C’era da aspettarlo, NoLo è un quartiere vivo. Non è un caso che a Nord di Loreto dal 3 al 9 giugno 2019 prenderà vita il primo Fringe Festival di Milano. Si ispira a quello molto più famoso di Edimburgo, nato nel 1947.
Per l’occasione sono stati allestiti tre palchi nei locali della zona, con due spettacoli giornalieri. L’ingresso è gratuito. Il programma è consultabile sul sito , dedicato all’evento.

Per l’occasione vi ripropongo un reportage che ho pubblicato per la prima volta due anni esatti fa, forse il primo che raccontava questo quartiere e le sue specificità.

Milano è in pieno movimento. Tanti quartieri stanno cambiando aspetto, velocemente. Ho trascorso qualche giorno a NoLo, così è stata chiamata la zona a Nord di Loreto, con l’epicentro tra Via Padova e Viale Monza, anche se il termine spesso viene usato per definire anche altre aree urbane più prossime a Sesto.

Tanti giovani stanno aprendo attività in quartiere, artisti architetti e creativi vari, gli affitti sono gestibili per chi è agli inizi, anche per questo ci vivono molti immigrati. Infatti, comincia a essere una zona abbastanza gettonata, è centrale e molto ben servita dai mezzi. Per la spesa si spende poco nei negozietti bangla o al mercatino di Termopili il venerdì.

Siamo ospiti a casa di Roberto e Elena, insegnano tutti e due all’università, lei spagnolo, lui arte contemporanea. Sono entusiasti di essersi trasferiti in questo quartiere. Mentre pranziamo nel loro bel terrazzo fiorito, ci raccontano perché vale la pena vivere in un quartiere multietnico, dove gli abitanti di origine italiana sono una piccola minoranza. Inoltre – mi raccontano sempre Elena e Roberto – il quartiere è anche una zona free per i travestiti.

Nel bel Parco Trotter, nel cuore di NoLo, ha sede la scuola di un quartiere con il 77% di abitanti immigrati, spalmato su 157 nazionalità diverse, un esperimento unico. Ci sono classi composte solo da bambini e bambine di origine straniera. Le insegnanti sono straordinarie e riescono a integrarli e a farli dialogare tra loro. È stata aperta una scuola di cinese per non far dimenticare la lingua originaria ai piccoli, poi esiste un’associazione che insegna l’italiano agli arabi.

Mi consigliano ristoranti, locali, negozi

  • La Salumeria del Design, via Stazio 18 (guarda la fotogallery);
  • Fledge, via Marco Aurelio 8, cucina asiatica, si può mangiare anche per 7 euro;
  • Al tempio d’oro, via delle Leghe 23, ristorante italo tunisino, ti danno da mangiare anche dopo mezzanotte;
  • Al Gargano, via dei Transiti 26, accanto alle case occupate, è una pizzeria pugliese, con uno dei camerieri più simpatici e bizzarri al mondo. Prezzi assolutamente ragionevoli;
  • La rosa di Tunisi, via Padova 35, pasticceria medio orientale, una delle più buone a Milano e non solo.
    Tanti locali interessanti in piazza Morbegno. E lì a due passi, in via Oxilia 10, c’è il cinema Beltrade, un’istituzione del quartiere, molto amato dagli abitanti, dove spesso è in programmazione anche il film di Antonio Rezza e Favia Mastrella, “Via Padova”, che racconta il quartiere attraverso bizzarre interviste;
  • Bravi i parrucchieri cinesi  li ho provati – mi racconta Elena. Ottimi anche quelli per uomo, marocchini e pakistani, che tolgono le ciglia con un filo ai clienti maschi, senza neanche chiedere il permesso. Per loro è naturale così;
  • Al civico 36 è stato aperto un ottimo negozio di abiti usati. Si chiama Share. Abiti meravigliosi a prezzi ridicoli.

Finiamo di pranzare – Roberto ed Elena cucinano da Dio – e raggiungiamo la gelateria proprio di fronte a casa loro (guarda fotogallery), la Carapina, all’angolo tra via Marco Aurelio e via dei Transiti. Il gestore, Danilo Mangano, è un ex geologo. Spesso i nostri amici si siedono lì, un punto d’incontro tra gli abitanti del quartiere. Conosciamo Monique, una bella signora franco-brasiliana, che sta andando a votare per le elezioni francesi: ha scelto Macron.

