La mia adolescenza in compagnia di Faber. Ecco cosa racconto in questo breve brano che è uscito sull’antologia intitolata La mia prima volta con Fabrizio De André, a cura di Daniela Bonanni e Gipo Anfosso. Un buon momento per rispolverarlo, dopo tutto il gran parlare intorno al film dedicato alla sua vita, Il Principe Libero.

Nei quartieri dove il sole del buon Dio non dà i suoi raggi ha già troppi impegni per scaldar la gente d’altri paraggi.

La cantavo a squarciagola da adolescente La città vecchia. Avevo in casa tre LP delle canzoni di Faber. Trascorrevo ore, di pomeriggio a analizzare i suoi testi, che sembravano venir fuori dalla tormenta. A studiare non ci pensavo nemmeno.

Fermavo il disco, alzando la testina. E trascrivevo le strofe una dietro l’altra, a capo chino, con quelle parole che mi si conficcavano in testa, facendomi pensare a quante cose c’erano da cambiare, in questo mondo di cui cominciavo a capire i contorni. Storie tristi, che parlavano di morte e di guerra.

Sparagli Piero, sparagli ora, e dopo un colpo sparagli ancora. Mi straziavano e allo stesso tempo erano una calamita, quelle storie: Mentre attraversavo London Bridge un giorno senza sole vidi una donna pianger d’amore, piangeva per il suo Geordie.

Conservo quel quaderno, è a quadretti, con la copertina rigida a scacchi e rombi rossi. Le parole sfilano ancora uno dietro l’altra in stampatello. Mi ci sono rovinata gli occhi, sembra un ricamo a guardarlo oggi. Me lo sono trascinato dietro in tanti traslochi. Sono passate tante lune.
Non ero sicura se il pescatore si fosse comportato bene, non facendo la spia ai gendarmi, come avevo qualche dubbio su Bocca di Rosa. Mai stata bacchettona, ma una che arriva a Sant’Ilario e si fa delle storie con tutti i maschi del paese, non è così bello per le signore, o no?
Faber ha scandito quel periodo difficile, ma anche gioioso della mia vita.

Nata a Sanremo, dopo il diploma ho vagabondato per l’Europa, per poi finire a Genova. Ho vissuto per quindici anni nella città vecchia, in Vico Angeli e in Vico Torre Vigne, con le graziose fuori dal portone, diventate poco a poco parte del mio paesaggio emotivo.

 Se di amarla ti vien la voglia basta prenderla per mano.

Mi sono fermata a Genova perché mi sono innamorata dei suoi vicoli multietnici e interclassisti. Faber, l’ho capito da un po’: sei tu il motivo per cui ancora vivo in questa città malefica e stupenda.

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