“A guizzi, a spicchi, a frammenti fulminei e abbaglianti”: così si scoprono le Cinque Terre in treno per il premio Nobel Eugenio Montale: attraverso squarci di luce che invadono il finestrino tra una galleria e l’altra. Fessure di luce in mezzo a tratti al buio che donano la vista di un paesaggio inaccessibile e selvaggio.

Le Cinque Terre isolate dal mondo

Per secoli gli abitanti di Monterosso, Vernazza, Corniglia, Manarola e Riomaggiore hanno vissuto isolati nei loro paesi, “nidi di falchi e di gabbiani”. Secoli di povertà, di fatica, di incursioni saracene: hanno ricamato le loro montagne che corrono ripide giù verso il mare, costruendo muretti a secco e terrazze per coltivare ulivi e vigneti, quelle “fasce” rubate ai pendii che, viste dall’alto, sembrano gironi infernali.

Mi raccomando: ci si va in treno alle Cinque Terre

Ed è il treno, la strada ferrata, che alla fine dell’Ottocento ha messo le Cinque Terre in contatto con il mondo.

“La strada maestra le abbandona a se stesse, lasciando Sestri per salire fino al Bracco”: ancora oggi come ai tempi di Montale è sconsigliabile arrivare alle Cinque Terre in auto. È sempre il treno a farla da padrone. Le piccole stazioni d’estate e non solo sono gremite di turisti e bagnanti, come le fermate della metropolitana di New York nelle ore di punta.

Un intrico di sentieri che si arrampicano

I paesi non sono collegati tra loro da una strada asfaltata ma da sentieri percorribili a piedi che permettono di scoprire scorci ormai rari in tutto il resto della Liguria. Per avventurarsi, non bisogna essere esperti camminatori, ma è importante essere preparati ad arrampicarsi per ripidi tratti rocciosi e aridi oppure orti coltivati con verdure, alberi da frutto, vigne e olivi che si rincorrono giù fino ai paesi. Erano i viottoli che percorrevano i contadini per raggiungere i loro piccoli appezzamenti di terra o i minatori per arrivare alle cave da dove si estraeva l’arenaria, con cui è stata pavimentata Genova e Firenze.

agave

La Via dell’Amore non c’è più

Fino al 2012 il tratto più frequentato era la via dell’amore tra Manarola e Riomaggiore, un chilometro di sentiero scavato nella roccia. Questa è una terra fragilissima e purtroppo è franato verso il mare. Nel 2015 ne è stato riaperto un piccolo tratto, ma non ha più niente a che vedere con quello che era un tempo.

La villa liberty dei Montale a Monterosso

Vertigini, paura del vuoto, ma anche incanto per il mare a strapiombo, le rocce lavorate dal vento, le agavi aggrappate ai dirupi: “Vedo il sentiero che percorsi un giorno / come un cane inquieto; lambe il fiotto / si inerpica tra i massi e rado strame / a tratti lo scancella”: certo Montale era osservatore del tutto particolare. La villa liberty che i suoi genitori fecero costruire a Monterosso all’inizio del Novecento è di fronte alle cave di punta Mesco. Il piccolo Eugenio la chiamava la Villa delle due palme, non si può visitare perché è una proprietà privata

Il poeta abitava a Genova e ci veniva in vacanza con la famiglia. Quando era bambino, d’estate, trascorreva ore affacciato alla balaustra del giardino. Da qui, proprio da questo punto, osservava il paesaggio degli “Ossi di Seppia”, la sua poesia più conosciuta, oppure dei “Limoni”, della “Casa dei doganieri”, o “Punta del Mesco” con lo sguardo che frugava dintorno gli “orti assetati”, la “chiostra di rupi, le “gazzarre degli uccelli”, la luce “d’accesi riflessi”, la “gloria del disteso mezzogiorno”, il “sole che abbaglia”, oppure il “cielo che rimbomba”, il “gioco d’aride onde” il mare che “scaglia a scaglia, livido, muta colore”.

Le Cinque Terre, fonte principale di ispirazione per Montale

Se la casa è a Fegino, la parte più nuova di Monterosso, nel borgo vecchio del paese c’è il cimitero con la tomba della famiglia Montale, che il poeta nomina spesso nelle sue liriche. È un’emozione intensa, sedersi su una panchina a picco sul mare e leggere le sue poesie. Il paesaggio tra le Cinque Terre e Portovenere è l’elemento a cui Montale ricorre spesso per costruire la sua poetica, un paesaggio sempre presente nella sua memoria.

Turismo mordi e fuggi alle Cinque Terre

Il centro storico di Monterosso conserva, soprattutto nelle gelide giornate invernali, un po’ dell’atmosfera dei tempi di Montale. D’estate o nei fine settimana, invece, i “carruggi”, le viuzze e le piazzette che si inerpicano su per il paese sono gremiti di turisti vacanzieri sudati provenienti da tutto il mondo, ansimanti e scottati dal sole. Facile vedere gruppi di asiatici, che scendono dal treno, corrono per fare una foto, poi riprendono il treno e si precipitano di nuovo fuori alla stazione successiva. Non proprio un bell’esempio di turismo slow.