Ci raggiunge Cristina Cattafesta, storica abitante del quartiere, si è trasferita tanti anni fa in via dei Transiti. Una strada conosciuta a Milano e non solo per le case occupate decenni fa, per il centro sociale e per i colorati murales. Si definisce un’orgogliosa residente, un’attivista politica e talvolta un po’ indignata. Soprattutto non sopporta come alcuni immigrati trattano le loro mogli: «Le istituzioni devono lavorare sull’integrazione, l’educazione e la difesa delle donne migranti che subiscono una doppia discriminazione: come immigrate e all’interno della famiglia».

Le chiedo del quartiere e mi racconta tante cose belle e brutte.

Ora lascio la parola a Cristina:

5 buoni motivi per vivere a Nolo.

  1. È una quartiere vivo e giovane;
  2. I prezzi delle case sono davvero abbordabili;
  3. Ci sono localini e ristoranti dove si mangia bene spendendo pochissimo;
  4. Puoi fare la spesa praticamente a ogni ora della notte;
  5. È un quartiere pieno zeppo di associazioni bellissime.

5 posti del quartiere da visitare assolutamente:

  1. Parco Trotter;
  2. La colonna votiva (anche detta della peste) di piazza Durante. Queste colonne erano molto diffuse a Milano, quelle rimaste sono la testimonianza di un passato ricco di storia;
  3. Il Naviglio della Martesana, attraverso la ciclabile, è un posto magico;
  4. Le Ville che si affacciano sul Naviglio Martesana;
  5. I murales sparsi qua e là nel quartiere.

 

Come si vive a NoLo

È sempre stato un quartiere difficile. Quando sono venuta a viverci 30 anni fa c’era una malavita ragazzina, che si dedicava allo spaccio, ai furti di motorini (ricordo che venivano portati nel nostro cortile per essere rimontati) e qualche volta anche a rapine più importanti. Poi è arrivata l’immigrazione. All’inizio erano famiglie, c’erano mezzi economici e volontà di integrazione da parte dei residenti e da parte dei nuovi arrivati. Ad un certo punto tutto è diventato più difficile. La situazione economica italiana peggiorava, c’erano meno soldi per una corretta integrazione, arrivavano persone più giovani e spesso uomini, con poca intenzione di restare qui, quindi poca voglia di integrarsi.

C’è tanta differenza tra il giorno e la notte: di giorno il quartiere è allegro e vitale, giovane e dinamico. La sera ancora è piacevole, moltissimi ristoranti etnici ed economici, tanta gente per le strade, molti giovani che si divertono. La notte diventa davvero faticoso. I negozietti del Bangladesh aperti vendono birra. Molti si ubriacano e diventano violenti, scatenando risse quasi tutte le notti, a bottigliate e talvolta a coltellate. Spacciatori africani si muovono in gruppi minacciosi. I trans animano le notti in modo chiassoso, senza pudore o rispetto per i residenti. L’insofferenza è tangibile.

Si vive cercando di mettere delle pezze, in attesa di un piano di recupero e di un po’ di attenzione da parte delle istituzioni per un quartiere che in fondo è a poche fermate dal centro. Si vive cercando di limitare i danni creati dagli italiani che affittano a 20 pakistani il loro appartamento di due locali, pensando solo a guadagnare il più possibile. Naturalmente lo stesso vale per chi affitta a prostitute o trans, senza considerare il via vai dei clienti ad ogni ora.

Si vive talvolta bene e felicemente durante il giorno, con amici con cui ti trovi al bar dell’angolo; e con molta rabbia durante le notti insonni, quando devi chiamare la polizia per le risse o per il casino sotto casa. Si vive beandoci di riuscire a cenare bene dal filippino per la modica cifra di 7 euro; per poi incazzarci per le pisciate sul pianerottolo e per chi ti spacca il vetro dell’auto per dormirci dentro intontito dall’alcol. Si vive guardando con gioia alle associazioni che qui nascono e prosperano e che arricchiscono la nostra vita; per poi disperarsi per le donne arabe che non escono di casa o girano velate come fantasmi.

