla terrazza del Pilota, Pierina che diventa il chiodo fisso degli ultimi giorni di Pavese, che sembra avere delle ossessioni simili a quelle del personaggio ne Il marinaio di Gibilterra. Queste lettere sembrano uscite dal romanzo della Duras.
Solo che Pavese non è un personaggio e, dieci giorni dopo aver scritto l’ultima lettera a Pierina, si suicida all’hotel Roma in Piazza Carlo Felice a Torino. Epilogo tragico di un grande scrittore che non riesce a superare il suo malessere, nonostante l’affetto degli amici, nonostante fosse, come scrive Einaudi “scrittore affermato”. Erano gli anni del suo massimo impegno nel lavoro editoriale.
Carlo Germi, allora giovane gestore del Sans Façon, se lo ricordava, in piedi, per ore, sulla riva del fiume a osservare il lento scorrere dell’acqua. Con lui c’era sempre Einaudi che se lo era portato per un paio di settimane a Bocca di Magra.
La giovane proprietaria del Pilota di Fiumaretta, sulla riva opposta, era sicura che Pavese alloggiasse lì, al Pilota, la locanda di Eolo. Il suo nome è segnato nel registro degli ospiti di quel triste agosto del 1950.
Vittorio Sereni, il più assiduo a Bocca di Magra
Vittorio Sereni ha dedicato a Bocca di Magra una delle sue poesie più belle, Un posto di vacanza.
Come è stato scritto sulla rivista tra Fiume e mare, la poesia è stata elaborata in un quindicennio. La prima parte è più immediatamente aderente al paesaggio del Magra nel 1951 e all’ambiente di allora: la linea gotica, i bunker dei tedeschi nello spiaggione di Marinella, la zona militare a Punta Bianca, i campi ancora da sminare, il fiume silenzioso con poche rare barche a motore.
Infine nella testa mozza di trucidato è ravvisabile una reminiscenza dell’ultimo episodio del film di Rossellini, Paisà.
Vittorio Sereni, forse, è stato, tra tutti, quello che ha scelto Bocca di Magra, come luogo d’elezione. Einaudi e Vittorini hanno smesso di andarci, ma lui no, non ha mai abbandonato la sua casa appoggiata proprio di fronte al fiume, in via Fabbricotti.
Sono molte le descrizioni e le poesie che Sereni ha dedicato al suo posto di vacanza. Così scrive in Bocca di Magra:
Se penso com’era all’inizio degli anni Cinquanta e a come è adesso, una sua storia minima debbo riconoscergliela. Allora aveva ben poco della località balneare, nonostante avesse tutto per divenirlo.
Qui la natura bastava a se stessa e la poca gente del luogo non pareva favorire altre inclinazioni. Oggi una flotta imponente di imbarcazioni di ogni tipo va stipando argini e insenature del porto naturale che è la foce del fiume: è spettacolare e a volte sgomentante la sfilata dei mezzi che la solcano a metà mattina avviandosi al mare aperto.
Nonostante ciò, e nonostante alterazioni e guasti perpetrati nel tempo, il luogo conserva le sue caratteristiche di fondo, difende come può il suo rapporto con la natura, diversamente da quanto è avvenuto un po’ dovunque in località analoghe.
Tra le tante poesie di Sereni dedicate a questi luoghi;
- Fissità dove “un’ombra in bilico tra fiume e mare rammenda reti, ritinteggia uno scafo”;
- La malattia dell’olmo, l’albero che, secondo alcuni, era di fronte al Sans Façon;
- Gli amici, dove si lamenta del “trambusto di scafi e motori”.
Come scrive Grazia Cherchi, Sereni era più fedele ai luoghi che alle persone: “Il posto di vacanza mutava insieme a lui e così era giusto che fosse, per qualche suo personale motivo”.
Una lunga corrispondenza l’ha legato per anni ad Attilio Bertolucci, che aveva casa a Tellaro: “c’era solo Monte Marcello a dividerci”, scrive Sereni nel 1971.
Paolo Bertolani, poeta dialettale dal grande cuore
In alcune lettere Sereni e Bertolucci parlano dell’amico comune Paolo Bertolani: riportiamo del poeta dialettale Bigéti daa Lunigiana, una poesia dove si rammarica per l’ambiente naturale completamente stravolto. I pagliai non esistono più.
Capedàe lì de sfròso,
verso séa, e dae n’ocià fina donde
la mèa a valàda (che pò de là
gh’è a Magra – che adè
l’è na moéna
bisa –
e pò gh’è ‘r mae)
e scrovìe ‘nte’r sarvàdego ‘n pagiàe,
l’è come ‘ncontràe n’omo chi parla
da lu e i nó rièssa a ‘mbugàe
a via de cà.
Capitare lì di soppiatto, / verso sera, e dare un’occhiata fin dove / muore la vallata (che poi di là / c’è la Magra – che adesso / è una murena / grigia – / e poi c’è il mare) / e scoprire nell’incolto un pagliaio, / è come incontrare un uomo che parla / da solo e non riesce a imbucare / la via di casa.
Bertolani visse per anni alla Serra sopra Lerici, ma preferiva la val di Magra alla costa. I colori erano meno accecanti e invadenti, e le atmosfere che creava il fiume e l’ambiente circostante erano più consone alla meditazione.
Franco Fortini e il cattivo tempo
Ed eccoci ora a Franco Fortini che, negli anni ’50, stava sulla riva sinistra, a Fiumaretta, in una casa che sembra un dado grigio a quattro passi dal Pilota.