Vivere con il terrore dei pirati saraceni

Fino a una trentina di anni fa gli abitanti delle Cinque Terre avevano un carattere ruspante e selvatico. Erano spesso sulla difensiva. Abituati per secoli a vivere ai confini del mondo, a nutrirsi di pesci fritti, frittelle di granoturco, cavoli e fagioli. E a scrutare l’orizzonte minaccioso con i saraceni o i genovesi in agguato, coltivando una terra difficile e avara e arrampicandosi agili e veloci per i pendii a piedi nudi o con le calze di lana di pecora.

Il convento dei Cappuccini, luogo d’eccezione

Il convento dei Cappuccini, un luogo straordinario, domina Monterosso dall’alto e, nelle giornate senza foschia, le Cinque Terre si offrono all’occhio senza timidezza, lo sguardo non sa dove posarsi. Bene si capisce cosa volesse dire per i Monterossini, un tempo, vivere isolati. E avere un mare così incombente e incalzante.

Ecco come si pescava in passato

Quel mare non serviva per nuotare o per prendere il sole ma per pescare, galleggiando sugli stessi tini che venivano utilizzati per la vendemmia. Oppure gettavano le reti in acqua tutti insieme, dalla spiaggia, per poi dividersi il bottino. Ed è quel mare dal quale arrivavano i mori che oggi porta il turismo del benessere. Certo questo non se lo sarebbero mai aspettato.

I villaggi abbandonati e le spiagge più appartate

Anche se le Cinque Terre sono ancora coltivate e le terrazze ben tenute, alcune attrezzate con teleferiche, alcuni piccoli agglomerati sono ormai villaggi fantasma con case che faticosamente resistono all’abbandono, oppure crollano e franano. Sono tante le piccole baie selvagge e i tratti di costa difficili da raggiungere, come Monesteroli: per scendere verso il paradiso bisogna affrontare più di mille scalini, così come per tornare a casa, ma questa volta in salita.  Una bella impresa, soprattutto se con il sole cocente. Un’altra spiaggia appartata è quella del Guvano, tra Corniglia e Vernazza. Sono ormai lontani i tempi in cui un gruppo di pescatori sbarcò di notte all’improvviso dai gozzi per menare le mani ai naturisti, hippy e fricchettoni accampati.

A Vernazza fino a una trentina di anni fa i turisti li chiamavano “cu gianchi” (culi bianchi).

Cinque Terre

Un paesaggio prezioso diventato patrimonio Unesco

Nel 1997 l’Unesco ha inserito questo straordinario paesaggio nella lista del Patrimonio Mondiale dell’Umanità e questo se possibile ha richiamato ancora più turisti.

L’asprezza del territorio e dei suoi abitanti ha molto segnato il carattere di Montale: “Quella di Monterosso – ha dichiarato il poeta in un’intervista – è stata una stagione molto formativa; però ha anche costituito l’avvio all’introversione, ha portato ad un imprigionamento nel cosmo”.

Non è raro trovare ancora qualche anziano che vorrebbe il paese tutto per sé, come una volta. E forse ha ragione: i tavoli dei ristoranti hanno invaso i marciapiedi, in spiaggia non c’è posto neanche per un asciugamano da bidè e nei giorni di festa una lunga fila di camminatori si sparge per i sentieri, invadendo ogni angolo e rubando ai luoghi ogni magia.

Sul calar della sera si respira un po’

Finalmente arriva la sera, ripartono tutti in treno, per tornare in città o per riprendere la nave da crociera, con gli occhi inondati dalla luce accecante del sole, con le gambe doloranti per la camminata e in borsa lo Schiacchetrà o il bianco Doc, l’olio o la crema d’olive, le acciughe o il pesto comprato nei negozietti dei borghi. E le Cinque Terre appartengono di nuovo ai loro abitanti, che continuano a scrutarlo quel mare, in silenzio: quel mare nemico che ha reso i loro paesi terra di conquista, quel mare amico che li aiutati a sopravvivere per secoli.

Meriggiare pallido e assorto

Eugenio Montale

 

Meriggiare pallido e assorto

presso un rovente muro d’orto,

ascoltare tra i pruni e gli sterpi

schiocchi di merli, frusci di serpi.

 

Nelle crepe del suolo o su la veccia

spiar le file di rosse formiche

ch’ora si rompono ed ora s’intrecciano

a sommo di minuscole biche.

 

Osservare tra frondi il palpitare

lontano di scaglie di mare

mentre si levano tremuli scricchi

di cicale dai calvi picchi.

 

E andando nel sole che abbaglia

sentire con triste meraviglia

com’è tutta la vita e il suo travaglio

in questo seguitare una muraglia

che ha in cima cocci aguzzi di bottiglia.

La prima versione di questo reportage è stata pubblicata su D di Repubblica nel 1996, mentre una versione diversa e aggiornata nel 2019 su Tutto Italiano

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