Siamo tutti molto concentrati sulle persone che scelgono di venire qui. Ma c’è poca attenzione e poco aiuto per coloro che scelgono di restare nei loro difficili paesi per dare un futuro e una chance di pace.

La mia associazione, CISDACoordinamento italiano sostegno donne afghane – da 18 anni interviene in Afghanistan ed è in contatto con il movimento progressista. Sono principalmente associazioni che lavorano a favore dei diritti delle donne, propugnando uno stato laico. Li aiutiamo sostenendo i loro progetti, tra cui un lavoro capillare per alfabetizzare donne e bambini e far nascere una coscienza civica e di pace che parta proprio dalle donne. Andiamo in Afghanistan abbastanza spesso, una o due volte l’anno. E invitiamo le attiviste afghane per dei tour politici di informazione su quello che succede laggiù.

Missing at the borders è un altro bellissimo progetto, nato in quartiere. I promotori, tra cui la straordinaria Edda Pando, intendono dare voce ai migranti morti nel viaggio verso l’Europa e alle loro famiglie. Si tratta di ridare un’identità a queste persone, ai sogni e speranze che le hanno portate a intraprendere questo viaggio. Tutto il lavoro è basato su interviste alle famiglie che sono rimaste nei paesi d’origine, che hanno raccolto i soldi per far partire i loro cari. Migrare è una scelta d’amore per la vita. Per questo il progetto non vuole parlare di morte, ma di speranza».

Poi chiedo a Cristina di parlare anche delle case occupate di via dei Transiti, che hanno avuto un ruolo nel quartiere per decenni: «È stata fatta un’operazione a dir poco geniale (sono amica di una bella famiglia eritrea che vive lì)! Dopo l’occupazione abusiva, avvenuta ormai più di trent’anni fa, l’amministrazione che ne era formalmente proprietaria ha contattato occupante per occupante proponendogli di acquistare a riscatto l’abitazione, studiando per ognuno un pagamento personalizzato, sulle reali entrate, poche o tante che fossero. Un piano flessibile. La rata poteva essere ridotta anche con breve preavviso, che ha permesso a molte persone indigenti e a molte famiglie immigrate di diventare proprietari. Inoltre si sono evitati conflitti con i residenti e dolorosi sfratti.

Con questo sistema gli appartamenti sono stati anche manutenuti con grande cura e la palazzina è pulita e in ordine. Solo qualche piccolo spazio su strada è ancora in regime di occupazione abusiva. Il centro sociale funziona, direi di sì, fanno musica. È un punto di aggregazione politica (si chiama T28) e si fanno interventi sanitari di modesta portata per i non abbienti»

Il film su via Padova di Antonio Rezza e Flavia Mastrella

Quando torno a Genova proprio la stessa sera – non scherzo – ai Cappuccini, a due passi da casa mia, ci sono Antonio Rezza e Flavia Mastrella in persona, che sono venuti per presentare il loro film su via Padova. In autostrada infrango ogni limite di velocità con la mia Panda a metano per arrivare in tempo. Ed ecco che la mia avventura a NoLo continua.

Il film è esilarante e pieno di nonsense. È il risultato di due giorni trascorsi dai due artisti nel maggio del 2011 a NoLo, quando ancora a nessuno era venuto in mente di chiamarlo così. Ci sono voluti tanti anni per montarlo e portarlo in giro per l’Italia, come per tutti i film fuori dai grandi circuiti. Ma ora sono qui, a un chilometro da casa e lo sto vedendo. Rezza, nel film, si muove nel quartiere intervistando immigrati, italiani del sud e del nord, trans e ne viene fuori un allegro caos, denso di razzismo e insofferenza. La colonna sonora è composta dalla voce degli immigrati che cantano con un’infinita nostalgia per le terre d’origine. Rezza è reduce da un grande successo, con il suo Fotofinish, al Teatro della Tosse, i genovesi lo hanno omaggiato con un’ovazione a fine spettacolo.

Ma le combinazioni e i cortocircuiti, come spesso mi accade, non sono ancora finiti. Qualche giorno dopo ho una riunione per un progetto al Teatro della Tosse, con Emanuele Conte e il direttore artistico Romeo Amedeo. Racconto loro che sto scrivendo un reportage su via Padova e Romeo mi dice che ha abitato a lungo a NoLo e che i suoi figli sono andati a scuola al Parco Trotter. Mi lancio anche con lui.