In seguito, si trasferì sulla riva destra, sopra Bocca di Magra. Il poeta era un po’ scontroso, un po’ chiuso in se stesso, diceva la gente del posto. Ecco la sua poesia dedicata proprio a Bocca di Magra:
Domani o dopo farà brutto tempo:
questa sera al tramonto
si vedevano i monti di Livorno.
E quella era la Corsica,
un pensiero di isola.
Le cave erano neve,
lampi i vetri dei borghi.
Dagli archi di Apennino
il tramontano trema fino al fiume,
aguzza gridi e lumi.
Questa notte udiremo
cigolii di catene e cime, tonfi
agli scali, di legni.
In sonno, sarà autunno; e in cuore un mare
docile a navigare –
– tuono all’alba e libeccio.
Chi conosce quest’angolo della Liguria sa cosa significhi “vedere i monti di Livorno”: che il giorno dopo, o molto presto, farà brutto tempo. Una visibilità molto nitida (…) delle Apuane, e dei monti che chiudono la Versilia e oltre verso Livorno, porta un peggioramento delle condizioni meteorologiche.
Allora compaiono sull’estremo orizzonte verso il Monte Nero di Livorno alcune forme in mezzo al mare. Sono le isole dell’arcipelago toscano, la Capraia, la Gorgona, l’Elba. Da Punta Corvo – non da Bocca di Magra, perché il monte copre la vista – è visibile anche la Corsica. (Tra fiume e mare)
Anche il rivoluzionario Luciano Bianciardi a Bocca di Magra
Estate 1960: a cavallo di tante opache Seicento (benzina a 150 lire), gli italiani filano al mare dove li aspetta la pensioncina color pastello, la scatoletta di crema Nivea, la rotonda sul mare e i jukebox cromati che strillano twist.
Luciano ha incassato quattrocentomila lire per il libro garibaldino, ha ritirato un paio di anticipi sulle traduzioni, spedito la metà di tutto a Grosseto, e per la prima volta dopo tre anni di faticate estive, si regala anche lui dieci giorni di mare con Maria e Marcellino a Bocca di Magra.
Il posto glielo ha consigliato Vittorio Sereni, conosciuto nel giro editoriale, uomo schivo, venuto da Luino portandosi dentro la luce perfetta del lago, e i suoi silenzi.
Nessuno sguardo di oggi può restituire il paesaggio di allora, quando Bocca di Magra era paese di velieri (unico rifugio sicuro per chi navigava tra Lerici e Pisa) scoperto da Montale e poi da Vittorini e poi dalla speculazione edilizia che lo ha affollato di case, villaggi, porti, cantieri.
L’acqua, dove il fiume Magra entra nel mare e segna il confine naturale tra Liguria e Toscana, non è più azzurra, la spiaggia non è più solare, il silenzio non è che una pausa.
Pino Corrias, Vita agra di un anarchico. Luciano Bianciardi a Milano.
Luciano Bianciardi aveva abbandonato Grosseto, la sua città, per trasferirsi a Milano. Rimase un anarchico per tutta la vita: non volle accettare le lusinghe dell’industria culturale, delle case editrici che andavano per la maggiore, rifiutò di collaborare al Corriere della sera e scelse di tradurre Henry Miller per quattro soldi, insieme a Maria, la sua compagna.
Era costretto a litigare ogni giorno con gli esattori per tasse e bollette. Autore della Vita agra, uno dei romanzi più belli e intensi di quegli anni, Bianciardi guarda con occhio disincantato la comunità di intellettuali di Bocca di Magra.
Lui è lì, insieme a Maria, per la sua prima vacanza al mare dopo anni di lavoro sottopagato come traduttore. Il suo sguardo nei confronti della comunità degli scrittori non può che essere diverso.
Una sua poesia un po’ sgangherata e sicuramente divertita parla dell’esperienza del gruppo “Amici pro Bocca di Magra”, mentre nel brano Vacanze alla foce prende in giro un po’ tutti: i suoi amici “intellettuali veramente” che prima
andavano alle bagnature sulle spiagge più meridionali, ma poi, inorriditi dalla folla di salumai e di federali che a branchi invadevano le arene, emigrarono verso settentrione, su su fino a che trovarono il fiume
Non è difficile ravvisare, in quell’editore del Piemonte, Giulio Einaudi “che somiglia a Alec Guiness, un bell’uomo alto, magro, e peloso: per snobismo il conto lo faceva pagare sempre ai suoi subalterni.” Sarà vero?
Bianciardi, la pecora nera del gruppo
Insomma Bianciardi merita un posto a parte nelle nostre patrie lettere, il posto di quelli che non hanno peli sulla lingua, che trovano da ridire sempre quando qualcosa non va.
E lo sa fare con ironia, con rabbia trattenuta e forse, chissà, si è anche divertito. Si è lasciato morire troppo giovane per rendersene conto. Sempre in Tra fiume e mare troviamo scritto:
Bianciardi era di quelli che vanno davanti al plotone d’esecuzione piuttosto che rinunciare ad una battuta e la tecnica del suo gioco puntava essenzialmente a colpire il lato in cui i personaggi presi a partito pensavano di aver predisposto al meglio le contromisure.
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Questo brano è un estratto dal mio libro Su e giù per la val di Magra, in vacanza con gli scrittori, del 1998. La bella foto di apertura è di gaiasimona (tripadvisor).
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