Ora lascio la parola a Romeo Amedeo

5 cose da provare:

  1. La ciclabile della Martesana (che arriva fino all’Adda);
  2. Aperitivo all’aperto in piazza Governo Provvisorio;
  3. Un pomeriggio al Parco Trotter (con spettacolo al teatrino);
  4. Il ristorante greco Mykons sul Naviglio;
  5. Villa Pallavicini.

Come si vive a NoLo

È bello vivere a Nolo perché è un quartiere vivace, perché ha un parco nel suo cuore, perché si gira a piedi e in bici, perché è multietnico. Non è mai deserto. I negozi e i bar sono sempre aperti e ci sono numerose associazioni di quartiere molto attive. È molto diverso dai quartieri dormitorio in cui spesso ci si trova a vivere quando si abita fuori dal centro.

Anche i miei figli si trovano bene, sia la grande, 16 anni, che il piccolo, 9 anni. Hanno numerosi amici all’interno del quartiere. La loro cerchia si è formata grazie alla frequentazione del Parco Trotter, all’interno del quale si trova la scuola, dalla materna alle medie, che hanno frequentato e che il piccolo frequenta ancora. Dalla quinta elementare la grande ha cominciato ad andare a scuola da sola, proprio per le caratteristiche del quartiere, che mi hanno sempre lasciato tranquillo. Ora va al liceo, ma fino ai tredici anni passava i pomeriggi con gli amici al parco Totter.

Il piccolo lo vive ancora molto. Resta dopo la scuola con i compagni e frequenta la palestra dove  si gioca a mini-basket: la squadra è un’occasione di aggregazione molto importante per le famiglie del quartiere. Io personalmente ho tenuto corsi di teatro per i genitori della scuola e ho partecipato alle attività dell’Associazione Amici del Parco Trotter.

Attraverso i nostri figli siamo entrati in contatto con tutte le comunità. Quella con cui abbiamo avuto maggiori scambi è la Filippina, che organizza numerose feste aperte a chi vuole frequentarle.

Gli spostamenti a NoLo avvengono quasi sempre a piedi o in bicicletta, tanto che io un paio di anni fa ho rinunciato alla macchina.

La cosa peggiore è la presenza dell’esercito (inutile!) per le strade. Per un periodo lo abbiamo avuto davanti alla scuola. Garantisco che per un bambino vedere uomini e donne in mimetica armati di mitra non è rassicurante, fa pensare alla guerra. Non posso negare che alcune zone del quartiere siano abbandonate a se stesse. Capita che ci siano risse. In queste zone c’è un grande problema di sovraffollamento nelle abitazioni e un degrado urbano cui sarebbe necessario porre rimedio».

Altre opinioni su NoLo

Fabrizio

L’attore e regista Mediaset Fabrizio Lo Presti scrive, dopo aver letto l’articolo: «Da genovese emigrato a Milano, la città che mi ha dato l’opportunità di coronare i miei sogni, ho trovato in NoLo il mio quartiere prefetto. Qui si vive a misura d’uomo, con affitti accessibili e buoni servizi. Ora è in pieno fermento è la cosa più bella sono le associazioni del quartiere che creano eventi. La mia carriera è sbocciata proprio partendo da qui. Cologno, dove lavoro a Mediaset, è vicino. E qui traggo vita e emozioni che riverso sul lavoro. Vivo in una via che porta il nome di un antica famiglia genovese, dove abitavano anche Jerry Calà e Smaila dei Gatti di Vicolo Miracoli. Anche loro son partiti da qui. In NoLo ho trovato un equilibrio giusto di creatività e passione».

Paola

Ecco il parere invece di Paola: «Capisco che ci sono anche lati negativi come descrive Caterina Cattafesta, ma non mi sono mai svegliata una notte per chiamare la polizia. Sarà che ho i doppi vetri. Il nostro condominio è ben curato e non troviamo pipì sul pianerottolo, né girano prostitute. Siamo quasi tutti italiani e i pochi stranieri che ci sono, se non per i tratti somatici, sono esattamente come noi. Nessun rumore o odore di fritto a causa delle differenti culture culinarie. Questo è per dire che va bene attirare l’attenzione per risolvere alcuni problemi (angoli con spacciatori ci sono di sicuro, magari ci sono anche in altri quartieri ma vestiti bene), ma non bisogna demonizzare la zona. Noi abitiamo a NoLo da quasi un anno e ci troviamo molto bene.

La cosa che davvero vorrei cambiare è il modo in cui parcheggiano le macchine. Bisognerebbe richiedere l’attenzione del Comune sul degrado dei marciapiedi spesso sporchi o comunque rovinati dalle auto, mettere delle fioriere davanti a bar e negozi (mi hanno detto che è vietato) e forse riqualificare la piazzetta dei Transiti e il parcheggio di fronte al Trotter. Basta con la questione della violenza, la gente poi ricorda solo quello. Vorrei aggiungere che non ci abitano solo creativi in zona ma tante persone normali che come me lavorano nel terziario, assicurazioni e banche. Si riesce ancora a comprare casa a NoLo rispetto ad altre zone di Milano. Dove abitavamo prima in affitto (zona Morgagni) i prezzi per l’acquisto sono davvero improponibili, anche se si hanno due buoni stipendi».

Mara

Mi scrive un’altra simpatica abitante del quartiere, Mara, entusiasta con qualche leggera riserva: «Buongiorno Laura, ho letto il tuo articolo sul quartiere Nolo e sono pienamente d’accordo con te. Vivo qui da dieci anni e ho scelto il quartiere perché i prezzi sono ragionevoli e la zona è ben servita dai mezzi. Ci sono due linee della metro e in pochi minuti sono in centro o in qualsiasi altra zona di Milano.

Durante il giorno, sarà un po’ stereotipato, ma se devo rifare il tacco vado dal calzolaio che parla milanese, per la pizza c’è l’egiziano vicino a casa, l’estetista è cinese, la sarta viene dai paesi dell’est, mentre per i lavori in casa mi affido a tre fratelli sudamericani che hanno un negozio di ferramenta vicino a piazza Durante. Eccetto il calzolaio, sono tutte persone che vengono da zone povere del mondo, ma si sono rimboccate le maniche come abbiamo fatto noi in passato quando eravamo costretti a cercare fortuna all’estero.

Devo però anche dire che la notte l’anima del quartiere si trasforma e si popola di individui poco raccomandabili. La Milano che lavora si spegne e con lei la solidarietà e la bellezza del vivere in un quartiere multietnico. Quando ritorno a casa tardi sono in allerta e quando chiudo il portone mi assicuro sempre che sia scattata la serratura. Capita a volte che gli appartamenti vuoti vengano occupati illecitamente, che degli estranei trovino ricovero per la notte in cantina o che vengano rubate le biciclette nel cortile.

Ieri sono stata in via Sarpi e devo dire che è bastato poco per strappare la zona al degrado. Non so cosa si potrebbe imparare. Forse gli avidi proprietari di appartamenti potrebbero smettere di affittare i monolocali a trenta persone. Oppure potrebbero finanziare assieme ai negozianti delle attività di riqualificazione. O il Comune potrebbe dare degli incentivi a chi apre un’attività in zona. Mi rendo conto che in questo modo, i poveri verrebbero spinti sempre più verso l’esterno, ma il quartiere ne guadagnerebbe in sicurezza e non sarebbe poco.

Mi piace, quando prendo la 62, condividere il sedile con ragazzi perbene (di qualsiasi etnia) che scendono alla mia fermata per andare a fare un aperitivo alla Salumeria del Design o per mangiare etnico. Ti accorgi che il quartiere sta cambiando e anche di notte non ti senti più in pericolo. Aggiungo che oltre agli scambi professionali con le persone che incontro nel quartiere ci sono anche rapporti umani che non si basano solo sul lato economico. Così come con i miei vicini di casa. Ti ho scritto perché vorrei essere più attiva e rendere migliore questa area. Spero di leggere altri tuoi articoli sul quartiere».

Bruna

Mi scrive Bruna il 9 ottobre del 2017: «Ciao Laura. Bello l’articolo. Io abito a Nolo. Volevo segnalarti tra le altre attrazioni Cascina Martesana e Cargo due posti di aggregazione molto conosciuti e frequentati»

Pubblicato per la prima volta su mentelocale.it  il 17 maggio 2017

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